| ANIMAL
COLLECTIVE
intervista di Raffaele Meale
Gli Animal Collective, ovvero la
musica fuori dal nostro tempo. Intervista via
email con Avey Tare (nel collettivo insieme a Panda
Bear, Geologist e Deaken), parecchio disinteressato
a discutere di psichedelia ma assai più ben disposto
a viverla. Per i quattro la musica è una "questione
personale" e dovrebbe servire per celebrare
una nascita, guarire malattie o piangere un amore perduto.
Da "Here
Comes The Indian" al recente "Sung
Tongs" invece di "folk", "psichedelia"
e "kraut rock" meglio parlare semplicemente
di "libertà".
1. Ascoltandovi sembra di essere
di fronte ad un assurdo collage postmoderno di folk,
psichedelia, ritmi tribali e ipotesi kraut rock: vi
riconoscete nella descrizione? In che modo riuscite
a conciliare elementi musicali così divergenti?
Per me è strano considerare così separati
questi elementi. A questo punto le cose per me sono
confuse. Per noi questi elementi sono sempre stati parte
dello stesso calderone, non so se mi spiego. Il Kraut
Rock (anche se io non uso mai questo termine) è
molto psichedelico e tribale. Non usiamo queste parole
per la nostra musica o forse per noi non hanno proprio
significato. Parlare di psichedelia non è così
bello come viverla.
2. “Who Could Win a Rabbit”, così
come molte altre vostre composizioni, ha in sé
un germe primitivo che riporta ad atmosfere e timbri
desueti, a tratti addirittura demodé: qual è
il vostro rapporto con le radici del suono americano?
In realtà non mi rifaccio
alle radici del suono americano. In effetti potrei dire
che non mi piace il blues perché credo abbia
creato parecchi tremendi musicisti rock. Per esempio
Eric Clapton. Eric, cosa succede, lascia perdere. Non
sei Robert Johnson e non lo sarai mai. Capisci? Semplicemente
credo che portiamo le cose indietro in un tempo o in
una civiltà in cui non c’erano media, immagini,
tv e pubblicità. In cui le persone utilizzino
la musica ad esempio per celebrare una nuova nascita,
per guarire malattie o per piangere un amore perduto.
Facciamo musica perché è vicina a noi
come persone, credo che in generale ci sia una perdita
di musica personale. Questa è l’unica ragione
per cui la gente può chiamarci musicisti Folk,
perché credo che stiamo cercando di far arrivare
qualcosa al folk. In “Purple Rain” il gestore
del club dice a Prince “The Kid” che il
palco non è il luogo per le questioni personali…
al contrario io credo che lo sia e lo stesso pensava
the kid.
3. Rispetto a “Here Comes the Indian”, che
considero uno dei migliori lavori dello scorso anno,
“Sung Tongs” appare maggiormente riflessivo,
meno improvvisato, più dolente: è così
errato pensare alla vostra ultima fatica come a un canto
di lavoro, mentre “Here Comes the Indian”
era un volo pindarico alla ricerca della libertà
estrema?
Credo che tutti i nostri dischi
parlino di libertà. HCTI parlava di libertà
ma più nel senso di lasciar liberi i demoni quando
devono andare. E’ stato un periodo molto scuro
e caotico e credo si veda. Geo ritiene sia il nostro
disco tropicale ma io non sono d’accordo.
In “Sung Tongs” due cantautori si liberano
dalla follia elettronica and riducono tutto a due voci
e due chitarre. Non è molto più riflessivo
dei nostri altri dischi, lasciamo semplicemente l’ascoltatore
immergersi nella nostra riflessione un po’ di
più rispetto al passato perché si possono
ascoltare i testi. Non ci sono strumentali.
4. Quanto conta per voi l’improvvisazione?
E’ piuttosto importante ma
lo è ancora di più per l’ispirazione.
The Dead improvvisavano molto e io rispetto le band
che sono in grado di uscire fuori con esibizioni così
dolci improvvisando la metà delle cose. Ma questo
non vuol dire che facciamo lo stesso. Noi improvvisiamo
l’umore e il modo in cui eseguiamo le canzoni
ma note, melodie e testi sono tutti scritti prima della
nostra esibizione dal vivo.
5. Siete stati di volta in volta accomunati a musicisti
dalle derivazioni musicali disparate, da Syd Barrett
a Erick Satie, dagli Amon Duul ai Cromagnon. Io vi do
l’occasione di descrivere da soli il vostro suono
e di accomunarvi, se vi fa piacere, a musicisti del
passato. Che nomi mi sparate?
In realtà questo genere di
cose non mi interessa.
6. Dovendo definire in tre parole il termine “freak”
(orribilmente abusato di questi tempi) quali termini
usereste?
Diciamo che Geologist ha dato una
sberla a mia sorella. Questa cosa sarebbe totalmente
fuori dagli schemi e non da lui, così la mia
reazione sarebbe qualcosa come “perché
ti comporti da freak?” Non credo che la parola
freak abbia nessun significato nel mondo di oggi. Sembra
che tutti pensino di essere o non essere freak e la
realtà è che tutti lo sono e non lo sono.
7. La vostra musica sembra posizionarsi
a metà tra la materialità del folk e il
cosmico dipanarsi della psichedelia, come accade anche
in altri esempi di musica contemporanea statunitense:
cosa ne pensate della cosiddetta “nuova scena
folk”? Vi ci riconoscete?
Ci sentiamo vicini a chiunque si
diverte e ascolta buona musica. E’ il pubblico
che decide cosa è vicino a cosa perché
loro decidono cosa amano ascoltare e cosa no. Credo
che noi suoneremmo nel modo in cui suoniamo indipendentemente
dalla scena in cui la gente ci inserisce.
8. Fino a che punto può arrivare un “collettivo
di animali”? Cosa vedete nel vostro futuro?
Ci vedo suonare fino a che saremo
felici di suonare insieme. Facciamo passi molto brevi
e siamo arrivati fino a qui. Forse arriveremo ancora
più lontano ma non sono neanche sicuro del significato
di questa cosa.
9. Quali sono i dieci dischi che portereste su un’isola
deserta?
Vashti Bunyan Just another
Diamond Day
Black Dice Creature Comforts
Pavement Westing
Qualcosa della Kompakt
African Brothers Dance Band International
SRC SRC
Terry Riley Decsending Moon Dervishes
Keith Hudson Playing it Cool
Nirvana Nevermind
Climax Golden Twins 3” CD
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Link in giro per MusiKàl!:
Animal Collective -
Here
Comes The Indian
Animal Collective - Sung
Tongs
(19 luglio 2004)
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