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Per chi segue il Primavera Sound dal 2009 è facile a posteriori individuare quei crocevia che hanno cambiato la storia di un festival indipendente trasformatosi in meno di due decenni in uno degli eventi più ambiti e riconosciuti del mondo, non solo da addetti ai lavori e appassionati.
Nel 2010 (con headliner Pixies, Pavement, Pet Shop Boys e Wilco) ha raggiunto le sei cifre come numero di presenze. Nel 2012 (Franz Ferdinand, The Cure, Justice) si è sdoppiato in un’edizione minore a Porto. Nel 2013 (con headliner Phoenix, The Postal Service, Blur, The Jesus and Mary Chain, Nick Cave and the Bad Seeds e My Bloody Valentine) ha esteso la sua superficie nell’area oggi occupata dai due palchi principali, oggi affiancati, un tempo uno di fronte all’altro. Nel 2016 (con headliner Radiohead, LCD Soundsystem, Sigur Ros e PJ Harvey) ha sfondato il numero delle duecentomila presenze . Nel 2019 (Erykah Badu, Future, Interpol, Tame Impala, Miley Cyrus, Janelle Monáe, Solange, J Balvin e Rosalía), inaugurando la campagna new normal si è affermato come primo grande festival con una line-up equilibrata a livello di genere, una scelta che sei anni dopo si è dimostrata vincente e soprattutto influente ed efficace. Dal 2022, l’anno emblematico del doppio weekend semi-gemello al Parc del Forum (e oltre 400mila presenze), dopo lo stop pandemico, ha lanciato le prime edizioni di Madrid (rimasta una tantum) e altre edizioni in capitali Nord e Sudamerica.
Proviamo a raccontarvi, in 7 punti, perché anche questa edizione 2026 verrà ricordata come un capitolo fondamentale nella straordinaria storia di un festival che già si prepara ad annunciare alla fine dell’estate la sua edizione numero venticinque. 
1. Un giovedì in emergenza
La prima delle tre giornate al Parc del Forum, come preannunciato dall’organizzazione che ha lanciato un alert in mattinata è stata segnata dalle avversità meteorologiche, un eufemismo se si considera non tanto la pioggia piuttosto gestibile (rara, ma presente in qualche edizione) ma piuttosto le pericolose raffiche di vento dal mare che hanno superato gli 80 km/h mettendo a rischio l’area dei palchi maggiori più esposta come ubicazione alla perturbazione. Ne è conseguita la cancellazione forzata di Mac DeMarco, Alex G, Bad Gyal, Doja Cat e Massive Attack, mentre la programmazione di tutti gli altri act non ha avuto spostamenti o cancellazioni. La comunicazione, dopo l’evacuazione dell’area main (solo Mac DeMarco suonava in uno dei palchi dell’area all’ingresso) è stata un po’ caotica nel mettere in standby ogni tipo di informazione su rinvii o annullamenti. Sarebbe stato utile trasmettere anche via audio dei messaggi per tranquillizzare i presenti e chiarire un po’ le cose e non solo attraverso i maxi-schermi degli stage oltre che sui canali social. Del resto la rete aveva dei problemi e, sotto un diluvio se non si è al riparo è difficile tenere costantemente il telefono sotto controllo per le notifiche push dell’app. Il risultato è stato un pericoloso fuggifuggi verso l’uscita (secondo l’organizzazione solo 3/4 dei presenti sono rimasti all’interno del Parc) e, dopo l’annuncio del posticipo dei Massive Attack alle 00:30 un dietrofront – sempre secondo l’organizzazione – del 50% di coloro che erano andati via. Alla fine però i periti hanno stabilito che non c’erano le condizioni per confermare gli show nei due palchi principali e così i Massive Attack, uno dei pochi grandi nomi rimasti a non aver mai suonato al Primavera Sound (nel 2020 l’edizione fu annullata per Covid, nel 2022 furono costretti a cancellare per motivi di salute) anche questa volta non hanno sconfitto quella che sembra una maledizione.
