Chiunque abbia ascoltato “After dark, my
sweet”, il quarto album dei Julie’s
Haircut, usa soprattutto una parola per definirlo:
“coraggioso”. Spariscono i ritornelli
a presa rapida sotto colate di improvvisazioni
spacey, le voci scompaiono sotto vortici
strumentali, le strutture pop vengono totalmente
ignorate; ci vuole coraggio per abbandonare tutto
quello che una band sa fare molto bene, ma l’evoluzione
dei Julie’s forse non è così
inattesa. Ad ascoltare bene, già le canzoni
che chiudevano “Adult
situations” - il loro album più
polimorfo – tendevano ad una psichedelia
liquida e ad una forma più libera, quasi
ad omaggiare gli Spaceman 3: non è un caso,
allora, che a manipolare gli strumenti in “After
dark, my sweet” compaia proprio Pete “Sonic
Boom” Kember.
L’ascolto di “After dark, my sweet”
spiazza comunque, soprattutto in virtù
di un poker fulminante di canzoni poste in apertura:
se “Open wound” è secca, cruda
e rapida (tra le chitarre maltrattate e battimani),
“Sister pneumonia” è una sinusoide
di quiete e rumore, tra feedback che tagliano
l’aria, corde sibilanti e il Farfisa a regalare
umori alieni; mentre “Afterdark” procede
nervosa ed è assolutamente straordinaria
nella picchiata elettrica che la sconvolge, “Satan
eats seitan” è una spirale di tastiere
aggrovigliate come un filo di lana su un ferro
da calza.
Basterebbero queste quattro canzoni a fare di
“After dark, my sweet” un album assolutamente
irrinunciabile, ma la partenza è talmente
spedita da far sembrare il resto di un livello
inferiore; gli altri brani portano alla luce passioni
che il sestetto aveva finora solo nascosto tra
le righe (quella per il cinema, o quella per il
kraut-rock), rinuncia quasi totalmente
alle parole e vive di improvvisazioni. Spesso
i brani sgorgano da un canovaccio creato al momento,
o dalla stessa base ritmica nascono due pezzi
totalmente diversi (“Liv Ullman” e
“Ingrid Thulin” hanno la stessa linea
di basso, ma è la seconda a raggiungere
una grande ricchezza timbrica, dilatandosi fino
a ricordare i Pink
Floyd); deliri senza direzione (i Suicide
sotto formalina di “Purple jewel”)
si appaiano ad una ballata straniata e surreale
come “Pistils”. Non tutto appare perfettamente
a fuoco, ma con questo disco i Julie’s rinunciano
definitivamente a farsi catalogare, e trovano
il piacere di suonare nel non sapere dove si andrà
a finire: se si è disposti a seguire il
loro viaggio, allora “After dark, my sweet”
diventerà in breve un album al quale affezionarsi
moltissimo.
collegamenti su MusiKàl!
Julie's Haircut - Adult
Situations
Julie's Haircut - Stars
Never Looked So Bright
Julie's Haircut - Concerto
a Live in Kalporz - Calamita (RE)
Pink Floyd - la Kalporzgrafia
Suicide - Suicide