Impossibile non conoscere Moby, ormai. "Play",
il suo disco precedente, ha goduto di una sovra-esposizione
mediatica vertiginosa, tutte le 18 canzoni di
quell'album sono state utilizzate come colonna
sonora di pubblicità e film, i suoi video
(memorabile quello di "Natural blues"
firmato da David La Chapelle, lo ricordate?) erano
continuamente passati su MTV
Un piccolo miracolo di elettronica accessibile
alle masse (10 milioni di copie vendute significheranno
qualcosa, no?), musica semplicissima e per questo
impossibile da cancellare dalla mente una volta
ascoltata. L'idea originale di quell'album stava
nell'aver ripescato da vecchi vinili del negozio
sotto casa alcuni standard blues, averli campionati
e imbastarditi con suoni attualissimi. Il risultato
poteva anche non piacere, ma "Play"
rimane uno dei dischi più importanti degli
anni '90.
Il problema è arrivato quando si è
trattato di dare un seguito a quell'album: di
fronte alla scelta se spostarsi su nuovi territori
(in carriera Moby è passato senza problemi
dalla house al punk all'elettronica) o se ripetere
una formula vincente, purtroppo il nostro ha adottato
la seconda possibilità, con un risultato
fiacco ed irritante.
"18" è lunghissimo e fin troppo
omogeneo (erano proprio necessari 71 minuti?);
le differenze tra le diciotto canzoni sono pochissime
e minime, tanto che è difficile che qualcosa
si faccia ricordare ai primi ascolti: spiccano
"We are all made of stars", bel primo
singolo di atmosfera simile al Bowie berlinese,
"Great escape" (semplicissima unione
di un violoncello e la bella voce di Azure Ray),
"Another woman" (forse la migliore del
lotto, un bel groove e un pianoforte che si fa
ricordare) e la title track, dai vaghi sapori
new age.
Due donne impreziosiscono altre canzoni: Angie
Stone compare in quella vivace escursione nei
territori old skool che è "Jam for
the ladies", mentre Sinéad O'Connor
presta la sua voce, ormai incapace di stupire
come agli inizi, alla morbida "Harbour".
Un disco di elettronica decisamente poco festaiola,
da ascoltare, come suggerisce il suo creatore,
di notte, da soli, nella propria stanza.
Qualcosa da salvare c'è, ma poche tracce
belle non bastano a risollevare un album deludente
non tanto per la qualità, ma perché
somiglia a una continua autocitazione, e alla
lunga tutto questo finisce per essere irritante.