PAOLO BEVEGNU'
intervista di Daniele Paletta

 |
| Paolo
Benvegnù |
Finito un percorso magnifico
(gli Scisma), c’è voluto
molto tempo perché Paolo Benvegnù tornasse
ad esporsi in prima persona. È tornato con un
disco incantevole, “Piccoli fragilissimi film”,
che ci consegna istantanee di un uomo che ha imparato
a stare in equilibrio precario, e che non vuole rinunciare
alla sua debolezza.
Un disco sofferto, un autore che spiega la sua arte
senza falsi pudori o ritrosie, una vera e propria catarsi
in musica: questi sono i suoi meravigliosi piccoli
fragilissimi film.
"Piccoli fragilissimi film" è un'autobiografia
piuttosto sofferta. Io continuo a leggere tue interviste
ovunque. Quanto ti pesa raccontare e spiegare a tutti
come sono nate le canzoni, e i momenti della tua vita
in cui sono nate?
Si intrecciano sentimenti differenti ogni volta.
Può sembrare paradossale, ma da un lato questo
spiegare mi serve ancora di più per capire quello
che è successo (maglio dovrei dire: quello che
mi è successo) e per pulire eventuali dubbi,
dall’altro questa cosa mi invita a tornare a
ripensare a momenti dolcemente violenti, in cui ho
rimesso in gioco per l’ennesima volta tutta la
mia vita. E sono stati per me momenti di delirio assoluto,
che però mi hanno fatto capire davvero il senso
della precarietà di cui sono intriso.
E’ una specie di dipendenza da forze maggiori,
che non riesco ad evitare.
Penso di essere un terribile distruttore, e vorrei
invece essere un ottimo apprendista in costruzioni.
E non mi trovo quasi mai in equilibrio.
Questo una volta mi affaticava, ora penso di vivere
per sentire il senso di vertigine che comporta.
Una data: 10 maggio 2003. Cosa ricordi di quella sera,
che sensazioni ti ha lasciato?
L’ultimo Valzer degli Scisma mi ha lasciato
una sensazione di felicità e di gioia che ho
provato davvero poche volte.
Abbiamo avuto la forza di chiudere un percorso in positivo.
Avevamo spezzato un destino e l’abbiamo ricongiunto
nella felicità.
Ma ciò che mi è rimasto addosso di più è decisamente
lo stupore di sentire veramente l’amore e la
passione che abbiamo profuso ritornare con gli interessi
(e quanti, e grazie ancora!).
Ho in testa e sulla pelle l’applauso iniziale
che mi spinge ancora adesso a cercare di meritarmelo,
il senso di strana alchimia che c’era anche quella
sera tra di noi, l’ultimo brano suonato tutti
insieme che sarà per la tutta la mia vita un
manifesto.
In che modo il tuo trasferimento a Firenze, e il ripartire
da capo con nuove persone, ha cambiato la tua musica?
Sono arrivato a Firenze e come persona ero davvero
gravemente danneggiato.
Una specie di relitto sentimentale pieno di ferite.
Suonare con Marco
Parente mi dato la possibilità di
tornare subito a contribuire alla costruzione di un
disco. E Marco mi ha insegnato un senso della determinazione
e della concentrazione che io non conoscevo.
Lì ho incontrato Andrea Franchi e Gionni Dall’orto
che hanno nell’estemporaneità una dote
meravigliosa: la leggerezza.
Perciò è stato strano per me incominciare
a suonare seguendo l’estro del momento, improvvisando
costantemente, suonare cercandosi.
Poi, nonostante io fossi comunque ancora danneggiato,
Alessandro Forniti (Mr. Stoutmusic.) mi ha chiesto
di produrre gli Otto’p’Notri, ensamble
fiorentino.
Non avevo mai fatto davvero la produzione di un disco,
ma mi ci sono buttato a capofitto e ho compreso che
i problemi dei gruppi stanno essenzialmente nel fatto
che…sono gruppi, appunto di persone.
Accezione ovvia, ma che mi ha fatto pensare a come
sia assolutamente importante valutare le diversità come
una forza piuttosto che come un rischio, un buco.
Ho incontrato in quella situazione Massimo Fantoni
e Fabrizio Orrigo e nel tempo è stato naturale
per noi sviluppare alcune cose insieme.
Ci sentiamo come dei liceali in gita a Forte dei Marmi..incredibile,
per dei non ventenni.
La musica è perciò, come sempre, un effetto
dello stare bene tra di noi e anche se Piccoli Fragilissimi
Film è un disco sofferto, mi sembra di poter
dire che la sofferenza è derivante da un momento
precedente, perché nella lavorazione del disco
non ci sono mai stati problemi di pesantezza.
Penso che il senso della mia scrittura sia cambiato:
una volta scrivevo di ciò che percepivo, ora
scrivo di quello che vivo.
So che hai avuto un'esperienza
teatrale. Mi racconti com'è andata? Sembra che tu ne sia uscito molto
più sicuro e consapevole delle tue capacità vocali...
Negli ultimi 3 anni ho fatto
due esperienze teatrali: una è una messa in scena del Pinocchio di Collodi
in versione Prosa-musical (complicato da capire, vero?)
e l’altra è il Presepe Vivente Cantante
di Bollani-Riondino.
Nel Pinocchio (non quello dei Pooh, ovviamente) io,
Gionni, Andrea ed altri musicisti facevamo gli attori
ed i cantanti di Brani scritti da noi seguendo le parole
del Collodi.
Abbiamo fatto molti spettacoli per bambini e devo dire
che è stata un’esperienza meravigliosa.
Non capita spesso, infatti, di avere un pubblico che
vive per l’emozione del momento, senza sovrastrutture,
che segue la trama in base all’energia con cui
la comunichi.
