| LALLI
intervista di Daniele Paletta

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Lalli e Pietro Salizzoni |
Non ha nessuna
paura di mettersi in gioco Lalli, di
raccontare le piccole cose che possono
cambiare la vita: storie di luoghi visitati che sembrano
incantati, storie di incontri musicali e letterari,
momenti ancora vivi nella memoria e importantissimi.
Lalli me le ha raccontate,
poco prima di cantare sul palco del “Calamita”.
Una chiacchierata preziosa, così
come preziose sono lei e le sue canzoni.
Parlando del tuo nuovo album,
mi sembra che ci siano molte più sfumature rispetto
a “Tempo di vento”. Cos’è cambiato
nel tuo modo di fare musica? Mi sembra molto più
aperto a sonorità diverse…
Sì, questo sicuramente, innanzitutto
perché per la prima volta mi trovo ad aver avuto
la fortuna di consolidare la collaborazione con Pietro,
e questo disco è veramente al 50% tutto suo,
perché è venuta veramente a crearsi una
sintonia innanzitutto su due punti fondamentali: uno
è che le canzoni dovevano stare in piedi voce
e chitarra, da sole, prima di tutto; e poi che bisognava
rendere in qualche modo giustizia alle storie che volevamo
raccontare e che ci premeva raccontare, rendendo loro
della leggerezza, dell’aria, volevamo che si sentisse
quest’aria, che le storie potessero volare più
leggere, perché potessero arrivare meglio alle
persone che le ascoltano. Su questi due punti fondamentali
abbiamo lavorato, io portavo un testo e lui portava
una musica; mi piace pensare, perché così
per noi è stato, a un piccolo lavoro di artigianato
Ogni volta ci trovavamo e tenevamo quello che per noi
era buono e fondamentale e si poteva anche buttare tutto
il resto, e da lì andavamo avanti.
Per le sonorità, non è stata neanche quella
una scelta a tavolino perché questi sono i suoni
che per noi a Torino sono quotidiani, li senti per la
strada. Per usare una parola brutta, che non mi piace
ma che rende bene l’idea, Torino è una
delle città più arabizzate d’Italia,
per cui quando scendi per strada da casa tua è
normalissimo sentire strumenti dell’area del Mediterraneo…
Anche questo, però, doveva essere solo a servizio
delle storie che volevamo raccontare.
Infatti, prima parlavi di
leggerezza, e rispetto a “Tempo di vento”
è una cosa molto evidente, al di là delle
chitarre, nei testi, nelle parole che tu canti. Lo riascoltavo
oggi e mi ricordava in qualche modo “Linea gotica”
dei C.S.I. (Lalli annuisce), un disco molto…
Cupo.
Mi dava l’idea di vecchie
fotografie, di ricordi che andavi a tirare fuori…
Sì, anche perché quello era il
primo disco a nome mio, e quindi io avevo una storia,
un sentiero di 10 anni da raccontare, che avevo l’urgenza
di raccontare, perché mi sembrava che se non
lo avessi fatto io non lo avrebbe fatto nessun altro:
ecco perché suona così, e credo che nel
disco si senta. “All’improvviso, nella mia
stanza” nasce da un bisogno ancora diverso, che
è quello di raccontare delle storie, anche qui
con l’urgenza e la paura che le storie piccole
vadano perdute nella storia grande…ma poi sono
le storie piccole che fanno la storia grande e quindi…
In alcuni dei tuoi testi
tornano molto spesso dei luoghi, come Chenini, Buenos
Aires, Mostar…sono posti che hai visitato? Anche
solo leggendo i testi, danno l’idea di descrizioni
molto vive, come se tu fossi stata lì, e li avessi
visti.
