L'occasione di rivedere dal vivo gli autori di
quello che, senza timore di smentita, si può
definire il più bel disco italiano uscito
finora in questo 2002 ("Quello
che non c'è"), è di quelle
da non perdere; esaurita anche per quest'anno
l'esperienza del Tora! Tora! la band è
pronta per imbarcarsi nella seconda parte del
loro tour.
Aprono le danze Le Vibrazioni, che si fanno apprezzare
per il loro rock cantato in italiano; sono prossimi
a un'uscita discografica, e dimostrano buona maturità
nel tenere il palco e nel catturare l'attenzione
di un pubblico che non era lì per loro.
Bravi!
Ancora pochi minuti di attesa, e gli Afterhours
arrivano sul palco. La scaletta non è cambiata
di una virgola rispetto alle esibizioni estive,
e così Manuel e soci attaccano con un poker
d'assi che farebbe invidia a gruppi ben più
famosi di loro: la straziante bellezza di "Quello
che non c'è", il capolavoro "Bye
bye Bombay", una versione STUPENDA di "Bungee
jumping" e la torbida psichedelia di "Varanasi
baby".
Nonostante l'oggettiva bellezza di questi pezzi,
però, c'è qualcosa che non funziona
a dovere: i frequenti gesti rabbiosi di Manuel
verso il mixer fanno capire a molti che ci sono
alcuni problemi con i suoni, che purtroppo rovinano
un po' la prima parte dell'esibizione. Il pubblico
non sembra curarsene più di tanto, comunque:
c'è nell'aria la solita adorazione incondizionata
che i fan dimostrano verso gli Afterhours, e anche
il più piccolo gesto del carismatico leader
provoca urla e applausi. Ma non era stata proprio
il vedersi trasformati loro malgrado da musicisti
a idoli ad averli portati a un passo dalla fine?
Il live act della band è ormai una macchina
ben rodata: quasi tutti i pezzi di "Quello
che non c'è" vengono riproposti in
una versione piuttosto fedele all'originale (mancano
all'appello solo la dolcissima "Il mio ruolo"
e, inspiegabilmente, il rabbioso disincanto di
"Sulle labbra"), alternati a vecchi
"classici" che mandano in visibilio
il pubblico, soprattutto quelli ripescati dall'epocale
"Hai paura
del buio?" come la furiosa "Male
di miele" e la ormai consueta nuova versione
di "1.9.9.6." accelerata e suonata con
tre chitarre.
L'immancabile "Dentro Marylin" chiude
la prima parte del concerto, e paradossalmente
solo con i bis si arriva al livello che ci si
aspetterebbe dagli Afterhours. "La gente
sta male" e "Tutto fa un po' male"
sono pop allo stato puro: equilibrato, emozionante,
perfetto; "Non si esce vivi dagli anni '80"
alza nuovamente muri di elettricità e di
sarcasmo; "Ritorno a casa" è
tesa e commovente, così come "Pelle";
"Televisione", con il suo ritmo spezzato
e l'alternarsi di quiete e rumore, è uno
dei momenti migliori della serata.
La catarsi della meravigliosa "Voglio una
pelle splendida" chiude un concerto sì
bello, ma che non ha convinto del tutto: in certi
momenti la sensazione che il mestiere prendesse
il sopravvento sull'emozione è stata davvero
difficile da cancellare.
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