Da quando esordì, nell'ormai lontano 1973,
Tom Waits
si è cucito addosso una figura fumosa:
il suo personaggio è uno di quei vecchi
ubriaconi da bettola tanto amati da Charles Bukowski,
uno di quei vagabondi persi per le metropoli del
sud degli States, come Jack Kerouac e Neal Cassidy.
Ma oltre a questo, Tom Waits è soprattutto
un fine esteta musicale, innamorato del jazz,
del blues e della storia culturale statunitense.
Ed è, oltretutto, un maledetto geniaccio.
Uno di quegli artisti che mi mandano in confusione
quando arriva l'atroce domanda "qual è
il suo album più bello?". Perché
ogni album risplende di una luce particolare,
suadente e fascinosa.
E non è da meno, sotto questo punto di
vista, questo "Alice", una delle due
creature partorite dalla mente dell'uomo di Pomona,
California. Al contrario di quanto si possa immaginare,
il soggetto dominante di "Alice" non
è il personaggio del celebre romanzo di
Lewis Carroll, folle e visionario viaggio nei
meandri del sogno, bensì Alice Littel,
la bambina che ispirò la stesura e per
la quale il romanziere anglosassone provava una
sorta di ambigua ossessione.
Ciò che si nota fin dal primo ascolto
è la quasi totale assenza di chitarre elettriche,
presenti solo in "Everything You Can Think"
e "Table Top Joe". Il potere passa in
mano agli strumenti acustici, con gli archi in
grande evidenza, il che permette a Waits di gettarsi
in una sorta di danza macabra, sghemba e decadente,
con splendide ballate nello stile di Kurt Weill
e reminiscenze anni '40. I testi esplorano con
lucidità e poesia una mente pervasa dal
sogno e perseguitata dalla propria esistenza,
come nell'eccezionale ed emozionante "Watch
Her Disappear". I toni sono adagiati su una
dolcezza malinconica di cui è impossibile
non innamorarsi, e raramente si ritrova la sferzante
energia della celeberrima e profonda voce di Waits,
qui relegata ad episodi isolati come la stralunata
"Everything You Can Think" e la caustica,
crudele e meravigliosamente ubriaca "Kommienezuspadt",
ritmata danza dell'inverosimile.
L'intero album è scritto a quattro mani
con la moglie Kathleen Brennan, come da tradizione
da "Franks
Wild Years" del 1987. Il viaggio si chiude
sulle note di "Fawn", breve suite strumentale.
Una ventata di dolcezza e un'ulteriore dimostrazione
della grandezza di questo personaggio assurdo,
di quest'artista incapace di vendere se stesso,
sempre coerente. Un album da avere ad ogni costo,
rara perla di questo 2002.
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