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REPORTAGGI
Le impressioni dei Kalporz-scribacchini sulla
serata
di Daniele Paletta - di
Raffaele Meale |
di Daniele Paletta 
Dopo quasi un anno passato a scrivere recensioni per kalporz, inizi
a porti certe domande. Più o meno sensate, ma te le fai. Ad
esempio: ma chi è in realtà il Sindaco? Rokko? Disko?
E gli altri che scrivono sul sito esisteranno davvero? E i frequentatori
del forum?
Chi è Raffaele, quello con cui mi disputo sempre i dischi da
recensire? M&R? Nick Snob? E il povero Stefano, quello che bersagliavo
di mail all'inizio, è reale?
Insomma: per smettere di martoriare la mia mente malata, era necessario
trovare il modo di rispondere a queste domande malsane e idiote.
E alla fine ho trovato pace, musica rock e vino rosso. Ho finalmente
incontrato quasi tutti, e c'era una strana atmosfera da riunione di
famiglia, ma senza tensione; si stava davvero bene, sabato sera, tra
le chiacchiere e il rosso di Kalporz, mentre facevo la conoscenza
degli altri recensori e guardavo i ragazzi che popolano il forum associare
i loro fantasiosi nick a volti nuovi, mai conosciuti, e vedevo il
locale sempre più affollato, oltre ogni speranza lecita
ma
davvero siamo così tanti?
Non solo persone, però, ma anche moltissima musica: "una
damigiana di musica kalporziana".
Tocca alla Michael Sheep Band fare gli onori di casa (chi meglio di
loro, del resto?): visibilmente emozionati e penalizzati dalla mancanza
di un soundcheck decente. Tutti assistono con grande attenzione (in
fondo è la band "di casa"!), ed è tripudio
quando chiudono la loro esibizione con la cover dei misconosciuti
Flanders, inneggiante al rock e al vino
cosa meglio di quella
canzone può esprimere lo spirito della serata?
Il mio impatto col Rosso di Valdo è abbastanza potente e gli
effetti mi accompagneranno per il resto della serata
e così,
tra il bicchiere sempre mezzo vuoto (e, badate bene, non per pessimismo
)
e le chiacchiere, mi perdo l'inizio del concerto dei Madrigali Magri,
anzi, del set solista del loro cantante.
Un vero peccato che la loro musica si adattasse poco al contesto della
serata, ma Giambeppe ha offerto una prova davvero stupefacente: la
loro musica è tanto scarna quanto ricca di suggestioni, e ha
veramente rapito i pochi che vi hanno prestato attenzione. La voce
sibila parole oscure, le frasi di chitarra tagliano l'aria, mentre
le immagini suggeriscono viaggi notturni, senza meta, la strada srotolata
davanti a sé come un tappeto logoro e sempre uguale
insomma:
per quel che mi riguarda, folgorazione istantanea.
Ancora pochi minuti e tocca al piatto forte della serata, The Juniper
Band: sono loro a scatenare i maggiori consensi, anche se sono loro
ad avere i problemi più grandi con i suoni (in quanti sono
fuggiti dal locale per il rimbombo insopportabile del basso durante
"Lights from a bar"?). Molto bravi, anche se, a mio parere,
un po' ripetitivi.
I concerti si chiudono lì, con qualche fortunato che si porta
a casa qualche bottiglia di rosso e il messaggio del Sindaco di Kalporz
che arriva a salutare i presenti, scatenando l'ilarità generale.
Per chi ha ancora forze in corpo, la musica continua, e si balla al
ritmo di Sonic Youth, Hüsker Dü, X, Radiohead
io abbandono
il campo, non prima di aver comprato "Malacarne" e fatto
di persona i complimenti al suo autore.
La
serata finisce, ma sarà solo la prima di una lunga serie,
lo so. Kalporz sta crescendo sempre più, ed è un vero
piacere vederlo crescere, una vera festa. Alla prossima
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di
Raffaele Meale 
Il viaggio Bologna-Reggio Emilia è breve, poco più
di un'ora, anche se perdersi dentro la città natale dei CCCP
è facile, fin troppo facile, e trovare la strada per Cavriago
ancora più complesso. Arrivo, comunque, con i miei compagni
di viaggio, al Calamita, sperduto locale in zona post-industriale
che ricorda passaggi orwelliani e magari maiali in volo (maiali?
