Alta qualità o pura routine, sentimento
o arido calcolo? Non sono totalmente concordi
i giudizi sull’ultima fatica di Steve Winwood,
l’album del ritorno a distanza di sei anni
da “Junction Seven” (1997).
Certo l’autore non ha fatto molto per impedire
l’affacciarsi di qualche maliziosa critica:
la dichiarata sfida a Santana, evidente fin dalla
copertina chiaramente ispirata a quella di “Supernatural”,
non fa che insinuare il sospetto che possa trattarsi
di puro calcolo opportunistico, sull’onda
del successo generalizzato che ha baciato la musica
latina e latino-americana negli ultimi anni. Certa
leziosa corrività dei lavori dell’ultimo
Winwood anni novanta non erano un precedente molto
confortante.
Ma Winwood è un inglese puro sangue, cresciuto
musicalmente nel periodo forse più incandescente
della storia del rock, a cavallo fra anni sessanta
e settanta, quando la ricerca di nuovi stili e
nuovi suoni era all’ordine del giorno e
la mescolanza dei generi dava ancora il brivido
della scoperta: quella di “About Time”,
quindi, suona non come una imitazione, un adeguamento
all’ultima moda, bensì come la risposta
amichevole di un maestro alla moda stessa. Ciò
non può che significare interpretazione
di alto livello, nella quale è la personalità
dell’artista a piegare ai suoi voleri la
moda, e non viceversa.
E infatti “About Time” non è
un disco di musica latina, così come “John
Barleycorn Must Die” o “The Low
Spark Of High Heeled Boys” dei Traffic non
erano – ad esempio – progressivi.
Winwood scherza con i caldi ritmi latini, li sfrutta
a suo vantaggio, ma mantiene un rigore e un’etica
musicali sconosciuti a parecchi dei suoi colleghi
che hanno tentato la medesima strada, compreso
l’ultimo Santana.
All’accusa di piattezza e di gradevole
monotonia, di mancanza di acuti, si risponde agevolmente:
anche i Traffic dei primi settanta, assunti come
aurea pietra di paragone dai polemici, facevano
musica così, piana, senza grandi strappi
ritmici e armonici, elegante, di pathos rattenuto
e latente. Dunque se si demolisce “About
Time” bisogna demolire anche i Traffic del
trio Winwood-Capaldi-Wood (e lo dice uno che ogni
tanto i Traffic li critica davvero…), il
che, “per la contradizion che nol consente”,
annulla automaticamente la critica. Consigliamo
agli scettici di apprezzare la perfetta fusione
di soul, blues, funky e pop latino del disco (“Bully”
è paradigmatica, un traffic-funk), la spontaneità
di un disco quasi privo di sovraincisioni, con
una marcata propensione live – evidenziata
dall’improvvisazione di “Silvia”,
lunga cavalcata conclusiva.
Coadiuvato da Jose Neto alle chitarre e da Walfredo
Reyes Jr. alla batteria e alle percussioni (gli
interventi di flauto e sax sono di Karl Denson),
senza bassista, Winwood ci regala un organo Hammond
come se ne sentono di rado, talvolta davvero esaltante,
sempre graffiante e genuino (i riff di “Now
That You’re Alive” e “Phoenix
Rising”!), che fa da solista e da basso.
Non stiamo parlando forse di un capolavoro, ma
certamente di un lavoro senza punti deboli, dal
solare attacco di ‘Different Light”
al folk-blues di “Cigano” al possente
pop-soul caraibico di “Phoenix Rising”,
strepitosa nella ritmica e intensissima nelle
note tenute di organo, assolutamente degna dei
migliori Traffic, dalla cover di “Why Can’t
We Live Together” di Timmy Thomas alla superba
“Horizon”, vertice melodico dell’album,
duetto voce-chitarra di quelli di una volta, con
leggero sottofondo di organo, classico folk-rock
che scardina qualsiasi certezza fino a quel punto
raggiunta nell’ascolto e spezza letteralmente
il ritmo.
Bentornato Steve.
collegamenti su MusiKàl!
Traffic - John
Barleycorn Must Die
Carlos Santana - Supernatural
Carlos Santana - Abraxas