Doja Cat che entra nel club delle superstar hip hop/R&B annullati in quarto di secolo di Primavera dopo Cardi B, Migos e Frank Ocean dal canto suo aveva annunciato prima dello staff del Primavera l’annullamento del suo live mentre era stato confermato il rinvio dei Massive Attack dopo la mezzanotte. E anche questo ovviamente ha generato non poca confusione e molte polemiche soprattutto tra i commenti social. Il festival in un comunicato diramato nella giornata di venerdì ha provato a dare spiegazioni limitandosi a confermare la possibilità di rimborso solo per chi aveva acquistato un biglietto giornaliero per il day 1 e non per gli abbonamenti. Una decisione, anche questa, che non tutti gli abbonati hanno accettato di buon grado.
Resterà una giornata memorabile, non solo in senso negativo, grazie ai conturbanti set prima della tempesta di Ravyn Lenae e Men I Trust (c’erano anche i Geese di cui parleremo più avanti) e agli epici live durante la pioggia della nuova stella dell’avant-pop Oklou e tra una tregua e l’altra del temporale di un ispiratissimo Father John Misty. Immagini a loro modo indelebili per chi c’era più o meno al riparo, ma sicuramente anche per chi era sul palco.
L’emergenza meteo purtroppo si è protratta per altre due ore rispetto alle previsioni e le proiezioni di tutti i canali specializzati e quindi solo i più tenaci si sono goduti a pieno i liberatori set dell’astro nascente del cloud rap americano 2hollis e dei Fcukers (dopo la doppia esibizione del 2025 e questa del 2026, sono già diventati un nome “da Primavera”) e, a seguire l’accoppiata perfetta di maestri del clubbing made in UK, prima Overmono e poi Ben Ufo (sempre delle certezze), con Anthony Naples che invece poteva godere dell’asciutto palco indoor della Levi Warehouse. Nonostante la tregua meteo l’atmosfera era quasi spettrale tra bar vuoti e stradine del festival hanno assunto delle sembianze da romanzo post-apocalittico rispetto all’atmosfera festosa, colorata e brulicante dei vari sentieri che collegano i palchi.
Tutto ciò non ha impedito ai più resistenti dei più tenaci rimasti all’interno del forum di godersi la chiusura fino alle sei del mattino affidata al dirompente set del producer e dj giapponese Yousuke Yukimatsu, alla sua prima volta al festival. La sua esemplare storia di riscatto (è diventato dj nel 2016 dopo aver sconfitto gravi problemi di salute) è un elogio alla speranza, un barlume di positività che si propagherà nei restanti di due giorni di festival.
2. Le sorprese
Un tempo il Primavera Sound non disdegnava sorprese, sia nei giorni di preview nei club cittadini che addirittura all’interno del Forum, tra live a sorpresa annunciati qualche giorno prima (LCD Soundsystem, Interpol all’Apolo per fare due nomi) e unexpected set confermati poco prima, in palchi del festival o in spazi improvvisati (Haim, Mogwai e addirittura Arcade Fire). Per questa ultima edizione prima delle nozze d’argento sono stati regalate delle chicche non da poco in grado di accontentare tutte le tipologie di pubblico. Mercoledì Charli xcx ha fatto una comparsata nel djset curato dalla label Dirty Hit del marito George Daniel nell’intimo club techno Les Enfants Brillants, mentre si sono esibiti al Parallel 62 i Geese regalando uno di quegli show che resteranno nella storia del festival. La band guidata da Cameron Winter (che si è esibito anche da solo nell’Auditori, il giovedì, prima di spostarsi di qualche centinaia di metri per lo show prima della tempesta dei Geese) è probabilmente la band più chiacchierata del momento, con tutti i pro e i contro del caso. Un’esibizione da band ormai navigata che ha sconfitto ogni pregiudizio del caso.
La vera sorpresa, già preparata da mesi ma in grado di seppellire le polemiche legate alla gestione un po’ incerta a livello comunicativo della crisi del giovedì, è stata però quella di Olivia Rodrigo, annunciata a margine della conferenza stampa finale del sabato nel palco Occident (che peraltro non è uno dei due palchi maggiori). La superstar e icona della Gen Z non disdegnata dalle altre generazioni, ha addirittura chiamato sul palco Robert Smith (che si era esibito coi Cure il giorno prima) per suonare insieme a lui un inedito. E il bagno di folla è stato assicurato malgrado la concomitante esibizione dei My Bloody Valentine (che non suonavano al Primavera da tredici anni): il giusto compromesso storico tra generi e generazioni che poi è un po’ la quintessenza del Primavera Sound.
