| SOULWAX
intervista di Paolo Bardelli

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| Stephen
Dewaele, frontman dei Soulwax, è tranquillo.
Ma sta per arrivare la domanda sugli anni '80... |
Camminiamo in lungo e in largo
dietro ai camerini di Arezzo Wave. Le interviste papabili
sono con Soulwax e Kills, ma i Kills fanno i fighi
e rimangono in albergo. Meglio, se sono simpatici dal
vero tanto quanto sul palco sarebbe stato meno irritante
intervistare Tremonti. Ci appropinquiamo dunque nello
spogliatoio (letteralmente, siamo allo stadio) dei Soulwax
dove ci accoglie un sorridente Stephen Dewaele.
Avete una "doppia personalità":
siete contemporaneamente rocker (Soulwax) e DJ (2 many
dj's). Come Soulwax quanto è importate far ballare
la gente?
A volte vogliamo che la gente balli, altre volte che
ascolti una stupida canzone d'amore. Non abbiamo mai
in mente qualcosa di preciso. Non sappiamo mai che tipo
di musica faremo coi Soulwax. Di solito andiamo in studio,
iniziamo a suonare e dopo un po' capiamo cosa sta venendo
fuori. Ma nell'ultimo disco abbiamo messo dentro più
brani ballabili perché avevamo fatto l’esperienza
come DJ. Non sono pezzi dance perché li suona
una rock band però li puoi ballare. Ma non siamo
partiti pensando di fare pezzi di quel tipo. E comunque
molte delle cose che facciamo sono troppo complicate
per poterci ballare su.
Avevo letto che non vi
divertivate più a suonare dal vivo, ma al vostro
concerto a Milano lo scorso ottobre mi è sembrato
il contrario. E' bello abbandonare le macchine e tornare
agli strumenti?
Sì, sì. Secondo l'idea di chi sta nell'industria
discografica avremmo dovuto smetterla coi Soulwax, fare
i DJ e guadagnare un sacco di soldi. Ma noi vogliamo
essere ancora una band. Ed è divertente suonare
dal vivo, anche se è più semplice fare
i DJ. Suonare dal vivo causa molto più stress,
noi siamo dei perfezionisti e sappiamo che ci sono un
sacco di cose che possono andare storte. Ma dal vivo
ci divertiamo. All'inizio è stata dura, c'erano
da imparare le nuove canzoni. Adesso è tutto
sistemato e possiamo divertirci e basta. Credo che in
questo momento siamo al nostro meglio.
Nel concerto milenese hai dato
l'impressione di essere più a tuo agio con le
vecchie canzoni. Le nuove sono più difficile
da cantare?
Le nuove canzoni non sono più difficili da cantare.
Però per le vecchie canzoni i dischi sono stati
fatti in maniera tradizionale, cioè avevamo i
pezzi pronti prima di andare in studio. Per l'ultimo
album invece abbiamo scritto tutte le canzoni in studio,
che è una cose folle, abbiamo sperimentato molto
insieme a Flood. È strano, alcune canzoni erano
solo un riff, poi abbiamo aggiunto le parti vocali e
così via. All'inizio è stata dura perché
non le avevamo mai suonate dal vivo. Adesso conosciamo
le canzoni molto bene, siamo molto sicuri. Adesso dovremmo
tornare in studio e registrare nuovamente il disco.
Ho visto la vostra performance
al Fabric di Londra a maggio, una via di mezzo tra un
live ed un djset. Come avete fatto a prepararla?
Quando abbiamo registrato "Any Minute Now"
abbiamo detto a Flood che avremmo dovuto tornare subito
in studio, remixare il disco e farlo uscire come doppio
cd. Ma la casa discografica voleva l’album e non
abbiamo avuto tempo di farlo.
E' uno show nuovo quello che avete
fatto a Londra…
Sì, credo sia interessante vedere una rock band
che fa il remix di un proprio disco e poi lo propone
dal vivo. Penso che nessuno l'avesse ancora fatto.
E poi dev'essere dura per il vostro
batterista, suonare ininterrottamente per 40 minuti…
Come una drum machine!
(risate) Al Fabric è stata la prima volta,
poi abbiamo suonato al Sonar e Parigi ed ogni volta
è stato bellissimo, molto divertente. Abbiamo
voluto fare queste performance dopo mezzanotte (per
questo si chiamano “Nite Versions”) e all'interno
di club. In quelle occasioni c'è un DJ che fa
ballare la gente e poi la band. Abbiamo fatto molti
concerti in cui noi prima facciamo i DJ, poi ad un certo
attacca la batteria e suonano i Soulwax e al termine
del concerto torniamo a fare i DJ.
