DRM
intervista di Daniele Paletta
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| DRM,
in senso sonico: Marzio (elettronica), Federico
(voce e chitarra), Alessio (chitarra) |
La data del “Live
in Kalporz!” ci dà l’occasione
di parlare con i DRM, autori esordienti
di un disco che getta ponti tra l’elettronica
mitteleuropea e la canzone d’autore italiana.
Un disco sorprendente e acclamato, e i loro autori sono
ben consapevoli e fieri di ciò che hanno realizzato.
(dove non è specificato, le risposte sono
di Federico, cantante e chitarrista del trio)
Come sono nati i DRM, come nasce
il nome?
DRM nasca da Dura Madre, che era il nome che avevano
in origine i due terzi del gruppo; dopodiché
i Dura Madre si sono sciolti e con l'ingresso del restante
terzo (Marzio) siamo diventati DRM; da lì il
progetto, che inizialmente era molto acustico, in quanto
c'erano chitarra, basso, batteria e voce, si è
spostato verso una cosa molto più elettronica.
Il progetto DRM è nato un anno e mezzo prima
che uscisse il disco, è nato con il proposito
di fare il disco.
Ho ripescato proprio oggi su un
vecchio cd, la compilation "Sonica 2000",
un pezzo dei Dura Madre (loro se la ridono di gusto,
ndi) che si chiamava "Ad occhi chiusi mi fermo".
Si nota anche una certa differenza nel tuo modo di cantare;
sembra che tu abbia lavorato molto sulla voce, sul fatto
di usare un registro molto alto.
Quella canzone lì aveva una certa validità,
però siamo ad altri livelli, ora. Quello era
un livello di un gruppo che deve ancora fare un disco,
che per me era notevole, perché comunque i dati
di fatto l'hanno detto, ma che era ancora debitore di
influenze ben chiare, mentre ora abbiamo più
che altro lavorato sul definire la nostra identità.
Quindi anche tutto il discorso sullo studio di se stessi,
su cosa può dare una voce è andato molto
più in profondo, quindi il lavoro c'è
stato, e ci sono stati anche due anni di vita. Penso
che l'età, insomma, faccia…
Una curiosità sul titolo:
come mai "Haiku"? Come mai questo tipo di
poesia giapponese?
Perché era una passione letteraria (anche se
di solito le passioni sono su diversi campi hanno le
stesse caratteristiche, nel senso: se ascolti un certo
genere di musica leggi un certo tipo di letteratura…),
e quindi haiku era una parola che simboleggiava un certo
modo di fare una sintesi.
L'haiku è una poesia sintetica, fatta di pochi
versi, che però rende tutta l'impressione da
cui è partita in una forma poetica. Io penso
che "Haiku" come disco sia un disco che fa
della sintesi, dell'estrema stilizzazione della canzone
la sua caratteristica, che però riesca, nonostante
ci sia una canzone ridotta all'osso, a evocare l'impressione
da cui è nata in maniera soddisfacente. Credo
che più sintetico è il messaggio e più
ti lascia, a te come ascoltatore, la possibilità
di elaborarlo ed esserne protagonista, anziché
avere un ruolo passivo nell'ascolto.
Anche il testo della canzone "Haiku"
dice "sono onesto, a me basta questo"…
C'è tutto un rincorrersi di significati intorno
all'haiku, perché è il titolo del disco,
ma poi se apri la copertina c'è un haiku poetico,
e poi haiku è anche una canzone del disco, non
solo è il titolo del disco. Nella canzone "Haiku"
c'è un haiku, che però non è lo
stesso, ma un haiku più terreno, forse ironico,
ma non per questo meno serio, anzi, forse è il
più serio di tutti. E' un ricco insieme di significati
del quale eravamo coscienti, e abbiamo voluto farlo
così a sottolineare la validità della
parola haiku in quanto rappresentante di questo progetto,
del primo disco. Penso che lo rappresenti bene.
Avete avuto riscontri molto positivi
praticamente dappertutto. Quali sono state le vostre
reazioni?
(ridono) Secondo me le merita il disco queste attenzioni,
sinceramente. Lo merita non perché sia un capolavoro,
ma perché contestualizzandolo nella musica italiana
e in quella europea ha un suo valore grosso, forse di
apertura, forse è l'inizio di qualcosa. Forse
il futuro non è nostro, non voglio dire questo,
però può essere l'inizio anche per qualcos'altro.
Secondo me erano giusti e non siamo stati sorpresi,
però lusingati, tanto. Quando uno fa una critica
che dimostra che il disco è stato capito, che
è stato capito dove volevamo arrivare, è
come quando ascolti un disco che rappresenta il tuo
modo di sentire: ti lusinga molto.
Come sono nate le vostre collaborazioni,
e cosa vi hanno lasciato?
Forse è la prima volta che lo dico, ma invece
di pensare a come sono nate forse si può dire
che sono l'inizio di un certo modo di interagire con
altri musicisti. Senza andare troppo nel futuro, che
comunque noi stiamo già programmando, penso che
sia un modo di fare innovativo, quanto meno per l'Italia.
Si è sempre vista la collaborazione come uno
sfruttare la bravura di artisti affermati per portare
avanti un certo discorso, qui invece secondo me c'è
un grosso equilibrio tra la proposta che noi abbiamo
fatto all'artista e la validità della sua collaborazione
con noi.