Per i clubber che già al Primavera tra palchi principali e i due palchi completamente dedicati al clubbing (a capienza limitata) avrebbero un festival nel festival con tutte le sovrapposizioni del caso, la sorpresa arriva sempre il sabato con la programmazione del Cupra Pulse curata da Sonny (ai più noto come Skrillex, già protagonista di un set dei suoi nella giornata di venerdì). Tra i guest confermati qualche ora prima nomi del calibro di Four Tet, Arca, Blawan e RHR. Un regalo inatteso, ma anche questo ampiamente pianificato vista la presenza di questi artisti da spettatori nelle giornate precedenti (così come della stessa Olivia Rodrigo) che ha ripagato questa fetta importante e molto british delle fatiche e delle delusioni delle prime due giornate. Anche se, come è immaginabile, la delegazione inglese del pubblico era quella meno preoccupata o abbattuta dal clima estremo del giovedì.
3. Una risposta dal volto umano al Coachella
In molti, dal 2019 in poi, da quando il Primavera dell’era “new normal” ha con meno timori accolto nomi sempre più pop e dal gusto sempre più anglosassone – nella fattispecie sempre più americano – hanno accusato il festival di virare verso tendenze pericolosamente Coachella. Inutile negare che la crescente presenza di pubblico da quelle latitudini e la necessità di accontentarli con dei nomi molti forti da quelle parti ha avuto il suo peso. E, segno dei tempi, la presenza di brand e il proliferare di content creator, alcuni connessi davvero a brand e media, altri presenti per emulazione o banale istinto wannabe, ha amplificato in misure esponenziali la cassa di risonanza del festival con contenuti talvolta molto distanti dall’ambito prettamente musicale.
A livello di act vagamente coachelliani, Cara Delevingne e Addison Rae che hanno fatto storcere il naso soprattutto al pubblico più conservatore del festival, hanno regalato uno show come tanti se ne sono visti negli ultimi dalla svolta new normal. La prima ha dimostrato di voler seguire traiettorie meno commerciali e più da scena cool britannica contemporanea. La seconda, tra i nomi più hype degli ultimi due anni, ha invece dimostrato di avere una serie di hit cui è difficile resistere. Pinkpantheress si appresta a diventare un nome molto Coachella, fa riempire l’arena Cupra oltre ogni capienza massima per uno dei set sicuramente più esplosivi e divertenti con quella sua rivisitazione pop “for the masses” della scuola UK Garage/dnb/jungle britannica. Skrillex ha fatto lo Skrillex e ha un background talmente forte e credibile e delle recenti contaminazioni che lo rendono sempre perfetto per ogni tipo di festival, più o meno mainstream.
Da rivedere gli ammiccanti Joey Valence & Brae, una versione Spring Break dei Kneecap come rap tutt’altro che leggero in un frullatore di basi e beat che svariano tra EDM e breakbeat con tutto quello che c’è in mezzo. Essere virali o diventarlo ha anche i suoi lati positivi. Si chieda a Men I Trust, Tv Girl e Water From Your Eyes rilanciati da un’imprevedibile esplosione su TikTok (come già successo in passato ai Duster).
Il Primavera Sound, insomma, pur inserito ineluttabilmente nelle logiche del mercato, riesce a preservare la sua natura fieramente progressista, da Coachella dal volto umano per rubare la famosa espressione del leader riformista cecoslovacco Alexander Dubček . Prima dei set molto coinvolgenti e riusciti di Gorillaz e Kneecap che hanno fatto salire sul palco – altra sorpresa Grain Chatten dei Fontaines D.C. è stato ospitato sul palco Aarab Barghouti, figlio del leader palestinese Marwan Barghouti detenuto nelle carceri israeliane dal 2002 per un toccante discorso sulla situazione a Gaza (un intervento inizialmente previsto anche prima del set dei Massive Attack).