Beh, Chenini è un posto dove sono stata
e dov’è successo, per combinazione, nel
giorno in cui sono stata lì, questo piccolissimo
episodio: erano due anni che non pioveva, ho avuto la
fortuna di capitare lì un pomeriggio in cui il
cielo ha cominciato a tuonare per ore e ore e poi finalmente
ha incominciato a piovere…Chenini è un
villaggio berbero strano, le case sono scavate nella
roccia, la gente abita dentro queste rocce, e vedevi
la gente spuntare dalla montagna, vedevi queste persone
che spuntavano da questi buchi nella montagna e aspettavano…a
un certo punto si è messo a piovere, ed è
piovuto in realtà pochissimo, ma c’era
un’euforia generale, perché era due anni
che non pioveva…
Ultima domanda a proposito
dei testi: come nascono? Tu hai bisogno di spazi intimi
per scrivere? Quali sono, se ne hai, i tuoi maestri,
sia come cantautori che come scrittori?
Mah, sai, uno scrive, e non sa né come
né perché, né cosa ne farà
né cosa scriverà…
Maestri sono sostanzialmente tutti i libri che ho letto
e che mi hanno fatto innamorare, per un motivo o per
l’altro; di sicuro la prima, ma perché
è un amore che dura da tanti anni, inossidabile,
è Marguerite Duras, perché lei aveva per
me una scrittura orizzontale, che arrivava come a tagliare
le parole e te le poneva lì in maniera orizzontale,
era come se la storia che stava raccontando non la stesse
raccontando, ma la stesse squarciando dal buio e te
la aprisse all’improvviso davanti agli occhi,
e nella testa cominciasse a fartela vivere proprio…questa
è stata una scrittura che ha rivoluzionato il
mio modo di guardare i libri.
E poi, non lo so…”All’improvviso,
nella mia stanza” è un riferimento a Marguerite
Duras, perché ho voluto portarmela dietro anche
qua…era un ritornello di una vecchissima canzone
francese, qualche tempo aver conosciuto Andreas Steiner,
andavano in giro per le campagne o sul lungomare della
Normandia e cantavano sulla loro macchinetta questo
vecchio ritornello, che era “All’improvviso,
nella mia stanza ci sei tu…all’improvviso,nella
mia stanza in questo buio ci sei tu…”.
Ho cercato anche di trovarla questa canzone, ma non
l’ho mai trovata, non sono mai riuscita a risalire…
È una canzone degli
anni ’20?
Non lo so, credo che sia degli anni ’40-’50,
non so…
E poi anche gli ascolti fanno da maestri, nel senso
che dalle cose che fai in qualche modo si capisce che
cosa hai ascoltato…prima di tutto De André,
che era in Italia la persona che ha fatto musica, a
cui ho voluto più bene, come se fosse stato una
persona di casa mia, perché per me era veramente
una persona di casa mia, alla quale veramente mi sarebbe
piaciuto far sentire le cose che scrivevo.
E non sei mai riuscita?
No, insomma, va così…e poi, insomma,
cantanti donne tantissime, non so, posso dirti Mia Martini,
Patti Smith, Nico…tantissime, mi dispiace persino
dimenticarne qualcuna. Non vorrei citare nessuno, perché
sono talmente tante…
Tornando a Torino: guardando
i libretti dei dischi dei gruppi che vengono da lì,
mi sembra ci sia una collaborazione molto intensa…tu
e i Perturbazione, oppure anche a livello di film, Marco
Ponti che affida le colonne sonore ai Motel Connection,
o Mimmo Calopresti con te (la sua “Testa storta”
era scritta per la colonna sonora del film “Preferisco
il rumore del mare, ndi). Torino dà l’impressione
di essere molto viva…
A me sembra così, io credo che Torino
in realtà sia una città molto “
a punta”, dove le contraddizioni sono sempre molto
forti, non mostrano mai delle facce molto variegate,
le contraddizioni si aprono in maniera forte e spesso
per quelle che sono, ed è una città nella
quale conseguentemente è anche molto difficile
e molto duro vivere; però penso che l’altra
faccia di Torino sia proprio questa: succede che, anche
grazie a questo fatto di avere queste contraddizioni
sempre in maniera molto verticale, si aprano poi delle
possibilità in profondità inaspettate,
e si ricevano dei regali grandissimi. Io credo che questo
sia uno dei motivi, se non il principale, per cui a
Torino ci sia molta gente che ha delle cose da dire,
che suona, che scrive, proprio perché in qualche
modo vivere in quel posto ti dà, nonostante sembri
il contrario, la possibilità di aprire la tua
finestra sul mondo. Io la adoro, quindi sono di parte,
non posso dire niente…
I Franti…una storia
che risale a un po’ di anni fa. Tu che ricordi
hai?
