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ARCHITECTURE IN HELSINKI
intervista di Daniele Paletta


[Questa intervista era stata
realizzata da me per il numero 8 di “Sonic
Magazine”, mai uscito in edicola per volontà dell’editore.
Ringraziamo la redazione e Marco Aspesi per averci
concesso la pubblicazione]
Ha ragione Kellie Sutherland, voce
femminile, clarinetto e diosolosacosaltro degli australiani
Architecture in Helsinki: la felicità, nell’arte, è sottostimata.
Eppure, basta arrivare alla traccia numero due del
loro nuovo “Places Like This” per abbandonarsi
a un sorriso felice: una traccia ritmica solo vocale
quasi grime, ma talmente sorridente da rimanerti in
testa per giorni e giorni; e quando Kellie inizia a
urlare, verso la fine del pezzo, è gioia pura.
Un po’ come quando Björk faceva saltellare
la sua voce da bambina dispettosa nelle trame pop degli
Sugarcubes, per intenderci.
L’intervista inizia
con un po’ dei soliti convenevoli, ma quella
voce da brava ragazza mi suona familiare. «Scusa,
ma sei tu che canti su “Heart It Races”?» «Sì,
perché?». E la serietà, la professionalità,
il distacco del bravo giornalista si sbriciolano all’istante: «Perché la
adoro, è splendida la parte in cui urli!».
Lei ride, è un inizio.
In realtà Kellie è solo
un sesto degli Architecture In Helsinki: il responsabile
di tutti quei ritmi, di quelle canzoni così gioiose, è soprattutto
Cameron Bird, il cui trasferimento a New York è stato
il motore principale di “Places Like This”.
Poco male, comunque. La bellezza degli Architecture
in Helsinki sta proprio nel sembrare una combriccola
di pazzi furiosi, e in quelle canzoni che sembrano
semplicissime, ma che in realtà continuano a
sfuggirti di mano: piccole bolle di sapone pop, che
scoppiano o cambiano direzione proprio quando pensi
di averle finalmente catalogate.
Partiamo con qualcosa
di ovvio: vi aspettavate tutto il successo di “In
Case We Die”?
Direi che la maggior parte di noi
come band si concentra sul fare i dischi e suonare
in tour: abbiamo fatto così tanti concerti negli
USA e nell’Europa del sud che probabilmente non
ci siamo nemmeno resi conto di quello che stava accadendo…
Sono
molto grata di tutte le attenzioni che abbiamo avuto
con “In Case We Die”, ma preferiamo misurare
il nostro successo su quanto siamo felici per le registrazioni
e i concerti che stiamo facendo ora, e sta andando
tutto molto bene.
Cameron si è trasferito
a New York…
Sì, si è trasferito
lì prima di iniziare a scrivere le canzoni del
nuovo album; ha iniziato a comporre e poi mandava le
sue idee a noi in Australia attraverso Internet. Noi
ci ritrovavamo una volta alla settimana e cercavamo
di costruire i demo delle canzoni; poi siamo andati
in tour (assieme ai Clap Your Hands Say Yeah, e rimane
un mistero come questa gente così solare abbia
potuto convivere a lungo con quello stronzetto arrogante
di Alec Ounsworth, NdR) e alla fine ci siamo ritrovati
tutti a Brooklyn a registrare.
Come vi siete trovati
lì, a contatto con quella città e quella
scena musicale? È molto diverso da dove state
ora?
New York di per sé è un posto diverso
da tutto, e musicalmente, rispetto all’Australia, è un
mondo a parte. Dove abitavamo noi, a Brooklyn, c’erano
queste comunità portoricane e dominicane molto
grandi, e tutti stavano con gli stereo a sparare al
massimo volume il loro reggaeton a tutte le ore…una
cosa del genere in Australia non succederebbe mai.
Anche dal punto di vista ambientale è tutto
completamente diverso…da noi è tutto
molto più rilassato, ti puoi concentrare sul
fare musica, mentre New York è estrema, quando
fa caldo si muore, è molto costosa…ma
c’è un’energia che non c’è in
nessun altro posto al mondo, e noi avevamo bisogno
di questo per il disco nuovo, e naturalmente tutto
questo è entrato nel suono di “Places
Like This”.