È stata inoltre aggiunta una fotografatissima composizione luci con le parole No War, analoga a quella Created in Barcelona che affianca i main stage e alla celebre insegna Primavera Sound collocata all’ingresso del Parc e sotto gli iconici pannelli solari.
Tra gli altri big ospitati e intervistati da Radio Primavera Sound il premier spagnolo Pedro Sánchez e l’icona del calcio Pep Guardiola, due figure che politicamente – pur rivestendo ruoli molto diversi -hanno una posizione opposta al mondo MAGA e turbocapitalista di recente associati al Coachella e ad altri grandi festival internazionali legati alle big company e ai grandi fondi.
Il pubblico, forse il migliore pubblico del mondo nella sua eterogeneità, nella sua educazione e nella sua inclusività, non è che un riflesso, come sempre di un’identità del Primavera tutt’altro che minacciata.
4. I capisaldi passati e futuri
I leggendari My Bloody Valentine con un set e una scaletta da spaccare a metà i cuori più infrangibili e una volumata anche questa più umana del solito hanno regalato uno dei ritorni più attesi del weekend. Si erano esibiti con doppio show tra Auditori e Parc nel 2009 per la loro reunion e poi nuovamente nel 2013. Un anno prima invece avevano debuttato al Primavera The Cure che quest’anno sono tornati al Parc del Forum con una scaletta forse più hit-oriented rispetto al passato (soprattutto se ti devi esibire nella giornata che dà il nome a una delle tue canzoni più celebri come “Friday, I’m In Love”) hanno inaugurato il nuovo tour con due ore e mezzo e uno dei set più lunghi della storia del festival. Lo stesso discorso varrebbe per gli Slowdive se non fossero costretti a suonare così presto in una condizione non ideale per le loro sonorità, e vale invece per i sempre travolgenti Viagra Boys, ormai uno di quei nomi che ci si aspetta prima dell’annuncio di ogni line up.
Sul podio dei set più intensi e riusciti della settimana vanno a buon diritto sia Little Simz, alla sua terza comparsa nel festival (che fa di lei una certezza da Primavera) in una scalata meritocratica dai mini-palchi desolati del molo nel 2019 al palco principale passando per l’arena Cupra nel 2022 che the xx alla loro quarta volt al Primavera. La prima risale al 2010 per il clamoroso disco d’esordio che li ha lanciati ormai sedici anni fa, senza contare le numerose partecipazioni del fedelissimo Jamie xx tra live e djset.
Come Little Simz e come si prefigura per i Geese, tra chi era già salito sui palchi del festival, anche la sempre più matura e convincente Ethel Cain, l’ammaliante Sudan Archives e i Big Thief con un’emozionante esibizione al tramonto entrano di diritto nell’olimpo di quei futuri classic da Primavera Sound che non hanno deluso le attese e si sono esibiti davanti a una cornice di pubblico cui difficilmente sono abituati anche in festival di un certo livello.
Era la loro prima volta ma meriterebbero finalmente di diventarlo anche il raffinato artista r&B dijon, altro live da podio, in grado di riprodurre una situazione intima da home studio per uno show graffiante e per palati buoni; e i Knocked Loose che con uno straripante saggio di metalcore hanno fatto tremare le fondamenta dell’arena Cupra. 
5. Le novità
Quando dalle serate di apertura del lunedì alla serata di chiusura della domenica si assiste a dozzine di live e djset è sempre difficile racchiudere in una short list i migliori debutti di un’edizione, ma la tendenza, come emerso negli ultimi mesi a livello globale, è quella di un ritorno delle sonorità electroclash/witch house rivisitate da act della caotica costellazione di artisti cloudrap e digicore che sono cresciuti tra hyperpop, Soundcloud, Discord e altre piattaforme online.
Andando in ordine di gradimento sicuramente il duo londinese dei Bassvictim spicca su tutti con un live a volumi da arresto nella serata conclusiva alla Sala Apolo e una serie di brani che si ficcano in testa al primo ritornello.
Sono destinati a crescere conquistando palchi più grandi il chiacchieratissimo fakemink che ha mandato in visibilio una platea evidentemente molto britannica al palco Schwarzkopf e il duo canadese dei femtanyl che ha guadagnato la scena dopo gli stessi Bassvictim e prima dei saluti finali dell’edizione 2026 sul set di Mechatok accompagnato da Kamixlo e mobilegirl, a riprova della traiettoria che stanno prendendo i gusti delle platee più giovani presenti al Primavera.
