Ne è passato di tempo dall’uscita
di “Kollaps”, sconvolgente manifesto
della destrutturazione industrial che avrebbe
sconvolto la scena europea degli anni Ottanta,
quando mossero i primi passi nella caotica scena
underground di una Berlino divisa e contraddittoria.
Eppure, dopo ventisei anni e un muro che è andato
giù lasciando ancora in piedi molte di
quelle contraddizioni con cui si è sempre
scontrata trovando nuova linfa la multiforme
creatura ideata da Mufti F.M.Einheit, N.U.Unruh
e Blixa Bargeld, gli Einstürzende Neubauten
resistono. Anche se nell’avvicendarsi tra
i vari componenti, solo gli ultimi due hanno
resistito al lungo e tortuoso percorso compiuto
dal collettivo tedesco. Dai coraggiosi esordi
ai confini del rumorismo antimelodico passando
per la quadratura del cerchio di capolavori quali “Halber
Mensch” e “Haus der Luge” con
cui accoglievano il loro armamentario fatto di
tubi, martelli pnueumatici, bidoni, travi, seghe
circolari in panorami non meno apocalittici,
ma certamente meno disarmonici fino all’approdo
verso territori a metà strada tra cantautorato
da teatro espressionista e pura avanguardia,
in cui le peculiari ritmiche spigolose e convulse
sono riadattate inserendo coraggiosamente il
rumore nelle consuete altalene tra piani e forti. “Alles
Wieder Offen”, primo album realizzato in
completa “autonomia discografica”,
non è che l’ultima tappa di questa
lunga evoluzione, dopo tre anni di apparente
silenzio che hanno visto l’uscita di dieci
progetti distribuiti su internet per i soli iscritti
al fan club che in cambio contribuiscono finanziando
le uscite discografiche. Quasi duecento giorni
di sessioni in studio e negli esiti si nota tutto
in quello che da subito dà l’impressione
di essere il lavoro più suonato di Blixa
e soci.
Fin dal primo atto, “Die Wellen”,
con quel piano drammatico che spinge in un crescendo
degno del vecchio compagno – di avventure
e dei Bad Seeds - Nick
Cave, l’inquietante
voce di Bargeld fino alla struggente incursione
di violini e percussioni che si spengono in maniera
bruciante. E c’è ancora tanto dell’esperienza
nei Bad Seeds nella ballad dai toni noir “Nagorny
Karabach” e nel finale epico della decadente “Susej” che
si distingue però per un gelido arrangiamento
elettronico che fa da ponte tra passato e futuro.
Archi e orchestrazioni da camera si insinuano
in un crudo tappeto di blip e beat. L’imprevedibilità compositiva è una
certezza, se non un segno distintivo degli Einstürzende
Neubauten, tuttavia non ci sono stravolgimenti
evidenti, se si fa eccezione per l’inconsueto
momento dylaniano – a modo loro, tra gli
accordi stoppati di Alexander Hacke e un singhiozzante
organetto di sfondo – di una “Ich
hatte ein Wort” in cui Blixa quasi si diverte
(parola grossa per uno come lui) nel misurarsi
con linee vocali scanzonate e convenzionali.
Perché il teatro decadente degli Einstürzende
Neubauten non rinuncia facilmente a inebrianti
discese negli inferi. Dal desolante scenario
tantrico della tribale “Weil weil weil” in
cui N.U. Unruh può sfoggiare il suo invidiabile
campionario di percussioni e diavolerie fino
a “Let’s Do It A Dada”, in
cui Blixa assume le più congeniali vesti
di delirante sciamano metropolitano con quel
timbro cupo e penetrante che si schianta in frastornanti
tripudi di ferraglia e campionamenti di vario
genere. Con un inizio bruciante che dimostra
ancora una volta quanto siano stati fondamentali
per decine di band industrial, dai Ministry ai
Nine Inch Nails, come dimostra la scheletrica
struttura della titletrack, pur con toni più pacati.
Si inseriscono invece in quel filone di conturbante
minimalismo caro ad album più recenti
(“Ende Neu”, “Silence Is Sexy”) “Von
Wegen” e “Unvoll Ständigkeit”,
in cui la voce sommessa e tenebrosa è centrale
nel suo incedere verso i cambi d’atmosfera
finali. Molto graduali nelle virate orchestrali
e cinematografiche della prima, molto più fulminanti
nella seconda, una lunga e dolente cavalcata
verso il nulla che implode in una tempesta rumorista
che fa gelare il sangue. Nonostante la conclusiva “Ich
warte” lasci intravedere imprevedibili
suggestioni dark-folk alla Current 93, “Alles
Wieder Offen” non smentisce la volontà dei
nuovi edifici che crollano di continuare a seguire
il proprio coerente percorso di assimilazione
del rumore in formule più armoniche, sempre
più lontane dalle pulsioni anarchiche
e viscerali degli albori. E se ancora il compimento
dell’ossimoro estremo, quello di assimilare
definitivamente il rumore nei silenzi - come
anticipava il precedente “Perpetuum Mobile” -
e nei piani, non è stato raggiunto, ormai
poco ci manca.
collegamenti su MusiKàl!
Einstürzende Neubauten - Fünf
Auf Der Nach Oben Offenen Richterskala
Einstürzende Neubauten - Silence
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