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MARCO PARENTE
intervista di Daniele Paletta

Nell'aria del locale risuonano ancora gli ultimi momenti
del concerto
di Marco Parente ad AcusticaMente, le improvvisazioni
furiose e trascinanti che hanno sigillato vere e proprie
perle come "Adam ha salvato Molly" e "Succhiatori".
Marco scende dal palco e saluta tutti, amici venuti
a vederlo e gente dal pubblico che si ferma per scambiare
due parole con lui.
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| Marco
Parente dal vivo ad AcusticaMente (foto
di Pierpaolo Palazzo) |
Disponibilissimo, si presta anche a questa intervista:
la sua musica, le sue delusioni, la poesia, la nascita
e la vita dell'ultimo, bellissimo, "Trasparente".
Marco si lascia coinvolgere nella chiacchierata, senza
filtri e con una disponibilità e con una gentilezza
che mi ha sorpreso. Lo ringrazio anche per questo, oltre
che per lo splendido concerto a cui ho avuto la fortuna
di assistere.
Per iniziare, complimenti per
il concerto. Un paio di impressioni tue sul concerto
che hai appena fatto?
È un concerto molto passionale,
con diverse "sbragature" e sbavature; non
avevo un grande ascolto sul palco, per cui alcune cose
me le sono godute meno, altre me le sono godute molto.
Mi è piaciuto un sacco che il gruppo soprattutto
nella parte delle improvvisazioni si sia completamente
coeso, sono nate delle cose impreviste molto belle.
Mi è sembrato, infatti, che abbiate lasciato
molto spazio alle improvvisazioni: penso al finale di
"Adam ha salvato Molly"
Quello assolutamente, infatti sono
brani che teniamo abbastanza in fondo, nel momento in
cui c'è l'atmosfera e anche noi ci siamo messi
a nostro agio, e quindi c'è la possibilità
di essere magari meno concentrati però molto
più liberi.
Soprattutto sappiamo benissimo che nel finale di "Adam
"
o in "Succhiatori" succedono delle cose. A
volte vanno meglio, a volte peggio: oggi quelle cose
sono andate bene.
Torniamo un attimo indietro: so
che, stando a quanto avevo letto, il rapporto con Sonica
non era finito nel migliore dei modi; quindi non ti
chiedo cosa è andato male, ti chiedo cosa ti
resta di buono di tutto il tempo passato con loro.
Mah, mi resta la lezione che si impara
in tutte le cose che vanno a finire male, e che sono
quindi negative da un certo punto di vista, anche se
le più grandi lezioni vengono proprio dalle batoste,
dalle cose negative, e non dall'euforia; quando le cose
vanno bene, anzi, finisci magari poi per adagiarti.
In quel caso lì, beh, era un modo di incominciare
per conoscersi, però alla fine forse non eravamo
fatti l'uno per l'altra.
Io ho il mio ruolo di musicista, e loro il loro ruolo
di discografici, quindi di persone che dovrebbero tutelare
il mio lavoro
c'erano troppi conflitti d'interesse,
usiamo questa parola qui, molti conflitti d'interesse,
perché loro comunque sono musicisti e si creano
dei meccanismi strani, delle gerarchie per cui tu non
riesci ad andare oltre a una determinata situazione,
che poi alla fine è solo il migliore delle condizioni
possibili in cui tu devi lavorare
Era iniziato
bene per il primo disco, però io sento che mi
sono sempre fatto un grande culo, e grandi sacrifici.
Alla fine credo che ci si stimi a vicenda, ma non ci
capiamo
È piuttosto triste, anche perché noi,
da fan di certi gruppi, da fuori tendevamo a vedere
il Consorzio come una grande famiglia, o almeno loro
tendevano a presentarla come una grande famiglia
Ecco, lì è stato fallimentare
da questo punto di vista
fallisce sempre la grande
famiglia che, come dire?, che fonda tutta la sua etica
e i suoi principi solo sulla famiglia, senza tener conto
dei ruoli che si vanno a coprire in quel contesto lì
se
tu sei un ufficio stampa, devi saper fare l'ufficio
stampa, non mi interessa che tu abbia buon gusto o che
prima suonassi, e così anche per il discografico
che ti deve tutelare.
