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...A TOYS ORCHESTRA
intervista di Daniele Paletta

Quest’intervista è la versione integrale
di quella pubblicata a mia firma sul numero di Aprile
di “Sonic Magazine”. Ringraziamo la redazione,
e in particolare Marco Aspesi, per la disponibilità.
Non si sa mai dove ti porteranno
i sogni, ed è questo il loro bello: paesaggi
meravigliosi, persone improbabili, angosce, cambiamenti
improvvisi, gioia pura… È tutto possibile,
ad occhi chiusi. E, incredibilmente, il terzo disco
dei campani …A Toys Orchestra riesce a farsi colorato
e imprevedibile come un sogno che non avresti immaginato:
ne abbiamo parlato con Raffaele Benevento (chitarra)
ed Enzo Moretto (voce, pianoforte, chitarra e principale
autore di testi e musiche).
Sembra proprio che per "Technicolor
dreams" abbiate fatto un salto definitivo: se
in "Job" il riferimento primo erano i Pavement
e in "Cuckoo Boohoo" i Blonde Redhead
di "Melody of certain damaged lemons", adesso
è impossibile accostarvi a un suono preciso...
Enzo: Beh! Questa è
una cosa buona, no? Anche se è difficilissimo
nel 2007 non assomigliare a nulla, uno almeno ci prova.
Non che non ci avessimo provato anche per i lavori precedenti...
io li sento Toys, ma è normale che qualcuno ci
senta questo e quell'altro: dopotutto i nostri ascolti
finiscono per confluire nella nostra musica, talvolta
in maniera più evidente, altre meno, ma penso
valga un po’ per tutti d'altronde. L’importante
è che non sia una cosa volontaria, maliziosa...
altrimenti non è onesto.
Raffaele: Può darsi
che il fatto che in questi ultimi due anni abbiamo
ascoltando tanta roba vecchia abbia fatto sì
che ci concentrassimo molto di più su quello
che stavamo facendo in saletta e meno su quello che
succedeva in giro.
Dustin O'Halloran ha lavorato
per la prima volta con voi alla produzione di un disco
che non fosse dei suoi Devics. Come vi siete conosciuti,
e come vi siete trovati a lavorare assieme?
Raffaele: Nel momento in cui
abbiamo deciso che volevamo un aiuto esterno, è
stato quasi naturale pensare a Dustin, visto che Enzo
aveva scritto al piano il 90% dei pezzi. Ci siamo trovati
benissimo, penso sia stata un’esperienza che ci
ha arricchito moltissimo sia musicalmente che umanamente.
Enzo: Dustin è stato
molto bravo a tirar fuori la nostra personalità,
non ha mai cercato di fare un ibrido tra Devics e Toys,
ma si è sempre concentrato sui nostri tratti
per cercare di esaltarli al massimo...secondo noi ha
fatto un grandissimo lavoro. Ci siamo conosciuti grazie
a Paolo di Urtovox che, al corrente della nostra volontà
di collaborare con lui, ci si è messo subito
in contatto... Adesso siamo ottimi amici.
Una canzone che mi lascia a bocca
aperta ogni volta è "Ease off the bit":
il suono prende in continuazione direzioni e stili diversi...
Com'è nato un pezzo così schizofrenico?
Enzo: All'inizio è
nata con la chitarra acustica, poi, giocherellando un
po’... Per me è stato come prendere una
persona vestita normale e mettergli abiti da drag queen,
poi da punk, poi di nuovo normale... alla fine è
sempre la stessa persona, solo con estetiche diverse.
L'artwork del disco è particolarmente
bello: tra gemelle siamesi, animali di fantasia e disegni
allegorici, sembra di guardare una nuova versione di
"Alice nel paese delle meraviglie"... in che
modo queste immagini rispecchiano l'album? Mi
sembra che la dimensione della favola e del sogno tornino
spesso anche nei testi...
Enzo: Per la copertina abbiamo
giocato sul personaggio di Alice perché ci sembrava
che l'idea di quel tipo di favola, piena di suggestioni
sognanti, con tutti quei personaggi strani e affascinanti,
rendesse bene l'idea del disco...ci sono soggetti con
un'innocenza infantile ma talvolta sinistri, misteriosi,
dalle personalità ambigue, affetti da bipolarismo,
allucinati, come nel caso di Alice con le due teste...
Non vorrei però forzare troppo sul significato
della cover, perchè fondamentalmente il disegno
ci suggestionava soprattutto dal punto di vista estetico
e ci piaceva appunto anche il fatto che ognuno avrebbe
potuto vederci quello che voleva e trovarne un proprio
nesso con il disco.
