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Maggio è quel periodo dell’anno in cui a Roma sboccia la primavera: sa di gelsomino, di serate intere all’aperto e di estate che bussa alla porta. Quest’anno, però, ha portato con sé una primavera in più, quella dello Spring Attitude, di ritorno dopo diverse edizioni in autunno; un modo per riallacciarsi alle proprie origini e al rapporto che ha costruito, anno dopo anno, con la città. La cornice, manco a dirlo, si conferma per il secondo anno consecutivo La Nuvola di Fuksas, quella struttura futuristica nel cuore dell’EUR che sembra fatta su misura per il festival romano. Qui, S/A ha celebrato la sua XV edizione con un nuovo record (ventimila presenze, duemila in più rispetto all’anno scorso) confermando una traiettoria in crescita e mantenendo la stessa identità che porta avanti ormai da anni: elettronica come prima natura, affiancata dal cantautorato, dal pop e dal rock alternativo. A raccontarla bene, ci ha pensato, come al solito, la line-up. Ma procediamo in ordine.
Day 1
Ad aprire le danze ci hanno pensato l’indie pop di Birthh e il mondo onirico di Lamante, due modi diversi di scaldarsi prima di Tony Pitony. Che il performer siracusano fosse il nome più desiderato della serata lo dicevano, prima ancora della musica, i tanti springers con le maschere alla Elvis Presley in giro per La Nuvola. Con la band al completo e i fiati a riempire ogni angolo di una sala già strapiena di gente e aspettative, Tony ha recitato i suoi versi senza filtri, ma ha anche divertito oltre che suonato: scat, spadellate (vere), e un’ascendenza sul pubblico totale.

Subito dopo, l’unico atto straniero del giorno sul main stage, gli olandesi Yīn Yīn che, con la loro psichedelia radicata nel sud-est asiatico, hanno preparato il terreno ai Nu Genea, gli altri attesissimi di una serata che non a caso aveva registrato il sold-out già da tempo. Il gruppo partenopeo è tornato a S/A dopo quattro anni dall’iconico headlining al set di Roma Antica. In live band ma senza Massimo Di Lena, la scaletta ha pescato tanto da People of the Moon, il loro ultimo album che fa esattamente quello che promette ogni loro uscita: diventare la colonna sonora dell’estate. A dimostrarlo, il momento più improbabile della serata, quando nel mezzo della pista si è aperto un cerchio non per un pogo (come vorrebbe la liturgia dei festival), ma per una gara improvvisa di limbo. Sul finale sono aumentati i bpm con la formula club-concerto di okgiorgio e i fratelli Parisi che, freschi di collaborazione nel nuovo album di Madonna, hanno chiuso la prima giornata.

Day 2
Così come il venerdì, anche il sabato si è aperto con il cantautorato italiano emergente e tutto al femminile, passando dall’elettronica dark e minimale di Gaia Banfi e Altea, al rock contaminato di Emma Nolde. A seguire, la scena è passata a Motta e ai compleanni. Il suo album d’esordio La fine dei vent’anni ne ha compiuti dieci, e lui lo ha portato sul palco con la giusta dose di rabbia e nostalgia (ora che a finire sono i trent’anni), con Roberta Sammarelli, ex Verdena, ospite speciale al basso.

La bomba della serata, però, l’ha sganciata la cantante e rapper argentina Nathy Peluso con il suo Club Grasa show. Nell’anno di Bad Bunny, in cui la musica latinoamericana si è presa il centro della scena globale riaffermando il proprio peso politico e sociale, si capisce perché una come lei non poteva mancare. Il set è stato una celebrazione della club culture latina (reggaeton, salsa, bachata) e non solo, spinta da un corpo di ballo numeroso, carico di ventagli, colori e perreo per un’ora e mezza senza tregua.

Spazio poi per l’atteso ritorno dei Dov’è Liana, saltati all’ultimo durante la scorsa edizione per essere sostituiti da Marco Castello. Se il Day 1 era il giorno delle maschere di Tony Pitony, il Day 2 è stato il giorno dei foulard e degli occhiali da sole: un esercito di “nonnine siciliane” per il trio francese che ha portato il suo french touch, ma soprattutto pace, baci e una dichiarazione d’amore continua nei confronti dell’Italia. Nel frattempo, fuori sulla terrazza, il Block Party si era già movimentato dal tardo pomeriggio con i set di Jason K, Palms Trax e Ben Sterling — stesso copione il giorno prima con Blue Marina, Manusol e Marco Passarani. Tornando dentro, a chiudere la notte è toccato all’italo-disco dei Mind Enterprises, e al dj set schizofrenico del dj giapponese Yousuke Yukimatsu.

“Abbiamo quindici anni, siamo adolescenti”, aveva raccontato il cofondatore del festival, Leonardo Scuderi, alla vigilia dell’evento. Vero, ma solo sui numeri, perché la maturità che ha raggiunto lo Spring Attitude è tutt’altro che adolescente. Se l’obiettivo è spingersi ogni anno più in là, anche questa quindicesima edizione lo ha confermato. Certo, i numeri di giganti come Primavera Sound o Pukkelpop, tanto per citarne due, sono ancora inarrivabili, ma il punto è un altro: per due giorni, dentro La Nuvola, la sensazione è ormai quella di trovarsi in un festival europeo senza dover prendere un aereo. Quell’atmosfera, quell’apertura, quel modo di vivere la musica che fino a qualche anno fa sembravano lontanissimi, esistono anche a Roma. Oggi si dà per scontato, ma forse è questo il suo grande traguardo.


