Share This Article
Come oramai abitudine di tanti (e anche nostra), la scadenza dei primi sei mesi dell’anno è l’occasione per riflettere su cosa di bello ci ha emozionato musicalmente “so far”. Nella imprevedibilità di quanto potrà accadere da qui a fine anno, per ora ogni scribacchino ha segnalato un album/ep che ha segnato questa prima metà del 2026.
P.S. Non siamo soliti dare “spiegazioni” a nostri artwork, curati magnificamente da Enrico Stradi, ma stavolta la motivazione merita un’eccezione: “Un po’ estate, un po’ allerta”. Ineccepibile, di questi tempi.
underscores, “U”
Dal 2021 che April Harper Grey, ai più nota come Underscores, è una delle grandi promesse del pop “underground” americano. Cresciuta a dubstep e hyperpop, pare proprio che al terzo tentativo abbia lasciato definitivamente il segno dopo i promettenti “Fishmonger” (2021) “Wallsocket” (2023). “u” è un disco facile nelle sue asperità molto edulcorate da generazione digicore che non ha mai disdegnato i classici mainstream della sua generazione e della precedente. Electro-pop, accelerazioni vagamente electro-clash, melodie cristalline che rapiscono a primo ascolto e un’agilità compositiva che raramente si trova in questo tipo di produzioni.
Dopo i tour di supporto a 100 gecs, a Porter Robinson, a Danny Brown e Femtanyl la classe 2001 San Francisco si prepara a supportare la regina delle regine del genere, Charli xcx, nel suo attesissimo “Music, Fashion, Film” Tour.
Il destino insomma pare ormai segnato.
In Italia ci sarà comunque modo di vederla dal vivo, al prossimo C2C Festival dove si esibirà per la sua prima ed esclusiva data dalle nostre parti.
(Piero Merola)
heavensouls, “Westside Trapped”
Se all’inizio di quest’anno heavensouls si destreggiava tra l’IDM e il soundcollage con “Darklight”, album uscito in duo con il collega Stickerbush a gennaio, il nuovo lavoro del ventenne nigeriano si sposta significativamente dal territorio sonoro da cui è originario senza perdere però la fortissima identità e originalità che l’hanno da sempre contraddistinto. “Westide Trapped” stratifica suoni, percussioni e glitch in un raffinato afrobeat psichedelico, ballabile ma spaesante, sorprendente quanto in realtà profondo. Se le radici e le origini elettroniche dell’artista nigeriano non faticano ad emergere, rimane più che mai viva la voglia di sperimentare, di affrontare spavaldamente territori mai raggiunti. Jazz, funk, sound collage, soul, afrobeat convivono in un lavoro sontuoso, spinoso ed estroso che omaggia Fela Kuti, Arca e i Death Grips.
(Federico Tranfaglia)
Mandy, Indiana, “URGH”
Se il debutto lungo dei Mandy, Indiana (“I’ve Seen a Way”) aveva già regalato buonissime sensazioni, “URGH” somiglia a una consacrazione. Il nuovo album degli anglo-francesi, pubblicato a febbraio, espande ulteriormente una palette musicale a dire il vero già piuttosto ricca, anche grazie al protagonismo dell’intero quartetto in fase di scrittura. Il noise rock resta la stella polare, ma le aperture in direzione rave, le nervature EBM e le acidità techno, unite a qualche pulsione hip hop – compare anche Billy Woods in “Sicko!” – contribuiscono a definire atmosfere sospese tra l’industrial e il clubbing, in cui tutte le tensioni, musicali e tematiche, in parte anche evocate dal titolo, possono trovare piena espressione. La mezz’ora abbondante di “URGH” è un’esperienza che non può passare inosservata, anche grazie a un paio di acuti: il racconto tristemente vivido e crudo di uno stupro (“Magazine”) e un manifesto di rabbia e resistenza (“Ist Halt So”), con chiari riferimenti a Gaza. “URGH” è un disco non facile né troppo accessibile, ma ambizioso e, soprattutto, maledettamente urgente.
(Piergiuseppe Lippolis)
Joyce Manor, “I Used To Go To This Bar”
La mia scelta sarebbe dovuta cadere sull’esordio dei Cardinals. Tuttavia voglio premiare questo piccolo grande disco, il settimo di una band californiana in Italia ancora sconosciuta ai più ma capace come poche altre di unire pop, punk-rock e indie sotto la stessa bandiera. “I Used To Go To This Bar” è vincente fin dalla copertina, che ritrae la nonna adolescente di un amico dei Joyce Manor divertirsi ad una festa: la musica al suo interno sfrutta questa doppia valenza, nostalgica per gli anni che ci si lascia indietro e speranzosa per ciò che non riusciamo a immaginare che accadrà nel futuro. Un disco tascabile, di soli venti minuti, che attraversa i generi senza soluzione di continuità: dal combat-folk suonato dai Rancid di “The Opossum” alla melodia agrodolce e smithsiana di “All My Friends Are So Depressed”, entrata nella top20 di Billboard. O il trittico delle meraviglie Spoon/Nada Surf/Weezer alle spalle della conclusiva “Grey Guitar”, un vero inno. Produce Brett Gurewitz dei Bad Religion, con grandi ospiti a supporto dei Joyce Manor che sono da sempre Matt Ebert, Barry Johnson e Chase Knobbe: l’ex-R.E.M. Joey Waronker, Dave Hidalgo Jr. dei Social Distortion, Rob Schnapf, lo storico produttore di Elliott Smith.