6. L’ascesa del movimento globale latino
Mai come quest’anno la presenza di act provenienti da nazioni e regioni di lingua spagnola è stata così traversale a livello di generi senza il bisogno di headliner a fare da facile portabandiera (la big era la catalana Bad Gyal ma è stata, come detto annullata).
Non solo una quantità mai così numerosa di act catalani a testimonianza di un lavoro di promozione serio che la comunità autonoma di cui Barcelona è capitala sta facendo (e da cui l’Italia potrebbe prendere spunto). Si va dalle sonorità più sperimentali della colombiana Lucrecia Dalt alla guatemalteca Mabe Fratti (al Primavera col progetto Titanic) a quelle dance di un’altra colombiana come Ela Minus chiamata a sostituire Empress Of e di un’artista cilena di stanza a Barcelona come M8NSE.
DJ Python, di base a New York ma di origini argentino-ecuadoriane, Nick León, e Florentino entrambi di origini colombiante, ma rispettivamente cresciuti a Miami e Manchester, hanno portata alta la bandiera del clubbing più underground in vari set e b2b. Il secondo ne ha offerti due molto traversali e da abbattere ogni tipo di barriera, prima con g2g (origini uruguayane, di stanza a Copenhagen) e Safety Trance (origini venezuelane, di stanza a Barcelona). Così come la combo uruguaiano-colombiana di Hyperverbena, potentissimo progetto audio visuale di Lechuga Zefiro e Verraco.
Se tutti questi sono stati tra i momenti di clubbing migliori del festival è lecito chiederne sempre di più nei prossimi anni andando a consolidare questa identità da internazionale latina global.

7. La ciutat
Nonostante il veloce sold out del weekend e delle due giornate di apertura e chiusura al Parc del Forum, per la prima volta in venticinque anni il Primavera Sound non ha superato i numeri dell’edizione precedente (287mila, sei mila in meno rispetto al 2026). Il motivo più evidente è legato a un’edizione del Primavera a la Ciutat più a basso profilo (aperti solo quattro club), non si sa se per cause di forza maggiore o per una scelta preponderata. Tolti il live al Razzmatazz dei Mogwai, il già citato show da pietra miliare dei Geese e il sempre impeccabile Blood Orange al Parallel 62 (che ha avuto dissapori sugli allestimenti del set con la produzione nel giovedì prima della tempesta e si è esibito senza concedere la diretta su Amazon Prime che ha seguito alcuni dei set più importanti), nelle prime giornate di preview si è andati ben lontani dal numero di club coinvolti dalla prima edizione post-covid in avanti. Nonostante ciò i live del guru dell’underground hip hop newyorkese billy woods, e poi ancora Elias Rønnenfelt (Iceage) e Joanne Robertson in un contesto molto intimo hanno regalato non poche emozioni nelle prime due serate di programmazione tra Parallel 62 e la 2 della Sala Apolo.
Questo rende sicuramente più gestibile e per certi aspetti godibile l’esperienza sempre avvincente e caratteristica che si snoda tra le strade del Raval, ma è lecito aspettarsi nuovi fuochi d’artificio nell’edizione venticinque. 
Se lo scorso anno l’annuncio è arrivato a fine settembre (mai così in anticipo nella storia del Primavera Sound) è molto plausibile aspettarsi un annuncio già entro la fine dell’estate.
Intanto l’11 giugno partono le prevendite early bird per risparmiare sul costo dell’abbonamento senza conoscere la line-up della prossima edizione.
Con quindici Primavera alle spalle e quest’altra edizione rimasta a suo modo negli annali, il nostro consiglio per il 2027 sapete già qual è.
Abbiamo raccolto qui nella story in evidenza alcuni dei momenti migliori della settimana.
Le foto del report a cura dello staff di Primavera Sound sono di Clara Orozco (copertina), Neelam Khan (1), Sharon Lopez (2), Gisela Jean (3–6–7), Eric Pamies Garcia (4–5)