Per il libretto invece i disegni sono stati creati appositamente
per le liriche, mantenendo lo stile favolistico della
cover: ogni disegno è cucito sulle parole, una
sorta di favola nella favola.
Oltre alle musiche, anche i testi
sono molto ben curati, con immagini bellissime (l'essere
ubriachi di latte materno, o il prete in intimo rosso
che canta "London calling"...). Come nascono
i vostri testi, e in che situazioni (ad esempio, in
sala prove, a casa in religioso silenzio...)?
Enzo: I testi li scrivo sempre
a casa, sul letto nella mia stanza, in silenzio tutt'altro
che religioso… il più volte mi ritrovo
a strappare fogli su fogli, bestemmiare, prendere a
pugni il materasso, e possono passare anche due o tre
ore prima che scriva il primo rigo. Altre volte invece
mi ritrovo a buttare giù parole con una certa
semplicità, capita spesso per i testi più
ironici: "Amnesy International" per esempio
è l'unica canzone che non ho scritto nella mia
stanza ma direttamente in sala prove: ci serviva il
testo per provarla, e allora mi sono appoggiato all'amplificatore
ancora con la chitarra a tracollo e in due minuti l'ho
scritta. É una canzone folle, piena di ironia,
con un titolo provocatorio, ma alla fine ha un suo senso
compiuto.
Altre canzoni come "Letter to Myself", "Cornice
Dance", "Invisible", "Danish Cookie
Blue Box", "Bug Embrace" o "Powder
on the Words" toccano invece argomenti più
profondi, cerco di scavare nel mio cuore, di fare una
cronaca della mia anima,sto molto attento a non essere
mai "bugiardo": ho bisogno di più tempo,
di immergermi totalmente, di soffrire un pochino…
Poi ci sono casi in cui mi si fissa nella mente un personaggio
o una storia: per giorni la elaboro nella testa senza
scrivere, poi, quando è il momento di farle venir
fuori, nascono canzoni come "Mrs Macabrette"
o "Santa Barbara"; è successo così
anche per "Hengie: queen of the border-line"
in “Cuckoo Boohoo”, o per "Dance of
the Moth" nel primo disco… Mi sono divertito
anche a fare citazioni, giochi di parole, saltare da
un argomento all'altro, indistintamente prendendo sul
serio o per il culo, come in "Technicolor Dream"
o in "Ease off the Bit".
Quando si scrive una lettera a
se stessi, di solito si ha il coraggio di tirare fuori
cose che non si sarebbero mai dette ad alta voce: da
cosa nasce "Letter to myself"?
Enzo: "Letter to Myself"
nasce come molte altre canzoni, con una certa voglia
di trasferire il peso che si porta dentro sulle parole.
Provo un certo imbarazzo nel parlarne: per me è
una canzone molto personale, piena di spunti presi dalla
realtà, dalla mia vita...ma nello stesso tempo
so benissimo che ci sono dentro cose in cui ci si potrebbe
rivedere chiunque: basta avere un cuore che batte e
un fegato che fa male.
Nel disco tornano sia i "Panic
attack" dell'album precedente sia i riferimenti
al passare del tempo: come mai?
Enzo: Questa è la nostra
terza "Panic Attack", è venuta fuori
da sola... potremmo arrivare a farne dieci versioni
in futuro, o venti, oppure potremmo decidere di fermarci
qui...
Il tempo invece, non si ferma mai... e lo sappiamo bene!
Un produttore straniero, tre vostre
canzoni nella colonna sonora di un film americano...
"Technicolor dreams" sarà il disco
del successo anche all'estero?
Enzo: Chissà! Lo speriamo...
il primo passo fuori dall'Italia l'abbiamo fatto proprio
partecipando alla colonna sonora del film di Jess Manafort
"The beautiful ordinary" che uscirà
in estate nelle sale americane, ed è una cosa
che ci riempie di orgoglio!
Adesso vorremmo provare anche a portare i nostri dischi
fuori dai confini nazionali: con Urtovox e Locusta stiamo
lavorando anche su questo. Un passo alla volta...
»
Link in giro per MusiKàl!:
...A Toys Orchestra - Technicolor
Dreams
...A Toys Orchestra - Cuckoo
Boohoo
Pavement - la Kalporzgrafia
Blonde Redhead - la Kalporzgrafia
Devics - Push
The Heart
(30
aprile 2007)
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