Nel Presepe, invece, mi sono ritrovato con assoluto
stupore a rivestire i panni di una statuina del presepe
(difficile stare fermi immobili per un’ora e
un quarto…) ma soprattutto a dovere solo cantare,
in compagnia peraltro di vocalist a mio parere incredibili
che vengono oltretutto dal jazz e dalla musica contemporanea.
Passato il primo istante in cui ho cercato di drogare
tutta la compagnia per farmi accettare, ho pensato
che potesse essere una buona occasione per imparare
a credere di poter cantare.
Non sono ancora riuscito a convincermi, ma ogni tanto
i buoni maestri David Riondino e Stefano Bollani mi
incoraggiano e allora forse mi è cresciuta
un poco di autostima…….
Veniamo al disco: le parole
che scrivi arrivano in maniera molto diretta, come
se avessi cercato di non
nasconderle più. E' un'impressione corretta?
Mi sono accorto di avere scritto molti pezzi per
mondare i miei errori, le mie frustrazioni.
Per fare questo non ci devono essere sovrastrutture
e io ho provato ad andare fino in fondo.
L’impressione è corretta e sinceramente
mi sento di ringraziarti.
Però mia nipote, fan di Robbie Williams, mi
ha detto che i miei pezzi, secondo lei, vanno tradotti…mi
sa che sono ancora a metà dell’opera!
Nelle nuove canzoni torna
spesso il tema dell'accettare la bellezza delle piccole
cose, un tema che avevi già tentato
di affrontare all'epoca di "Armstrong". Come
mai sentivi la necessità di parlarne di nuovo?
Senti di essere andato più a fondo ora rispetto
al passato?
Più divento anziano e più capisco
la bellezza.
Forse perché quando si è giovani si è talmente
belli da non accettarsi.
Mi capita di essere felice quando vedo una ragazza
scrivere degli appunti, oppure quando sento in qualche
bar gli anziani parlare dei loro luoghi comuni (ti
assicuro che alcune volte vado nei bar apposta per
sentire questi discorsi….).
Le gioie minime mi fanno stare bene, mi danno equilibrio,
sicurezza….Forse perché un tempo non ero
capace di coglierle.
Rispetto ai tempi di Armstrong, ripeto, se non ti disturba,
la tesi di prima.
Prima percepivo (o meglio, cercavo di percepire) ora
vivo.
"Hai attraversato l'inferno", canti
in "Suggestionabili".
Quanto è stato difficile scavare in te per comporre
queste canzoni? Riesci a non sentirti totalmente esposto
quando le canti?
Suggestionabili è stato l’unico
brano che non siamo riusciti davvero a sviluppare
fino in
fondo sul disco.
E’ stata colpa mia, perchè non ero ancora
preparato a pensarmi come una persona sempre in equilibrio
precario (e pensare che il pezzo parla proprio di questo,
ne è il manifesto).
Sugli altri brani non ho dovuto scavare.
Ero talmente a pezzi che o scrivevo o mi ubriacavo.
E mi sento completamente esposto quando li suoniamo
dal vivo, non riesco ad astrarmi da quella realtà,
o meglio, suonare quei brani mi allontana dai pericoli.
Una curiosità sui
tuoi concerti: gli sketch tra un brano e l'altro
sono
studiati prima, o nascono
sul momento? E' piuttosto straniante il contrasto tra
quei momenti e l'atmosfera delle canzoni...
Gli sketch ci vengono naturali e normalmente non sono
studiati.
Ogni sera, per spiazzarci, pensiamo ad un argomento
e lo mettiamo in scena, improvvisando..
Siamo stati in treno, in aeroporto, nel bosco, nell’antica
Grecia, a Firenze nel periodo di Dante…addirittura
piccole creaturine del mare…però questo
capita anche se ci incontriamo anche solo per parlare
o per fare le prove…dicevo prima: dei liceali,
dei goliardi…
Ultimamente, però, stiamo cercando di andare
un poco oltre il calambour:è
divertente, è spiazzante ma diventa anche una
forzatura, alle volte.
Preferiamo pensare essenzialmente a suonare.
Comunque il senso era fare uno spettacolo in bianco
e nero: tragedia ed idiozia…non forse intriso
anche di queste cose è l’uomo?
Ultimamente tutti ti paragonano
ai cantautori degli anni '60. E' stata una "scena" che hai amato
e che hai riscoperto ora, oppure è qualcosa
che è venuto fuori inconsciamente nelle tue
canzoni?
Penso che cercando davvero
di denudarmi sia andato verso quello che sentivo
durante l’infanzia e
purtroppo non sono nato nel 1981.
Di conseguenza, questo “fare le canzoni per fare
le canzoni” ha un approccio che può ricordare
i cantautori classici.
Lungi però da me pensare di potermi minimamente
collocare a fianco di incredibili persone come Endrigo,
Tenco, Bindi, Gaber (la lista è lunghissima,
ma non comprende Raf).
Io mi sento un universitario al primo anno, leggermente
soprappeso e con il fiato un po’ pesante…forse
sono fuori corso.
Questo significa che hai già perfettamente
chiaro quello che sarà, e che stai per scrivere?
Concludiamo così: si parla di una "trilogia
del tessuto".
Significa solamente che ho capito il senso ed il valore
delle parole:
Costruzione
Consolidamento
Dismissione
Ma se devo essere sincero, non so minimamente che cosa
potrà succedere.
O forse sì.
Non vorrei mai smettere di innamorarmi.
» Link in giro per MusiKàl!:
Paolo Benvegnù -
Piccoli
fragilissimi film
Paolo Benvegnù - Intervista
(6-5-2003)
Scisma - "The
Last Waltz" Concerto al Flog (FI)
Marco Parente - le recensioni
(15 aprile 2004)
|