• Intervista a Dan Fante & Hollowblue

    Intervista a Dan Fante & Hollowblue

    A volte, certe conversazioni sono surreali. Come quando sai che tra pochi minuti parlerai con una persona il cui cognome farebbe tremare i polsi a qualunque appassionato di letteratura. Come quando tenti di fare un’intervista via Skype, e domande e risposte si intrecciano in maniera insensata.Eppure, quello che ne esce è qualcosa di bellissimo. Spietato…

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  • HOLLOWBLUE, What You Left Behind (Suiteside Drive, 2004)

    La stagione d’oro del rock italiano era già finita da qualche anno, spegnendo un po’ di luci anche su Livorno, da dove erano arrivati Virginiana Miller, Snaporaz, Tangomarziano…Eravamo tutti impegnati a guardare altrove, quando uscì il primo disco degli Hollowblue, “What you left behind”, e avevamo torto. Se fossimo stati attenti, avremmo trovato le esplosioni…

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  • HOLLOWBLUE, Stars are crashing (in my backyard) (Midfinger / Audioglobe, 2008)

    “Siamo qui, con qualcosa da dimenticare che io non capisco”. E’ sul pianoforte di “No wings inside” che un disco come questo trova la sua chiave di lettura: i ricordi che ti danzano attorno, una casa vuota all’ora del tramonto, l’eco di una voce che ti accarezza. Se fosse possibile un paragone pittorico per le…

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  • Intervista agli Yellow Capra

    Intervista agli Yellow Capra

    Strumenti fluidi, note che si rincorrono tra free-jazz, classica e post-rock. E tutto senza risultare minimamente pesanti, o difficili. Come sono riusciti a fare questo, gli Yellow Capra, a solo un anno di distanza dal loro debutto?“Chez Dédé” è tutto meno che un disco comune: è puro cinema – il suo immaginario, i suoi strumenti –…

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  • EDWOOD, Punk Music During The Sleep (Ghost / Midfinger / Audioglobe, 2007)

    E’ da qualche giorno che tento di immaginare come possa essere la musica punk durante il sonno. Un frastuono ovattato, un ritmo violento che si fa più lontano. Il giorno che lascia spazio al sogno. Ascoltare il nuovo disco degli Edwood, a tre anni da “Like a movement”, significa camminare malinconici all’interno di un sonno…

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  • YELLOW CAPRA, Chez Dédé (Piloft / Wide, 2007)

    Diciamole tutte nella prima frase, le parolacce. Così saremo in grado di lasciarcele alle spalle da subito, e svuotarle di significato: post-rock. Cinematico. Parole che sono in grado di descrivere perfettamente il suono degli Yellow Capra, ma che si possono applicare a un disco come “Chez Dédé” solo a mente fredda: perché, mentre scorrono le…

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Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo. Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai. (Matteo Marconi) Le puntate precedenti Back To The Future Vol. 9 - Stuart Adamson morì nel 2001 e nessuno ne parla più Back To The Future Vol. 8 - I Vines e il Verona dell'84-'85 Back To The Future Vol. 7 – “I figli degli operai, i figli dei bottegai!” Back To The Future Vol. 6 - Ekatarina Velika (EKV) Back To The Future Vol. 5 - Gli Air sul pianeta Vega Back To The Future Vol. 4 – “Stay” e gli angeli degli U2 Back To The Future Vol.3 - La lettera dei R.E.M. e di Thom Yorke Back To The Future Vol. 2 – Massimo rispetto per i metallari (1987-89) Back To The Future vol. 1 – L’estate di Napster 14 settembre 2010