La grande famiglia è possibile, però io
l'ho trovata molto di più nella Mescal che non
in Sonica, che in teoria e nella sua facciata sembrava
molto più umana, molto più vera, molto
più leale; invece, in realtà, non era
così.
Cambiamo argomento
Beh, cambiamo argomento anche perché
in realtà ho perso molto tempo e non vorrei perderne
dell'altro
Comunque, non sei mai rimasto fermo anche nel periodo
in cui "Testa, dì cuore" è stato
abbandonato, no?
No, io non sono mai rimasto fermo
neanche quando "Testa, dì cuore" è
stato affossato, perché così è
stato, da Sonica dopo due mesi che era uscito, ho continuato
e ho fatto un sacco di cose, un sacco di esperienze.
Ho conosciuto tanti musicisti, e ho fatto le cose più
disparate: da colonne sonore per spettacoli di danza
a lavori con compositori di musica elettronica colta,
a lavori con un pianista jazz, con Bollani, con la big
band, il lavoro con i poeti beat e la carovana di "Pullman
my daisy" che mi hanno permesso di affrontare il
palco da solo per la prima volta, e quindi mi hanno
dato molto coraggio e sicurezza. Alla fine tutto questo,
però, è stato convogliato lì dove
io comunque voglio lavorare: io voglio fare dischi a
mio nome, e lavorare con tanti musicisti, e in questo
disco soprattutto sono entrate tutti quelli che sono
stati dei primi approcci e collaborazioni con questi
musicisti.
Mi sembra appunto che tutte queste collaborazioni e
tutte le varie esperienze alla fine siano finite in
"Trasparente", no?
È questo, esatto, è
proprio questo: è tutto in "Trasparente".
Sono passati sei mesi dall'uscita di "Trasparente":
a mente fredda, come ti sembra?
Non lo so, perché io il disco
non lo riascolto; lo ascolto molte volte mentre lo sto
finendo, durante la masterizzazione e anche a distanza
di un mese, poi smetto di ascoltarlo, ma ho fatto così
anche con gli altri dischi.
Per me ora è importante far rivivere "Trasparente"
ogni volta. Lo sto ricomponendo, ricostruendo, demolendo
e ricompattando, però lo sto rivivendo, fondamentalmente:
è come se ti dicessi che per me un concerto è
come rifare il disco, da un certo punto di vista. Non
riesco ad avere un commento a freddo sul disco "Trasparente";
sicuramente non ho rimpianti, potevo fare solo un disco
così.
Con tutte le condizioni e le cose che sono successe,
potevo fare solo un disco così, nel bene e nel
male.
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| Marco
Parente dal vivo ad AcusticaMente (foto
di Pierpaolo Palazzo) |
Sono stati tirati in ballo sempre
i soliti nomi, soprattutto come unione di elettronica
e fiati, o per la voce: i Radiohead e la famiglia Buckley.
Sono artisti che ti hanno ispirato, paragoni in cui
ti riconosci?
Mah, è normale, perché,
come dire, "chi prima arriva meglio alloggia"
in
realtà io personalmente avevo lavorato agli arrangiamenti
di "Adam ha salvato Molly" nei provini, prima
che uscisse "Kid
A", quindi non sapevo che i Radiohead
stessero lavorando con dei fiati. Per me è una
cosa bella, perché io amo questi gruppi, io amo
i Radiohead, ma ciò che amo di questi gruppi
è il fatto che c'è un approccio molto
simile, quindi se certe cose sono nell'aria, ripeto,
"chi prima arriva meglio alloggia".
