Dopo aver concluso il discorso di Ortodossia
con l'uscita di "Compagni,
cittadini, fratelli, partigiani" Giovanni
Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, sempre accompagnati
dal teatro sadomaso/militante/surreale di Danilo
Fatur (Artista del popolo) e Annarella Giudici
(Benemerita Soubrette), si buttano a capofitto
nel nuovo lavoro. Che meriterebbe di passare alla
storia già solo per il titolo, assolutamente
geniale e irriverente. Ma visto che sto per parlare
di uno dei massimi capolavori del rock europeo,
preferisco procedere con calma.
I riferimenti musicali della band sono sempre
gli stessi: reminiscenze mitteleuropee (con uno
sguardo attento alla scena tedesca di Kraftwerk
e Einsturzende Neubauten), furore punk, testi
che rimandano al cantautorato italiano (soprattutto
Battiato) e echi della scena dark britannica.
La rabbia e l'immediatezza dell'album precedente
sfumano in un'atmosfera più decadente,
cupa, sempre permeata da un'ironia di fondo dissacrante
e spiazzante, che la voce profonda di Ferretti
rende con sorprendente forza.
Se "CCCP", il brano di apertura, non
è altro che un manifesto programmatico,
già dalla seguente "Curami" si
entra in un'atmosfera onirica e impalpabile. La
canzone, resa epica da un uso straniante dello
xilofono, si regge su un testo ossessionante e
delicatamente squarciante. La batteria elettronica
non fa che acuire il senso di straniamento dell'ascoltatore,
sospeso in un limbo indefinito, in una "terra
di mezzo" indefinita, dove si mescolano mestizia
e furore. Non a caso vengono riprese dall'album
precedente tre canzoni altamente evocative come
"Mi ami?", "Morire" e "Emilia
Paranoica" che simboleggiano i tre stati
d'animo della band: l'ironia, la delicatezza,
il divertissement in "Mi ami?", l'invettiva
sloganistica e politica in "Morire"
e lo spietato e preoccupato quadro generazionale
in "Emilia Paranoica".
Il delicato arpeggio acustico che apre "Trafitto"
è subito sopraffatto dagli squarcianti
riff di Zamboni e procede come una stralunata
marcetta attraversata dalla voce di Ferretti che
prima urla slogan ("Nel bel mezzo del progresso
di diversi colori tra i quali il nero, il verde,
il moderno, Tifiamo rivolta!") poi quando
il ritmo si fa più sincopato lancia il
suo proclama di apatia ("Trafitto sono, trapassato
dal futuro, cerco una persona. Fragili desideri,
a volte indispensabili, a volte no").
Sulla stessa lunghezza d'onda l'angosciante "Noia",
dove i rimandi dark si fanno più definiti.
Un gioiello la bipartizione emozionale di "Valium
Tavor Serenase", rapidissimo brano punk che
alle uncinanti parti iniziale e finale (mai il
punk dei CCCP è stato così urticante
e distorto) somma un intermezzo folk assolutamente
geniale ("Quando ci penso vorrei tornare
alla mia bella al casolare
").
E infine le vere e proprie hit di quest'album,
che rilanceranno alto il nome della band, improvvisamente
destinato a passare dal semi-anonimato alle principali
ribalte italiane ed europee (i concerti a Pankow
e a Mosca): il minimal-tango "Allarme",
trainato dal basso e dalle tastiere destinati
a perdersi in un ritornello claustrofobico e rumorista
e nell'urlo finale "muore tutto, l'unica
cosa che vive sei tu!", e il punk ballabile
di "Io sto bene" destinato a passare
alla storia per il celebre ritornello che recita
"non studio, non lavoro, non guardo la tv,
non vado al cinema, non faccio sport", lucida
e devastante istantanea di una generazione resa
apatica dalla sfrenata corsa al consumismo e incapace
di definire la propria posizione ("Io sto
bene, io sto male io non so come stare, io sto
bene io sto male io non so cosa fare").
Uno dei più grandi album della storia
della musica italiana, seminale, acuto, profondo
e imperdibile.
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