Dei ricordi molto belli, (lungo silenzio, ndi).
É un po’ come se ci fosse bisogno di ancora
un po’ di anni per poter raccontare in maniera
più serena le cose che hai vissuto in quel periodo;
a oggi non c’è quasi niente, forse niente
che possa assomigliare a quel periodo lì, ma
non per mitizzarlo né per demonizzare in nessun
modo…è che la realtà dei fatti,
parlo soprattutto della musica, è che si suona
in maniera diversa, si canta in maniera diversa, si
fa musica, nel senso di come la pratichi, in maniera
diversa. Tutto l’aspetto più prettamente
politico di quello che era il fare musica di quel tempo
non esiste più, e se esiste, esiste solo in una
minima parte, ed è quasi delegata a degli aspetti
assolutamente ideologici, che non rispecchiano quello
di cui la gente ha bisogno; la gente esprime di avere
bisogni diversi oggi rispetto alla musica.
Io, però, senza i Franti non sarei nulla, non
sarei qua, quindi soprattutto a quelle persone, e a
quell’esperienza io devo praticamente il 50% della
mia vita: l’avermi dato la possibilità
di cominciare allora a cantare ha aperto il mio futuro.
Progetti nuovi?
Ho collaborato al disco solista di Massimo
Zamboni, dove ho cantato, credo (ride), quattro brani,ed
è un disco che uscirà per la Fandango
a Gennaio.
Fa un po’ ridere, però ho fatto l’attrice
in un film di Daniele Gallianone, che è un regista
di Torino che aveva fatto la sua opera prima tre anni
fa, presentata a Cannes e accolta benissimo, che si
chiamava “I nostri anni”. Questo film si
intitolerà “Nemmeno il destino”,
tratto da un romanzo breve di Gianfranco Bettin, ed
è la storia dell’amicizia di tre ragazzini
di diciassette anni di una periferia del mondo; il film
è ambientato nelle periferie di Torino, ma comunque
credo che si possano riconoscere tante periferie in
questa mancanza di prospettive, mancanza di sogni non
grandi, ma anche solo di sogni piccoli, come non soffrire
più così tanto o come poter cambiare il
proprio destino. Io faccio la parte della mamma del
protagonista. Non so bene neanche questo quando uscirà,
credo che al momento sia finito il montaggio, ma si
deve ancora parlare della colonna sonora.
È stata la tua prima
esperienza come attrice?
(ride) Sì, forse
anche l’ultima…credo di essere stata fortunatissima,
perché ho incontrato Daniele Gallianone e Alessandro
Scipo, l’aiuto regista, torinesi d’adozione,
che sono due persone di una sensibilità veramente
enorme, con le quali è stato persino facile lavorare,
perché avevano le idee così chiare su
quello che volevano date, e allo stesso tempo avevano
dei modi, e anche i toni di voce, che tenevano talmente
in conto la tua sensibilità che è stato
un sogno, una cosa bellissima. Io spero di essere stata
all’altezza, perché io non mi sono mai
vista, quindi…sarà un dramma pazzesco!
Poi, rispetto alla musica, tra la fine di quest’anno
e fino a giugno dell’anno prossimo cercheremo
di fare più concerti, o perlomeno alcuni concerti
mirati, in teatro, perché vorremmo registrare
un disco dal vivo.
» Link in giro per MusiKàl!:
Lalli - Concerto
al Calamita
C.S.I. - la Kalporgrafia
(20 novembre 2003)
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