Nell'aria ci sono delle influenze, delle cose che ritornano
fuori, come possono essere per i Radiohead gli ascolti
(si interrompe) Io ti potrei dire: sì,
ok, i Radiohead hanno tirato fuori fiati con l'elettronica,
ma io so benissimo da dove li hanno tirati fuori: hanno
ascoltato "Bitches'
brew" di Miles Davis, hanno ascoltato Mingus
io
ho ascoltato queste cose, anche per me sono state una
formazione, capito? Quindi a un certo punto ognuno fa
il suo percorso, certe cose sono nell'aria e tu le acchiappi;
poi chi prima arriva o chi arriva dopo
non è
questo il punto, perché chiunque mi dà
del derivativo rispetto a Radiohead o Jeff
Buckley sotto un certo punto di vista però
è un ignorante, perché non sa poi da dove
questi gruppi in realtà fortemente hanno preso
è una catena
Secondo me invece è bello avere una riconoscenza
verso le proprie radici, e soprattutto avere il coraggio
di affrontarle certe cose, perché i Radiohead
affrontano e negano tutto quello che hanno fatto prima
facendo un disco come "Kid A" o come "Amnesiac",
mentre Jeff Buckley purtroppo non ne ha avuto la possibilità.
Lavori molto a livello di testi?
Ti sembra che possano essere considerati non dico come
poesie, ma come qualcosa che riesca a vivere da solo,
anche senza la tua musica?
Non lo so
sicuramente io non
riuscirei a leggere il mio testo, perché io non
riesco a prescindere
il supporto di un poeta è
la carta, è l'inchiostro, e per alcuni c'è
anche l'urgenza di doverle leggere certe cose; per me
la cosa più naturale è scrivere delle
parole sulle quali faccio molta attenzione, con le quali
cerco di capire anche me in relazione alle cose e alle
persone, però io non posso prescindere dal desiderio
e dalla goduria di metterle sopra un tessuto che non
è un foglio bianco ma è la musica. Il
mio supporto è la musica, a me interessa la musica.
A volte le parole sono complicate, non arrivano, però
io so che quando non vengono le parole posso fare affidamento
sulla vocalità, sull'interpretazione, sul suono
e sulla musica che mi accompagna, per cui la poesia
è un'altra cosa. Con questo non sto dicendo che
è meglio la poesia.
É una cosa che mi irrita spessissimo, quando
mi dicono che un testo è talmente bello che sembra
una poesia: la poesia è la poesia, e ha tutto
un suo percorso, ma anche il testo musicale ha tutto
un suo percorso. È bene lasciarli separati.
(M & R): Io ti avevo visto tre anni fa e mi sembrava
che tutto fosse diverso
ora suoni con dei ragazzi
giovani: come li hai conosciuti?
Di tutte le formazioni che ho provato
questa è la formazione con cui sento che si potranno
fare tante, tantissime cose, anche riaffrontare un disco
come è stato "Eppur non basta", comporre
insieme a questi musicisti, perché sono, ognuno
per un motivo particolare, molto consapevoli, molto
bravi.
E poi, sai, la magia dei gruppi è casuale: queste
persone stanno bene insieme, io sto bene con loro e
credo che, rispetto a come abbiamo lavorato fino ad
ora, c'è un margine notevolissimo.
L'ultima cosa che volevo chiederti è se stai
lavorando su qualcos'altro e se ci sono dei dischi che
ti hanno impressionato nell'ultimo periodo. Concludiamo
con una domanda scema, insomma.
(ride) Sto lavorando.
Ho lavorato più che altro sotto Natale perché
avevo un po' di tempo. Per me comunque è un'abitudine,
se ho tempo, svegliarmi alla mattina, andare a uno strumento
e anche cazzeggiare: a volte anche dal cazzeggio viene
fuori qualcosa.
Ci sono già tre o quattro cose, molto pianistiche,
alcune col testo e alcune no, che mi iniziano a dare
una direzione di quello che potrebbe essere il nuovo
lavoro, però ancora non riesco a dire niente
di preciso.
Un disco bello? Quello di Johnny Cash.
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