(Matteo Maioli)
Man/Woman/Chainsaw, “Get Up And Dance”
Ma certo che stiamo piegando le regole (abbiamo chiesto, eh), ma nel ragionare sul miglior album, finora, di questo 2026, è apparsa come una lampadina quella etichetta, “ep”, che era apparsa sul sito della band.
E sì, certo che “Get Up And Dance” è sia un ep che un anticipo del prossimo disco di esordio dei Man/Woman/Chainsaw, quintetto londinese in rampa di lancio dopo una lunga preparazione fatta di singoli e (soprattutto) live.
Ma prendiamolo come il testimone di quella che potrebbe essere la luce di questo anno, a noi che amiamo la novità e il farci sorprendere.
Intanto per “Nosedive”, vero e proprio inno come non se ne sentivano da anni, canzone luminosamente pop fatta di violini, voci e intrecci vocali che esplodono in un finale degno dei migliori Arcade Fire, degno di quei momenti collettivi, che in altre epoche sarebbe stato IL MOMENTO del prossimo Primavera Sound.
Ma in generale c’è una certa urgenza (“Only Girl”) e una certa capacità di magnificenza (la nuova e quasi tarantiniana “Get Up And Dance”) che regalano emozioni e la sensazione di una band perfettamente matura, pronta ad esplodere.
Sbaglieremo, forse, ma qui si fa il botto.
(Alessio Falavena)
Cola, “Cost of Living Adjustment”
Con “Cost of Living Adjustment” i Cola allargano il raggio d’azione rispetto agli esordi: il post-punk nervoso si sporca di chitarre più abrasive, tensioni noise e melodie oblique, mentre ogni brano sembra riflettere il logorio emotivo di un’esistenza compressa tra precarietà e disincanto. È un album più ambizioso e sfaccettato, ma anche sorprendentemente diretto, l’intesa del trio impeccabile e l’equilibrio tra inquietudine e immediatezza ne fa uno dei lavori più convincenti e longevi dell’anno.
Non riesco a smettere di ascoltarlo.
(Raffaele Concollato)
Aldous Harding, “Train on the Island”
La polverosa galassia che Aldous Harding disperde elegantemente in “Train on the Island” è la materia di cui sono fatti i sogni più nascosti che abbiamo: non distante dai suoni e dalle atmosfere che avevano già caratterizzato “Warm Chris” del 2022 e “Designer” del 2019, il quinto album della cantautrice neozelandese espande ulteriormente i territori nebulosi e avvolgenti dell’elettronica e del folk psichedelico che in passato erano emersi già nelle sue composizioni. In “Train on the Island” convivono meravigliose litanie come “Venus in the Zinnia”, immersioni anagogiche in altri universi come “One Stop”, viaggi onirici e febbrili come “Train on the Island”, ballate che sembrano giungere da un tempo imprecisato come “Riding That Symbol”, ipnotiche esplosioni di luce come “San Francisco” e “If Lady Does It” e molto altro. Ogni singolo brano è incastonato nel percorso che offre l’album con raffinatezza e raziocinio. Con il suo incedere avvolgente e in certi momenti anche spettrale, “Train on the Island” si candida a essere uno dei dischi migliori di quest’anno.
(Samuele Conficoni)
Leto s Monikou, “Cítiť to všetko naraz”
Se avessi dovuto segnalare un album che mi ha emozionato e che è stato importante in questo semestre, avrei detto “Inferno” dei Boards Of Canada. Ma qui a Kalporz siamo più soggettivi e andiamo piuttosto a scovare, con soddisfazione, roba minuta, meno conosciuta. Ed ecco che allora il (breve) album (27 minuti) di Leto s Monikou è la scelta giusta. È uno di quei dischi che – per diverse congiunzioni astrali – sono così perché così dovevano essere. E “Cítiť to všetko naraz” doveva nascere, venire in vita necessariamente in questa forma tra il folk e l’indie minimale che trasmette pacificazione, quasi pazienza se potesse essere un termine che si può associare a della musica. Il cantato in slovacco poi ci porta in un altro luogo, in un altrove dove alambiccarsi su vite parallele e mondi separati, e la frugalità di Monika Midriaková ci restituisce la consapevolezza che, se le cose vengono fatte pazientemente, tutto arriva, tutto riesce.