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| Stephen
Dewaele fronteggia i kalporziani Paolo e Raffaele |
Prima della vostra esibizione
al Fabric gli avventori della discoteca hanno acclamato
"Blue Monday" dei New Order. Pensate che questa
rivalutazione degli anni '80 finirà e si tornerà
a considerare quel periodo come un momento buio per
la musica?
(con un certo quantitativo di sangue negli occhi!)
E' un'idea molto molto limitata e stupida pensare che
gli anni '80 siano stati un periodo buio. Per me gli
anni '80 sono stati il periodo più esaltante
per la musica. C'è stata la musica punk, che
a volta si contaminava con la musica funk con tutte
quelle strane band che uscivano e con la gente che aveva
voglia di provare a suonare musica improbabile. Poi
nel 1985 c'è stato l'hip hop. Quando avevo 11
o 12 anni potevo comprare The Virgin Prunes ma anche
"Blue Monday" dei New Order, ma anche un disco
di Grand Master Flash o Blondie. Voglio dire, era una
cosa pazzesca se ci pensi. Quattro diversi stili musicali
che nascevano nello stesso momento. E io credo che i
giornalisti guardano solo alla musica commerciale dell’epoca
ed è vero sono uscite parecchie vaccate. Ma c’era
anche molto underground e molte di quelle cose stanno
tornando nella musica elettronica, anche nell’hip
hop e pensa poi agli LCD Soundsystem. Lì ci suonano
la mia ragazza e il mio miglior amico. Un sacco di quello
che fanno è basato su alcune delle cose che facevano
alcune delle formazioni old school. E l’abbiamo
fatto anche noi coi 2 many dj’s e coi Soulwax
nell’ultimo album. Penso sia stato un periodo
grandioso. Ma sarà la stessa cosa, la gente dirà
che gli anni ’90 facevano schifo e magari tra
5 anni inizierà a pensare che i Frankie Goes
To Hollywood sono stati la cosa migliore mai uscita.
La gente sta riscoprendo che la musica aveva anche un
legame con la cultura. Alcune di queste band sono state
incredibili, se pensi alla musica che hanno fatto. Ad
esempio i New Order e a “Blue Monday”, puoi
dire che l’hai sentito troppe volte ma se segui
la storia dei New Order, quello che è successo
dopo i Joy Division, sai che hanno inciso quel pezzo,
l’hanno prodotto e hanno perso soldi. Ho un grandissimo
rispetto per loro e credo abbiamo cambiato la percezione
di una band new wave. Musica dark e cupa si diceva ma
loro hanno inciso un pezzo dance, ed è il pezzo
dance più triste che esiste, e ancora oggi se
lo metti la gente impazzisce. Io non ho mai visto gli
anni ’80 come un periodo buio e cerco sempre di
difenderlo. A volte sulla stampa inglese c’è
un giornalista che esprime un pensiero e allora tutti
iniziano a copiare e all’improvviso quella è
diventata un’idea condivisa, quel periodo faceva
schifo.
I Soulwax potevano nascere altrove
se non in Belgio?
No, sono una cosa molto belga. C’era questo giornalista
di musica classica Le Figaro che doveva recensire 2
many dj’s e Soulwax ma non ci aveva mai sentiti
prima. Dopo averci ascoltato ha detto una cosa molto
interessante, ha fatto un paragone col dadaista belga
Marcel Duchamp, coi surrealisti come Matisse e poi ha
parlato di Jacques Brel, dei dEUS e della techno music
che viene dal Belgio: “Quello che fate voi ragazzi
è l’unione di tutti questi stili diversi”.
Perché il Belgio è circondato da Francia,
Olanda, Germania, Inghilterra. Ghent è davvero
al centro, non scherzo. Sono cresciuto con 35 canali
tv, con tutte quelle lingue diverse, culture diverse,
in mezz’ora se vai verso destra o verso sinistra
sei in un’altra nazione. Quindi cresci e pensi,
hey ma c’è di più di quello che
ho davanti agli occhi. Con molto facilità facciamo
nostro quello che vediamo attorno. Non credo che aver
potuto farlo se avessi vissuto in Olanda.
Grazie davvero.
E’ stato un piacere.
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(10 ottobre 2005)
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