Ovvero Pùorz? Kalporz come Animals? Maddai
) e ciminiere
che proiettano fumo blu - piccole nuvole sorprendenti ai bordi dell'autostrada,
ma questa è un'altra storia -. Si dovrà fare un soundcheck,
mi dico
peccato che per la Michael Sheep Band non sarà
così, causando bestemmie e rabbie e iraconde espressioni
durante il live: ma anche questa in fin dei conti è un'altra
storia. Questo è il PRIMO KALPORZ FESTIVAL, cavoli, il PRIMO
KALPORZ FESTIVAL. La voce che pronuncia queste tre parole in maiuscolo
continua a sorprendermi; e mi ritrovo così ad aggirarmi furtivo
cercando di affibbiare volti a nomi che conosco ormai da tempo immemore.
Emozione? Sì, tanta, e non solo per il fatto di dover suonare,
di dover aprire questo evento storico - perché è storico,
e rimarrà negli annali di questa osteria rubiconda, austera
e al contempo sguaiata - con il primo vero e proprio concerto della
Michael Sheep Band; emozione soprattutto per la curiosità,
la strana sensazione di un impossibile e improponibile dejà
vu, l'assurda idea di famiglia, di ritrovo familiare. C'è
questo nell'aria, c'è questo nella macchina milanese con
la quale giungono Bron, Muccablu e Caleb, alla disperata ricerca
di cibo, c'è questo nell'espressione divertita e pacifica
di Johanna (e Valeria), c'è questo in Semego, costretto a
movenze da Paperoga per riuscire a scattare foto con un braccio
ingessato, e in Daisy, c'è questo nella serata da factotum
di Mascara e nella compostezza e professionalità di Luca
e Stefano. Siamo una famiglia, su questo non ci sono veramente più
dubbi. Una famiglia virtuale che si è ritrovata in un luogo
reale per trovare forma e dimensione. Tutto il resto potrebbe realmente
passare in secondo piano, ma non sarebbe giusto; c'è stato
lo splendido, estenuante concerto di Giambeppe Succi, Mr. Madrigali
Magri in uscita solista, con le sue chitarre, capace di creare un
rapporto osmotico tra l'impressione uditiva e quella visiva, solo
sul palco, fermo, magnetico. Un artista che sarà bene tenersi
stretti e al quale va tutto il mio plauso, tutta la mia enfasi.
C'è stato il concerto della Juniper Band, disturbato da un
volume da discoteca techno. L'immagine di Bron che si protegge i
timpani con pezzetti di fazzoletti di carta infilati nelle orecchie
mi rimbalza davanti, divertente e surreale ("e pensare che
ho resistito a intere tournée dei Motorpsycho", ci tenevo
a citare questa frase). C'è stato molto in questa troppo
breve serata, dal vino rosso di Kalporz all'annuncio di fraterno
amore kalporziano e pace del sindaco Max - e quel pace ripetuto
tre volte ha assunto significati altri, più elevati, profondi
-, dall'incontro fra i recensori (altre facce a cui assegnare nomi)
alla torta che io mi sono perso. Questa non è una recensione,
me ne rendo conto, e ha ben poco di interessante o logico. Potrei
perdermi in righe e righe di descrizioni minuziose, in piccoli commenti
sull'organizzazione, in dettagli minimali sulla reazione del pubblico
(non quello kalporziano) in sala: siamo sicuri che avrebbe poi più
senso di questa dissennata fuga spirituale nei meandri fumosi e
avvinazzati della mia memoria? No, non credo. Io preferisco ricordare
Giambeppe Succi che si muove aritmicamente sulle note di "Chi
è e non è" dei Blonde Redhead, il leggero inchino
della Juniper Band davanti al pubblico, il piccolo banchetto gestito
da Mascara dove accanto ai lavori dei Madrigali Magri e a "Between
13 & 16" dei BronYAur veniva venduto (spacciato?) il piccolo,
timido EP con ippocampo in copertina della Michael Sheep Band, il
pubblico immobile davanti allo show di Giambeppe - mentre quello
dietro vociava, parlava, purtroppo - e i miei piedi sul palco. Ancora
indecisi, a volte goffi, a volte inadatti. Ma sul palco.
A chi vanno tutti i ringraziamenti?
A tutti?
Bene.
(6 febbraio 2002)
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