Anche l’artwork del disco
rappresenta bene tutta questa energia, questo
mondo complicato e la sua frenesia sotterranea…
Lo ha realizzato
Will Sweeney, un ragazzo di Londra. La collaborazione
con lui all’album è stata una cosa nuova
per noi, non avevamo mai lavorato con nessun altro
prima nemmeno per l’artwork, nei due album precedenti
lo aveva disegnato Cameron... Per questo e molti altri
aspetti, in “Places Like This” abbiamo
deciso di cercare qualcosa di nuovo, e lui ha dovuto
interpretare dal punto di vista visuale la nostra musica.
Sembra molto caotica, ma divertente…
Sì,
ed è molto colorata, ci sono molte esplosioni…mi
piace moltissimo.
Parlavi della comunità portoricana
di Brooklyn. Sarò impazzito, ma anche il loro
suono è entrato nel disco…in “Debbie” c’è qualche
secondo di latin sound puro…
È possibile,
anche perché per questo disco ci siamo imposti
di esplorare ancora di più la componente ritmica.
Non abbiamo più solo una batteria elettronica:
ora nelle band ci sono due batteristi, moltissime percussioni…Abbiamo
messo il ritmo davanti a tutto, questa volta, abbiamo
cercato di spingere il nostro limite un po’ più in
là.
Come reagite quando vi definiscono
una fun band? La cosa vi offende?
No! Voglio dire,
la vostra musica è ballabile, divertente, ma…è tutto
lì o c’è qualcosa di più dietro?
Senz’altro c’è molto di più,
ma noi SIAMO una fun band, la nostra musica è un’esplosione
di energia positiva! Noi come persone, e collettivamente
come band, abbiamo un’attitudine molto seria
alla musica, ma cerchiamo di essere sempre positivi.
Credo che la positività e il divertimento abbiano
una reputazione davvero cattiva, come se non fossero
sentimenti veri quando si tratta di creazioni artistiche. È come
se tu dovessi sempre essere depresso…Il divertimento
ha una cattiva reputazione, nessuno crede possa derivare
da forme artistiche valide.
Eppure, noi siamo molto
rigidi e severi quando si tratta di creare, e basta
guardare un pochino al di là della superficie
per vedere strati di altri sentimenti nella nostra
musica. Non siamo dei buffoni: piuttosto, siamo molto
seri sulla nostra voglia di avere un impatto positivo.
Quando
si ascoltano i vostri dischi, credo che tutti si concentrino
molto sulla musica, e prestino poca attenzione alle
parole. Da dove arrivano i vostri testi, di cosa parlano?
È Cameron
a scrivere tutti i testi, e so che il suo approccio
alle liriche è quello
di basarsi sui sentimenti piuttosto che raccontare
storie, non è mai un succede
questo, poi questo, poi questo… Prende ispirazione dalla vita reale,
dalla sua e da quella delle persone che ha intorno,
così come da alcune storie che ha sentito raccontare,
e quello che viene fuori è qualcosa che parla
di amore e di amicizia, ma non in maniera diretta.
È bello
che le parole ti lascino libere di essere interpretate
diversamente: Cameron dice spesso che, anche per lui,
le cose che scrive hanno significati diversi a seconda
dei momenti della sua vita.
Saltiamo la domanda su
Bruce Willis? (durante una recente conferenza stampa
in Belgio, un giornalista aveva chiesto all’attore
americano quali fossero le sue 3 nuove band preferite.
La risposta, a sorpresa, è stata: «Black
Rebel Motorcycle Club, The Strokes and… Architecture
In Helsinki!», NdR)
Sì, dai, la gente
ce l’ha fatta così tante volte… (ride,
NdR)
È che da lui mi aspettavo un po’ di
macho country music, non gli Architecture in Helsinki…
Ma
sì, credo che l’abbia detto per accontentare
la figlia, quindi non gli darei tutto questo credito… (ride,
NdR)
Bruce Willis gonfia i muscoli, mentre
io e Kellie continuiamo a chiacchierare…dell’Islanda.
Tra gli echi di Sugarcubes e di Benni Hemm Hemm contenuti
in “Places Like This”, non potevo fare
a meno di chiederle qualcosa su quella terra magica.
In dieci minuti di intervista, siamo passati da Brooklyn
all’Islanda, dalle comunità portoricane
all’Australia, dove la maggior parte della band
continua ad abitare: un piccolo, velocissimo giro del
mondo, ubriacante come l’ottovolante del video
della loro vecchia “Do The Whirlwind”,
divertente come la loro musica. Seriamente divertente.
www.myspace.com/aihmusic
collegamenti su MusiKàl!
Architecture In Helsinki - Places Like This
(8
ottobre 2007)
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