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Gli Slowdive sono stati
gli artefici dell’incontro tra il
dream pop stile Cocteau Twins e il noise
pop chitarristico dei My Bloody Valentine
di Kevin Shields: il comunemente definito
“shoegazing” rappresentava,
all’inizio degli anni novanta, la
corrente musicale underground più
in voga nel periodo in cui la Gran Bretagna
non conosceva ancora il brit-pop come fenomeno
di massa.
Catalogare banalmente
la band di Neil Halstead e Rachel Goswell
con definizioni giornalistiche non renderebbe
però giustizia alla straordinaria
varietà artistica di materiale prodotto
nei cinque anni scarsi di carriera tra il
1990 e il 1995, fino a quando, con l’esplosione
degli Oasis, la Creation di Alan Mc Ghee
si orientò su altri territori ponendo
fine a quell’era e, nel caso dei nostri,
l’addio ad una delle bands più
influenti per gli anni a venire.
Con l’inglobamento
da parte della Sony della casa discografica
di cui facevano parte, tra gli altri, i
MBV stessi, Telescopes, Ride, Swervedriver,
Boo Radleys, Adorable e altre realtà
accomunate dalla predilezione per la sperimentazione
chitarristica portata agli estremi livelli,
tutto il catalogo Creation venne cancellato
e reperire i dischi originali è diventata
impresa ardua e dispendiosa a livello economico.
Per la fortuna dei
fans più accaniti, la Castle ha prima
pubblicato un’antologia doppia (“Catch
the Breeze”, 2004) che ripercorre
fedelmente gli anni di attività del
gruppo dai primi singoli all’ultimo
album, “Pygmalion”, quest’ultimo
una vera rarità poiché ebbe
una distribuzione limitata al solo mercato
britannico; nel Novembre scorso hanno invece
visto la luce le ristampe di tutti e tre
i dischi accompagnati da due cd bonus contenenti
tutte le tracce pubblicate sui cinque ep
e la Peel Session del 1991, fino ad oggi
mai comparsa in alcun formato.
Non resta quindi che
tuffarsi nelle armonie eteree di una band
mai arrivata a grandi livelli di notorietà
ma che ha saputo conquistarsi un posto di
rispetto, oggi più che allora, tra
gli “inarrivabili” di tutti
i tempi.
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