La collaborazione deve essere vista come evento normale
nella musica, come forma di lavoro che non ti snatura.
Se hai una forte identità, non devi temere che
grandi artisti come To Rococo Rot o Retina.it snaturino
la tua proposta: se hai una tua identità viene
fuori comunque, anzi può soltanto essere arricchita.
Con i Retina.it la canzone era già pronta, il
loro è stato propriamente un remix. Ci piaceva
l'idea che facessero il loro lavoro caratteristico,
quello di "Volcano wave", su una base che
non gli apparteneva molto, perché oltretutto
era molto chitarrosa all'inizio.
Con i To Rococo Rot è nato tutto da Marzio, nel
senso che lui all'inizio del disco, mettendo "Kölner
Brett" nel lettore, ci ha detto: "Ragazzi,
noi dobbiamo suonare esattamente così".
Marzio: In realtà ho detto
"Secondo me questo è un disco che dobbiamo
prendere come esempio in assoluto". Loro non l'avevano
mai sentito…diciamo che ho fatto poco!
Tecnicamente è nata da una
mia abitudine che è quella di trovare linee vocali
su pezzi strumentali che non sono nemmeno nostri. Quasi
sempre rimane la parte vocale, sulla quale poi costruiamo
dei pezzi nostri.
Marzio: In quel caso avevo ascoltato
questa canzone loro, e l'idea all'inizio era quella
di rifare il pezzo. Poi però ci siamo detti:
E' perfetta…ma perché dobbiamo rifare una
cosa perfetta?" Li abbiamo contattati, e il risultato
è quello che si sente.
Tra l'altro in quella canzone
("Generazione chimica", ndI) c'è un
pezzo del testo che dice "gioventù sonica",
e non te lo aspetteresti… bene o male, i Sonic
Youth e l'elettronica sono cose quasi opposte…
Permettimi di dire che non è vero. Materialisticamente
è vero, nel senso che abbiamo usato strumenti
diversi, però la maniera di comunicare è
quella, su questo io non ho dubbi. Sono convinto che
nel 2000 essere sonici non è essere come i Sonic
Youth, nel senso che quella era la partenza della sonicità.
Ora va trovato un modo di essere sonici, di portare
avanti un discorso che è stato fondato egregiamente,
ma ora va trovato un modo diverso, un modo più
attuale; bisogna trovare linguaggi più adatti
ai giorni d'oggi.
Marzio: penso che Federico volesse
anche sottolineare l'appartenenza culturale a certe
sonorità, a un certo tipo di cultura giovanile.
Non ti sto dicendo che siamo un gruppo
noise, ti sto dicendo che noi in maniera evidente rappresentiamo
con strumenti diversi qualcosa che abbiamo appreso dal
passato.
Alessio: Ma poi quella canzone fa
riferimento a una generazione attuale, che comunque
è figlia di quella gioventù. Astraiti
dai DRM, non guardare i DRM come figli di gioventù
sonica, ma questa gioventù figlia di gioventù
sonica è una generazione chimica, prende le droghe.
Droghe, droghe sintetiche.
Marzio: Coi Sonic Youth ti facevi
le canne, ora magari ti impasticchi un po'…
Tanti mi hanno detto che dal titolo
questa canzone poteva sembrare attuale, molto da MTV.
Sì, è vero, però vai a vedere il
contenuto! Se la nostra generazione è stata definita
chimica (non la invento io, l'ha detto MTV, quindi vuol
dire che è vero), ora però te la spiego
meglio, meno in maniera pubblicitaria. Generazione chimica,
ok, ma ti dico da dove siamo arrivati. Tanti si sono
stupiti di questo riferimento, ma mi sembra così
evidente…l'affermazione del proprio essere nasce
anche dall'affermazione del proprio passato.
La vedo molto coerente come affermazione.
Alessio: essere sonici non vuol dire
essere dissonanti come i Sonic Youth, è un'onda
sonora…anche i Muse sono sonici, è una
cosa che va aldilà della dissonanza, è
un muro di suono…
E' una intensità emotiva che
ti dà il suono…oltre una certa soglia sei
sonico, secondo me. Per me il nostro disco è
"mediamente sonico".
Molto particolare è l'artwork.
Che idea c'è dietro?
Marzio: L'idea è di fare la cosa più semplice
e pura possibile, in linea con quelle che erano le intenzioni
del disco. Me la sono immaginata, l'ho raccontata a
loro e hanno capito quello che volevo dire. E' un haiku
anche quello: dietro c'è la voglia di comunicare
che per dire tanto non bisogna sempre mettere in fila
un miliardo di parole. Con le cose più piccole
puoi riuscire a catturare l'attenzione della gente.
L'unico elemento che voleva mettere un po' di disordine,
un punto interrogativo, è il foro che c'è
in copertina, e ognuno può leggerla come gli
pare.
Ultima domanda: progetti
nuovi, a parte i concerti nei club che farete adesso?
E' ancora presto per parlarne. Ci sono progetti nuovi,
che non significa un secondo disco, ma progetti intermedi.
Vorremmo arrivare al secondo disco con una visibilità
abbastanza chiara all'estero. Arrivare al secondo disco
e avere la sensazione abbastanza chiara che all'estero
sappiano chi siamo.
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Live in Kalporz!
DRM - Haiku
Sonic Youth - la
Kalporzgrafia
(6 gennaio 2004)
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