GINEVRA
DI MARCO
intervista di Paolo Bardelli

E’ una serata importante per
il Calamita. Il pienone di gente è di quelli
giusti, l’attesa è abbastanza palpabile,
il ritorno di Ginevra Di Marco atteso. Prima però,
tra la cena alla “Capra” (nota trattoria
cavriaghese dal nome già evocativo) e l’inizio
del concerto, Ginevra ha accolto ben volentieri l’invito
a rispondere a qualche nostra domanda. Questi sono gli
appunti delle sensazioni che ci ha raccontato.
Era inevitabile che la
tua voce incontrasse la musica popolare? Sembra che
vi siate annusati un po’, penso ad “Ederlezi”,
fino ad arrivare a queste “Stazioni Lunari”…
“Probabilmente ci sono stati degli agganci che
venivano da più lontano. Ci siamo chiesti con
Francesco Magnelli se questo interesse per la musica
popolare ci fosse anche nei tempi di C.S.I., in qualche
maniera. E’ probabile. Con “Ederlezi”
c’è stato un primo approccio, nel frattempo
ci sono state interruzioni di rapporti, gruppi sciolti,
ma in realtà tutto è successo con “Stazioni
Lunari”, questo spettacolo ampio in cui la musica
si è aperta ai nostri occhi in una grande espressione
di sé. Abbiamo riscoperto canzoni e interpreti,
insieme anche a tutti gli artisti che hanno partecipato
a “Stazioni Lunari”. Mi sono ritrovata ad
interpretare canzoni che non mi sono andata a cercare
ma che mi sono arrivate vicino, e ci ho preso un gran
gusto!”
Ci sono state delle canzoni o
culture che hai voluto fortissimamente mettere nel disco?
“In partenza un’attrattiva forte è
arrivata con il viaggio che feci con i C.S.I. a Mostar.
Lì ho sedimentato un po’ di interesse per
la cultura balcanica in genere e per certe modalità
di canto tradizionale che hanno loro, canti di festa,
per stare insieme. Poi da lì in realtà
non ho fatto degli studi, ma ci sono state come ho detto
una serie di canzoni che mi si sono avvicinate da sole”.
Beh, avrai dovuto studiare poi
le lingue delle canzoni…
“In realtà non ho studiato quanto avrei
dovuto perché è stato un approccio molto
spontaneo e diretto. Ci sono un sacco di sfondoni nel
disco a livello di pronunce ma mi interessa relativamente.
Il fatto di avere musicalità ti aiuta con le
lingue a livello di orecchio. E’ stato un viaggio
molto naturale e puro”.
Mi capita a volte di avere delle
“fisse” per certe canzoni: cosa mi dici
di “Elianto” in “Acau” di Maroccolo?
C’è qualche storia dietro a quella interpretazione
speciale e a quel testo semplice ma sofferto?
“Elianto” è una storia particolare,
molto contraddittoria. E’ un pezzo che ho amato
moltissimo arrivato in un momento di grande confusione
umana. “Acau” è stato abbastanza
sconvolgente, perché determinava un sacco di
bellezze da una parte e la rottura di altre dall’altro
lato. E’ stato un periodo in cui non sei tanto
padrone di te stesso, un periodo tosto. Però
sono legata a quella canzone perché il testo
l’ha scritto il chitarrista che suonava con me
prima, Massimiliano (Gambinossi, n.d.i.). E’ un
testo che io amo molto perché ha un aggancio
al pensare come quanto spesso si possa confondere l’amore
con tante altre cose che ci sono intorno. A volte chiamiamo
amore ciò che non propriamente è, ma questo
purtroppo lo si capisce solo col tempo e con l’esperienza.
Mi serviva in quel momento cantare qualcosa che mi ricordasse
che si fa presto a dire amore, che non è tutto
ciò che ci luccica vicino ma forse prevede anche
una certa sorta di sacrificio e fatica”.
Si parla tanto della contrapposizione
uomo/donna. Come ti piacerebbe fosse descritto il tuo
essere donna nel panorama musicale italiano, quale aspetto
sottolineato?
“Io sento che ciò che mi attrae è
il lato più terreno. Il fatto di stare sul palco
mi piace relativamente, mi piace avvicinare la gente
più che posso. Sto cercando di portare la mia
carriera sempre più in basso invece che sempre
più in alto. Ho una sete di rapporti, di sorrisi,
di buona disposizione, di cercare di stare bene con
quello che si ha, far sì che la musica ci faccia
stare bene. Mi piace pensarmi come una vicinanza,
una voce terrena, una voce materna, amichevole,
confortevole”.
C’è qualcosa che
ti manca delle esperienze C.S.I./P.G.R.?
“Mi manca Giovanni, dal lato più umano.
Non ci siamo più visti e sentiti da quando si
sono sciolti i P.G.R., probabilmente poi perché
le cose vanno lasciate decantare per conto loro, però
credo che ci vogliamo un gran bene da lontano. Mi manca
lui come persona, andarlo a trovare, andare in montagna
da lui. Non tanto il lato artistico o musicale, riguardo
al quale comunque ho pensato tante volte che avremmo
potuto fare altro insieme, anche se è pur vero
che se non si è verificato forse la storia era
finita lì. I problemi comunque non sono stati
tra me e Giovanni, per cui in realtà è
stata un po’ una costrizione separarmi da lui.
Ma ci rincontreremo, io penso che prima o poi succederà”.
Quali sono invece le esigenze
che senti per l’immediato futuro?
“Non mi sono mai sentita bene a cantare come in
questo disco, in cui ho scoperto delle corde di me che
ancora non erano venute fuori. Mi è successo
quasi di raccontarmi attraverso i canti di altri, come
se venissero a dirmi qualcosa di me stessa. Nel fare
un concerto come quello di stasera mi viene un cuore
così perché spazio in diecimila timbriche,
tonalità, sapori, significati che accomunano
le persone perché hanno dei codici primordiali
che riguardano tutti. Ai concerti la gente viene molto
coinvolta da una forza che sembra venire dai nostri
nonni, ce l’abbiamo addosso, sotto pelle, e questo
è bellissimo, me la sto godendo da matti! Essendo
stato il primo esperimento in cui mi lanciata con grande
spontaneità, mi piace poter navigare ancora in
queste acque, andare a cercare altre cose da interpretare
perché… mi fa stare bene! Sono le mie corde.
La musica popolare-tradizionale è infinita, credo
che ci navigherò ancora un po’ dentro”.
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