MOLTHENI
intervista di Paolo Bardelli

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| Moltheni
live al Calamita (4 dicembre 2004) |
Moltheni è tornato. In maniera
sommessa e acustica, quasi in punta di piedi per non
disturbare, lasciandosi indietro i suoi primi due cd
sonici per abbracciare nuove sonorità più
intime, ma è comunque tornato. Per lo zoccolo
duro dei suoi fans, che lo amano in maniera sfegatata,
questa è una grande notizia. Anche perché
stavolta la pausa è stata lunga e la paura tanta
che la carriera di questo artista ingiustamente sottovalutato
si fosse arenata. Bisognava quindi sentir raccontare
direttamente dalla sua voce il cammino che l’ha
portato fin qui e cosa ci si deve aspettare dal nuovo
album “Splendore terrore”. Occasione per
la chiacchierata il concerto al Calamita del 4 dicembre,
prima data del tour del cantautore di S. Elpidio a Mare.
Ti avevamo lasciato nel marzo
del 2002 all’ultima data della tournée
di “Fiducia in un nulla migliore”, al Teatro
Dada di Castelfranco Emilia. Cos’è successo
da allora?
C’è stato un periodo
in cui mi sono proprio fermato, e ciò è
derivato dalla delusione dei rapporti che avevo con
un’etichetta, di cui non è bello fare il
nome, con cui avrei dovuto far uscire il terzo album.
Terzo album, registrato con la band come i primi due,
che è pronto e poteva uscire questa primavera,
ma non è uscito. Per fortuna ho instaurato un
buon rapporto con i Tre Allegri Ragazzi Morti con la
cui loro etichetta La Tempesta Dischi pubblico “Splendore
terrore”. Avrei potuto anche procurarmi altri
“rapporti”, attraverso altri miei amici,
come ad esempio Carmen Consoli. Dato per scontato che
uno trova un distributore, produrre un album non è
una cosa poi così irraggiungibile. Non l’ho
fatto perché forse non era il momento. Non mi
preoccupavo tanto per la mia carriera, e non me ne preoccupo.
Sicuramente non ho lasciato un vuoto incolmabile e non
lo lascerò se dovessi un giorno smettere, questo
è poco ma è sicuro. Sono stato un po’
harakiri artisticamente, parliamoci chiaro. Di occasioni
ne ho perse perché mi piace fare le cose che
piacciono a me. Ho cercato di trovare il momento giusto,
e il momento giusto è arrivato perché
ho incontrato una persona, ne è scaturita un’energia,
una sorta di serenità che è la base fondamentale
del mio carattere.
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| Moltheni
live al Calamita (4 dicembre 2004) |
L’album e il tour sono acustici:
scelta, esigenza o necessità?
Inutile nascondersi: economicamente,
non avendo né un contratto né un approccio
non dico con una major ma con un etichetta che abbia
una rilevanza, non eravamo nella possibilità
di fare molto diversamente. Potevamo registrare un disco
elettrico, perché il disco elettrico esiste come
dicevo prima e non possiamo tirarlo fuori, espellerlo,
farlo nascere per la burocrazia discografica. Diciamo
che abbiamo preferito optare per un’etichetta
più piccola che ci ha fatto nascere questo figlio
senza braccine e senza gambine, quindi elettrico-acustico,
di cui però andiamo molto orgogliosi. C’è
un grosso amore anche per questo figlio apparentemente
handicappato, ma che in realtà spera di correre.
Quindi questo altro disco c’è già…
Spero di poter dare buone notizie
alla stampa fin dall’inizio del prossimo anno.
Adesso c’è un’altra novità:
sto lavorando, ormai è ufficiale, con la Sugar
di Corrado Rustici, per cui ho scritto il testo di un
brano che andrà a Sanremo. Poi speriamo di continuare
oltre. E’ stata un’occasione, mi ci sono
buttato e ha funzionato molto bene, anche se attualmente
il mio obiettivo non è quello di scrivere canzoni
per altri. Vorrei ancora scrivere per me.
Perché “Splendore
terrore”?
Boh. Suona bene. Sono sempre stato
molto attento alla fonetica, anche nei miei testi. C’è
stato chi mi ha detto, vedendo le due campane raffigurate
una in copertina, l’altra nel retro: “Ah,
l’hai intitolato così perché si
devono sempre sentire le due campane: splendore e terrore”.
Ci sono rimasto malissimo perché è vero!
Ma non l’ho fatto apposta. Non è la mia
interpretazione, ma magari le prossime interviste dirò
così!
E le campane sono per dire che
sei tornato?
No, in realtà una volta sono
capitato in Piazza Maggiore e c’erano i campanari:
è stato affascinante. Hanno gli spartiti e c’è
tutta una tecnica: c’è uno che parte quando
l’altro scampana, e poi si può suonare
di andata, di ritorno… I campanari si mettono
la corda legata al braccio, tengono la campana ed il
batacchio e poi magari lasciano prima la campana e poi
il batacchio… E’ uno spettacolo! Mi ha affascinato
perché se ti metti vicino ti arriva una potenza
sonica che ti stordisce, non ci capisci più niente.
Mi è rimasto impresso in questi giorni e a distanza
di mesi mi sono detto: “Voglio mettere in copertina
una campana!”. E sono andato in biblioteca a fotografare
campane da manoscritti dei primi del Novecento.
In quest’album continui
a scrivere di te o analizzi la realtà che ti
circonda?
L’uno e l’altro. Quello
che ho scritto in passato è completamente un
autobiografismo, ora galleggio tra la realtà
e la fantasia. In “Fiori di carne”, poi,
c’è un chiaro riferimento politico. Continua
ad essere tutto estremamente autobiografico, ma c’è
anche dell’altro. Del resto sono un grosso appassionato
di politica degli anni ’70.
Si ringrazia Alessandro Marconcini
per la collaborazione.
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