| BLACK
FOREST / BLACK SEA
intervista di Raffaele Meale
e Daria Pomponio
E’ appena finito il concerto
alla Locanda Atantide, la gente comincia pazientemente
a sfollare, qualcuno si rifugia nella birra. Jeffrey
Alexander è di nuovo sul palco, sta sistemando
il violoncello di Miriam Goldberg nella custodia.
Ci avviciniamo per un breve scambio di battute.
Che brano è quello che avete suonato subito dopo
la pausa, come primo bis? Quello per cui vi siete scusati
in anticipo, visto che non l’avevate mai provato…
Ah, sì… è un
brano del folklore ebraico. Sinceramente non ne conosco
il titolo, non l’ho mai saputo, ma sicuramente
Miriam, la mia fidanzata, lo sa. E’ lei che ha
proposto di suonarlo. So che è un canto popolare
molto antico, risale a migliaia di anni fa…ma
il titolo, proprio no…
Ok, chiederemo a lei… cosa ne pensi piuttosto
della scena folk? La nuova scena folk americana…
Oh, certo, la nuova scena folk…bè,
posso dirvi che siamo tutti amici, ci vogliamo bene.
Veramente, sono tutti miei amici, ci piace suonare insieme.
Ci capita a volte di spostarci tutti in massa da un
posto ad un altro, pur di suonare insieme. E’
veramente splendido…potremmo dire che è
una sorta di comunità a sé…
Nella vostra musica appare abbastanza facile distinguere
due facce: una rivolta verso la musica popolare, la
musica acustica, e l’altra verso l’avanguardia
sonora, un approccio più vicino al rock. Ti riconosci
in questa descrizione?
Sì, direi decisamente di sì.
E’ vero, sono convinto anche io che la nostra
musica abbia due facce, e mi piace proprio per questo.
Io adoro la musica acustica, ma è anche vero
che ho una passione per l’avanguardia e per il
rock, quindi mi piace mischiare. Insieme a Miriam ci
siamo detti “bene, se ci piacciono entrambe le
cose facciamo un po’ una cosa è un po’
l’altra”…
Bè, ora vorremmo qualche informazione sull’Omnichord
che Miriam ha suonato in un brano: lo vogliamo noi!!!
Dove lo avete trovato?
Eheheh…è facile, E-Bay….
L’hai comprato su E-Bay?
Sì…l’ho trovato
lì…e non è costato neanche tanto.
Mi pare una cifra come 65 $, più o meno…non
male vero?
Già, davvero non male…ma come funzione,
per flussi magnetici?
(a questo punto Jeffrey, che aveva
staccato già tutta l’amplificazione, la
riattacca e va a collegare l’Omnichord).
Vedi, è facile. Premendo questi
tasti qui fai le note maggiori (suona un Sol dimostrativo),
poi così fai le minori (e tocca al Sol minore)
e poi sotto ci sono le settime…e poi, quando premi
una nota, metti un dito qui e…(poggia il dito
su un pannello laterale e lo va scivolare verso l’alto.
La nota sale di un’ottava). Dai, prova tu.
(Mi porge lo strumento. Mentre Daria sghignazza faccio
un rapido Re, Sol, Sol minore. Il suono è splendido
e mi dichiaro soddisfatto).
Visto, è facilissimo. E’ veramente facile
da suonare, no?
Sì, ma è magnifico.
Sì, è vero. E’
grande.
(A questo punto salutiamo Jeffrey
ringraziandolo. Poco prima di uscire dal locale abbiamo
l’occasione per scambiare due battute anche con
Miriam).
Lo abbiamo già chiesto a Jeffrey… come
si chiama la canzone che hai cantato in ebraico?
Oh, quella? Non so, non credo abbia
un titolo, è uno dei Salmi di David… è
tratto dalla Bibbia…è rimasto un canto
popolare per gli ebrei, credo… mi piace perché
è un testo veramente insolito, così particolare…
folle… praticamente parla tutto il tempo di pecore…e
pecore qua e pecore là… pecore, pecore,
pecore…
(si intromette uno degli accompagnatori
del gruppo, dall’accento fortemente inglese, che
gli fa notare come abbiano tratto ispirazione da lì
anche i Pink Floyd quando hanno composto “Sheeps”)
Oh…davvero? Non ci avevo mai
pensato…ecco, ora mi vergogno a dirlo, avrei dovuto
conoscerla, ma proprio non me la ricordavo…lo
so, dovrei conoscerla…che vergogna…
Abbiamo avuto l’impressione che durante il live
abbiate improvvisato molto…
Oh, sì, decisamente…
Come vi avvicinate alla dimensione
live rispetto al lavoro fatto in studio?
Oh, bè…a dire il vero
io odio totalmente il lavoro in studio, lo trovo orribile,
orribile.
Questa logicamente è una cosa mia, personale:
so che ci sono molte persone che preferiscono la purezza
del suono levigato in uno studio ma il problema è
che io non mi sopporto quando mi riascolto: trovo tutto
orribile, la piattezza dei suoni, quella sensazione
strana che tutto quello che hai fatto sembra di plastica.
Orribile, non c’è altra parola per definirlo.
Infatti l’album è stato registrato per
gran parte dal vivo, dopodiché i pezzi hanno
subito un processo di editing, sono stati tagliati e
abbiamo lavorato sulle sovraincisioni. Ma le registrazioni
vere e proprie sono dal vivo.
Un’ultima domanda, la abbiamo
già fatta anche a Jeffrey: cosa ne pensi della
nuova scena folk americana?
Oh, bè… la verità
è che credo che le scene musicali siano quasi
sempre una semplificazione ad uso e consumo delle riviste
musicali. Sicuramente a Philadelphia c’è
molta gente che suona folk…io adoro Philadelphia,
è una città che sento profondamente mia,
ci ho vissuto fin da quando ero bambina. Moltissimi
amanti del folk si spostano e vengono a suonare e ad
ascoltare musica a Philadelphia. E poi ho così
tanti amici che fanno folk…ad esempio Christina
(Christina Carter, chitarrista folk, compare in due
brani di “Forcefields and Constellations”
dei Black Forest/Black Sea, N.d.A.)…bè,
io adoro follemente Christina, è una persona
che stimo e che sento molto vicina a me. Ma così
come anche Fursaxa o Sunburned Hand of the Man…Philadelphia
ha veramente una scena folk molto viva…molti artisti
vengono anche dalla scena underground di New York…
(Abbandoniamo, soddisfatti, anche
Miriam che si trascina dietro una bottiglia d’acqua
e appare contenta. Nonostante il pubblico non fosse
numeroso, l’accoglienza ricevuta è stata
decisamente trionfale. Un bel modo di inaugurare il
rapporto con il nostro paese).
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Black Forest / Black Sea
- Concerto
alla Locanda Atlantide (Roma)
(21 aprile 2004)
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