(Paolo Bardelli)
Thom Yorke, “Live From Electric Lady Studios”
Chi non si è mai ritrovato a scandagliare i fondali di Youtube alla ricerca di versioni inedite dei propri pezzi preferiti? Per quanto mi riguarda, si contano sulle dita di diverse mani i miei ascolti dei live “From the Basement”, in particolar modo delle due edizioni Radiohead, ed è ritrovando – e rinnovando – questo interesse per la musica suonata e interpretata dal vivo che mi sono immerso nel quarto d’ora “nostalgico” pubblicato da Thom Yorke, frontman della band di Oxford. I brani sono quattro, di cui tre provenienti dall’ottima colonna sonora Suspiria, per il film di Luca Guadagnino, e uno da The King of Limbs (2011). La piccola raccolta si apre con la chitarra acustica leggera di Open Again, una ballata intima e malinconica, e passa a una bellissima versione di Bloom, meno articolata dell’originale ma forse, grazie alla centralità della voce di Yorke, ancora più intensa. Suspiria e Unmade, costruite sopra un’atmosfera poi ripresa in Tall Tales (2025), commentava un caro amico, sono eseguite in maniera magistrale, rendendo la raccolta assolutamente perfetta.
(Federico Spagnoli)
Aaron Shaw, “And So It Is”
“And So It Is”, disco di debutto di Aaron Shaw (uno dei musicisti più attivi della scena jazz losangelina degli ultimi anni), ha una potenza espressiva così forte che è difficile non pensare al pensiero schopenhaueriano sulle arti e la musica. Gli otto brani pubblicati in “And So It Is” sono la rappresentazione dell’idea di pace, tranquillità desiderata dal musicista californiano: «Volevo trovare un luogo di felicità e volevo trovare un luogo di risarcimento nella mia anima, per ciò che avrei dovuto affrontare e superare». Il percorso musicale tracciato da Shaw è di liberazione e di trascendenza. Il disco, prodotto insieme a Carlos Niño, è una catarsi, un’azione liberatrice dal dolore: andare oltre le sofferenze fisiche, spingersi oltre i limiti alla ricerca di nuovi spazi sonori che possano spostare gli equilibri della propria interiorità.
(Monica Mazzoli)
Chanel Beads, “Your Day Will Come”
Partire dallo stesso assioma per tornare, a distanza di due anni, senza trovare una soluzione in grado di sciogliere il mistero (l’album di debutto dei Chanel Beads era stato pubblicato nel 2024): Shane Lavers (mente e frontman del trio americano, affiancato dalla vocalist e artista elettronica Maya McGrory e dal violinista Zachary Paul) con Your Day Will Come lancia a tutti gli effetti una provocazione: al mercato musicale, in primo luogo, che avrebbe storto il naso di fronte alla scelta di intitolare il secondo lavoro nello stesso identico modo del primo. Ma il significato in fondo non cambia molto: che sia un augurio o un mantra inquietante, la consapevolezza si fa più evidente, trasformando una promessa sul futuro in una realtà sul tempo presente, in cui emerge la fatica di raggiungere l’ordine (“Do you believe them that is it coming?”), come se il tempo non seguisse una linea retta ma lasciasse instabilli, preda delle stesse ossessioni. L’album affronta una riflessione su un tempo ciclico, che si ripete avvolto nell’attesa e nell’incertezza, tra le difficoltà di spezzare le catene del passato e di inquadrare l’approdo di arrivo, soprattutto nel disorientamento dei tempi bui che stiamo attaversando.
Se è evidente la maturazione rispetto al primo album, ancora imbevuto di un pop da cameretta, con il secondo disco assistiamo a una destrutturazione vera e propria del linguaggio digitale. Una scelta che va nella direzione della deformazione sonora: lasciare in penombra, trattare le voci giocando con i campionamenti, i rumori e le registrazioni ambientali; elementi frantumati di un linguaggio emotivo instabile e precario.
Dalla perdita (la morte del fratello Tyler Richard, al quale è intitolato uno dei brani più struggenti del disco) al tema della memoria e del tempo, trasferendo il tutto dentro un linguaggio che rimane incasellato dentro una fitta nebbia, come in bilico tra sogno distorto e malinconico. L’album si compone così delle stratificazioni delle voci (quelle di Shane e di Maya che si mescolano fino quasi a confondersi), filtri, loop strumentali, violini e archi effettati, drum machine sgranate, storture lontane da qualsiasi idea di perfezione sonora. “I’m a little bit more comfortable with the thing I’m trying to do being just out of grasp, like maybe eternally”, ha dichiarato Shane in un’intervista. Dal lo-fi del primo disco i Chanel Beads approdano così a un hi-fi elaborato e d’avanguardia, pur senza rinunciare alla struttura della canzone, ma scegliendo un approccio volutamente sporco, imperfetto e sgranato. Una estetica da cameretta, ma portata nel futuro. Citando, per chiudere, di nuovo le parole di Shane: “Un giorno potrei sentirmi come se avessi scritto la migliore canzone di sempre e il prossimo mi sembrerà di non potere scrivere di nuovo una canzone”.
(Eulalia Cambria)


