Così com’è vero che tutto
torna, le ballate per piccole iene degli Afterhours
riapprodano nella Milano che ha visto la loro
nascita e quella della stessa band, nell’ormai
remoto 1990, dopo aver viaggiato per la penisola
in occasione dell’ultimo tour. Così,
Manuel Agnelli e soci propongono un concerto che
ha per protagonisti non solo, e soprattutto, le
tracce dell’ultimo lavoro in studio, ma
pure una sorta di ponte spirituale che poggia
oltreoceano, omaggio e ricordo a sonorità
che sono tra le ispirazioni musicali del gruppo.
In modo particolare, quest’ultimo aspetto
emerge immediatamente all’inizio del live,
prendendo vita tra gli accordi aspri degli Stooges,
per poi tornare ad accendersi più in là
nella performance.
Tutto questo, non senza lasciare posto alle creazioni
originali della band: nella prima parte dell’esibizione,
sono difatti le opere più recenti a dipingere
il paesaggio sonoro: “La vedova bianca”
sfuma e si fonde con “Sangue di Giuda”,
per poi rallentare i battiti e condurre verso
la morbidezza languida di “Carne fresca”.
Tuttavia, è un’immancabile “Rapace”
a far tornare indietro la memoria agli anni passati,
immortalati nell’album “Germi”
(Vox Pop, 1995), ed a preparare l’orizzonte
d’attesa verso le note di un punto focale
della discografia della band, quale è “Hai
paura del buio?” (Mescal, 1997): orizzonte
che si schiude tra le note di “Male di miele”
e l’irriverente (peraltro dedicata con ironia
nemmeno troppo sottile al pubblico) “Sui
giovani d’oggi ci scatarro su”, sebbene
aleggi anche la dolce afflizione di “Voglio
una pelle splendida”. Fanno capolino, inoltre,
alcune tracks di “Quello
che non c’è” (Mescal, 2002),
quali l’omonima canzone, nonché “Bye
Bye Bombey” e “Sulle Labbra”:
il tutto inserito in un concerto che ha il sapore
dell’immediatezza, tra una voce che sa gridare
e sfumare sui colori dei sentimenti, sostenuta
da un’ottima prova di Dario Ciffo al violino,
che sa aggiungere melodia alla ruvidezza dei suoni.
Eppure, a ben ascoltare, il baricentro si sposta
ben presto dalle nebbie di Milano a quella Seattle
ed alle asperità del paesaggio statunitense
del nord estremo della West Coast, a cui tanto
devono non solo gli Afterhours, ma pure molti
fra i gruppi che fondano il proprio modus operandi
nella cultura dei primi Novanta. Se il ricordo
corre subito a capiscuola quali Nirvana o Soundgarden,
gruppi come Screaming Trees e Afghan Whigs, dai
circuiti delle college radio, passando per tutto
il circuito underground, lasciano una traccia
significativa in quel che ormai è storia:
il grunge. Il punk abrasivo dei primi, che si
mitiga poi con influenze di rock psichedelico
e folk, e la matrice garage-punk dei secondi,
raffinata dall’interesse per il blues ed
il soul, questa sera vivono in carne ed ossa,
attraverso due ospiti, due icone: Greg Dulli,
già collaboratore degli After nell’ultimo
disco, che accompagna il gruppo alla chitarra
durante tutto il concerto e si esibisce nella
“Joker” di Steve Miller, e Mark Lanegan.
Quest’ultimo si esibisce in un’intensa
versione di “Dollar Bill”, proprio
a siglare la fine dello spettacolo.
E di nuovo il cerchio si chiude, in un rimando
al passato che sono note suonate nel presente,
radici che non si dimenticano e che sono parte
di uno dei gruppi italiani che riesce a riproporre
nella propria chiave quel linguaggio universale
e variopinto che è il rock.
collegamenti su MusiKàl!
Afterhours - la Kalporzgrafia
Nirvana - Nirvana
Nirvana - Nevermind
Soundgarden - Superunknown
Twilight Singers - Blackberry
Belle
Twilight Singers - Twilight
Mark Lanegan - Bubblegum
Mark Lanegan - Field
Songs