La finta gioia di
Moltheni
intervista
di Paolo Ansali 
Negli uffici romani della BMG, tra
le foto giganti di Antonello Venditti e Gigi D'Alessio,
incontriamo un tipo che sembra un elfo. Fisico minuto,
sguardo spiritato, i capelli e la barba lunga, si infervora
parlando di Soundgarden e Led
Zeppelin.
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Puo dare l'idea di essere qui per
sbaglio ma non è così. Moltheni (al secolo
Umberto Giardini, marchigiano di nascita ma bolognese
d'adozione) è uno dei cantautori rock più
genuini emersi nel panorama italiano negli ultimi anni.
Grazie all'interessamento del compianto Francesco Virlinzi
della Cyclope è arrivato al debut-album nel 1999
con "Natura In Replay", mettendo subito in
luce il suo particolare stile. L'anno successivo è
passato per le forche caudine di Sanremo Giovani con
"Nutriente", apparendo in un contesto a lui
totalmente estraneo. Dopo un periodo di silenzio torna
con il secondo lavoro "Fiducia Nel Nulla Migliore",
prodotto da una firma ecellente (Jefferson Holt, storico
primo manager dei REM), un disco sicuramente singolare
per la nostra scena musicale. Singolare come lo stesso
Moltheni, che ama parlare a ruota libera di tutto ciò
che è musica.
Perchè sei arrivato sino
in North Carolina per realizzare il nuovo disco?
Inizialmente si pensava di realizzare il disco a Milano.
Poi Jefferson Holt ci ha chiesto se volevamo raggiungerlo
negli States e io e la mia band siamo partiti, anche
perchè cercavamo un approccio sonoro americano
e non pop come il primo album. I primi due giorni ci
siamo solo ambientati e rilassati, girando per locali.
Il produttore artistico Chris Stamey mi ha poi spiegato
il suo metodo di lavoro dicendo:"dimenticate i
metodi italiani, registreremo tutto in diretta, senza
sovraincisioni". Per fare questo dovevamo essere
molto preparati. Ci siamo chiusi in un locale, per una
settimana, provando i pezzi anche 30 o 40 volte di seguito
e in un mese e mezzo abbiamo realizzato il disco. Holt
è venuto come supervisore solo negli ultimi giorni.
Per il tuo nuovo album si è parlato di sonorità
vicine al grunge dei primi anni novanta...
Più che grunge parlerei di stoner, un sound
grezzo e distorto che si orienta verso l'hard-rock tipo
Black Sabbath, creato anni fa da bands geniali come
Kyuss e Melvins. Certo, non mi permetterei mai di accostare
"Fiducia Nel Nulla Migliore" a un disco del
genere ma non nego che i miei riferimenti in questi
ultimi anni sono orientati in quella direzione.
Ascoltando ora il disco sei soddisfatto della produzione
americana?
Si, anche perchè hanno utilizzato dei metodi che
non conoscevo. In studio c'era un vecchio mixer analogico
che ha reso le sonorità più calde e potenti
al tempo stesso, ha dei bassi molto pompati. Io cercavo
qualcosa sullo stile degli Screaming Trees, a tratti
tenebroso, a tratti più veloce, sempre molto elettrico,
"chitarroso", se vuoi un po' "fuori moda"...
I tuoi testi sono sempre molto particolari, a tratti
sembrano un po' pessimisti o sbaglio?
Beh, c'è stata una ricerca tra musica e testi.
Sui testi ci ho lavorato un anno. Adesso non vorrei
dire una bestemmia ma volevo fare qualcosa che fosse
a metà strada tra la poesia di Jeff
Buckley e la potenza dei Kyuss. Forse è la
prima volta in Italia che un artista fa una cosa del
genere. Nel mio piccolo aspiro a realizzare il meglio
possibile, senza compromessi
La scomparsa di Francesco Virlinzi ha influenzato
in qualche modo l'atmosfera del disco?
Non vorrei apparire poco romantico ma direi assolutamente
di no, anche se è stata un perdita gravissima.
"Fiducia Nel Nulla Migliore" è comunque
un disco adulto e riflessivo, che richiede diversi ascolti
per essere apprezzato.
Quanto tempo ci è voluto per comporre i nuovi
brani?
Devo dire che almeno quattro canzoni le eseguivo dal
vivo già un anno fa. Io non mi creo problemi se
incidere o no un pezzo già sentito. Il singolo
"Finta Gioia" ricordo di averlo improvvisato
durante un bis a Verona davanti a duecento persone.
Nei prosssimi concerti ci saranno inoltre due o tre
pezzi che inciderò in futuro...
Ho letto in una intervista che ti piacevano molto
gli Smiths. Come sei arrivato alle sonorità potenti
di oggi?
Li ho scoperti ai tempi di "Hatfull Of Hollow",
quando ero solo un ragazzino. Loro dimostrarono come
negli anni '80 non ci fossero solo personaggi per me
ridicoli come Boy George o Adam Ant ma anche cose molto
più di classe. Poi un giorno vidi il concerto di
un gruppo chiamato Miracle Workers che mi cambiò
la vita. Rimasi molto colpito dal loro look (pantaloni
di velluto, camicie psichedeliche e capelli lunghissimi)
e dalle sonorità acide che producevano. Fu amore
a prima vista! Iniziai ad andare ai concerti di band
garage-psichedeliche americane come Dream Syndacate
e Opal. Ricordo che c'era poi un periodo che consumavo
i dischi dei Soundgarden trovando affinità incredibili
con i Led Zeppelin. Passavo ore a studiare gli arrangiamenti,
le sonorità particolari del chitarrista indiano,
i tempi dispari di Matt Cameron, la voce pazzesca di
Cornell. Questo mi ha aiutato a far emergere la mia
anima più rock...
A parte la tua musica, c'è qualche band giovane
in Italia che trovi interesante?
Conosco molto bene i Verdena. A mio avviso il loro ultimo
lavoro "Solo un grande sasso" è uno dei
migliori dischi rock mai realizzati in Italia, rappresenta
quello che la PFM o gli Afterhours hanno fatto negli
anni precedenti. Il chitarrista Alberto è un piccolo
genio, usa una marea di pedali contemporaneamente e
sa sempre quello che fa. Conta che sono solo ventenni.
Io ho trentatre anni e penso che smetterò prima
dei quaranta, non mi vedo a fare il rocker a quella
età, ancora in giro per i palchi. C'è un età
per fare delle cose e c'è un periodo per sviluppare
altri progetti. Lascerò spazio ai giovani...
(22 ottobre 2001)
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