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Aldous Harding @ Locomotiv Club, Bologna, 29/06/2026

Il “treno sull’isola” fa tappa al Locomotiv
Un Locomotiv Club gremito, tutto esaurito e visibilmente intrepido di vederla sul palco accoglie con entusiasmo e trasporto Aldous Harding, nome d’arte di Hannah Harding, e il quartetto di eccelsa qualità che l’accompagna. La cantautrice neozelandese è alla seconda di tre – dopo il Magnolia di Milano e prima del Monk di Roma – date italiane in un tour che la vede attraversare ampi tratti del continente europeo e che, nelle prossime settimane, toccherà Francia, Spagna, Svizzera, Germania, Belgio, Slovacchia, Portogallo e UK. Harding è autrice di quello che a oggi è, per chi scrive, uno degli album migliori del 2026, e che sarà probabilmente un serio candidato a entrare nelle primissime posizioni delle liste di fine anno di ogni appassionato di musica di qualità.
Lo stile e l’ampiezza di respiro del songwriting di Harding sono maturati disco dopo disco, iniziando a diventare notevoli con Designer nel 2019, andando ad affinare ancora di più, nel 2022 con Warm Chris, quel folk-rock psichedelico, poetico e onirico già evidente negli album precedenti, sfociando adesso, nel 2026 con Train on the Island, in un sound ancor più completo e variegato, che partendo sempre da quel folk-rock dalla matrice così intimistica e visionaria infonde in esso ulteriori sfumature liriche e ritmiche.
Lo show è aperto da un’altra artista neozelandese, Vera Lee, vincitrice di alcuni premi prestigiosi proprio in Nuova Zelanda nella sfera della musica alternative. Il quartetto muove da atmosfere e liriche molto introspettive e intreccia sonorità folk, rock e dream pop: il piano, i synth e le armonie vocali governano il suono che gli indicatori ritmici di batteria e di basso accompagnano in un territorio sognante e incalzante al tempo stesso, risultando una degna e coerente “prefazione” all’artista che seguirà.
Aldous Harding sale sul palco puntualmente alle 21:30. Il quartetto che la accompagna – Huw Evans, Mary Llywelyn, Gwion Llewelyn, Harry Bohay – sembra cucito addosso alla sua voce e alla sua firma chitarristica come se i cinque fossero nati tutti insieme nello stesso momento. Apre le danze, cadenzata e ipnotica, “Train on the Island”, con il suo incedere pigro e beffardo, con Harding in piedi al centro del palco, che canta, gesticola, si muove e a tratti quasi danza con gestualità che a volte ricordano quelle delle cantanti d’opera.

Un’altalena di emozioni tra art-rock e psych-folk
La voce di Aldous Harding sa essere ben più baritonale di quella delle cantanti d’opera, anche se, in ogni caso, è capace di catapultarsi in territori più acuti ogni volta che serve, e ha il raro dono di farti immergere completamente nell’humus che ogni brano è in grado di creare. Avviluppato dalla tensione preziosissima e fragile che Harding e il suo gruppo creano, il pubblico, in estasi, ascolta rapito in un silenzio totale e quasi religioso, incantato e stupito da tanta eleganza.
Il concerto procede con un blocco di brani tratti anch’essi dall’ultimo disco: “I Ate the Most”, che apre l’album, mantiene la sua potenza primigenia e avvolgente, con Harding che, come avverrà per quasi tutto il concerto, è seduta al centro del palco e suona la sua chitarra acustica, mentre tastiere e chitarre dialogano con forza con i pattern ritmici creati dal basso, e “One Stop”, uno degli episodi più intriganti del suo nuovo album, martella la sala con la sua sconfinata capacità di risultare orecchiabile e ballabile pur nella sua eterea essenza art-rock e psych-folk.
Più avanti c’è spazio anche per “Venus in the Zinna”, un altro dei passaggi più catchy di Train on the Island, che unisce alla sua brillantezza e stratificazione melodica uno spasmodico e meticoloso intreccio degli strumenti sul palco, partendo in primis dalla voce di Harding che è lo strumento più efficace e lacerante in quella sala, passando poi per le tastiere e le chitarre sostanziose e granulose, e concludendo, infine, con l’apparato ritmico soffuso e sostanziale insieme.
In mezzo a questo terzetto di canzoni c’è tempo anche per “Treasure”, contenuto in Designer, un brano in cui era già presente l’indole variegata e fluida di Harding, una gemma dalla natura spettrale e dalla versificazione ermetica e straniante, che il pubblico di più lunga data accoglie con un applauso molto energico. Le seconde voci maschili che compaiono in un paio di canzoni del set rendono il mosaico che Harding svela davanti ai nostri occhi ancora più completo e seducente.
Il concerto procede mantenendo un’asticella altissima sia per quanto riguarda la qualità delle canzoni sia per quanto riguarda la chimica tra i musicisti. Harding non è di tante parole e si direbbe che il suo carattere e le sue emozioni siano difficili da leggere quanto lo sono i suoi testi. Questo rende il tutto ancora più misterioso e affascinante: le canzoni sono rappresentazione e veicolo della sua interiorità e lei trova in esse un completamento o, ancor meglio, un prolungamento della sua essenza e del suo mondo. In questo modo l’artista e l’arte che questa produce finiscono per confluire, confrontarsi e, talvolta, confliggere, rendendo l’universo in cui esiste la sua musica particolarmente significativo e intenso.
Sia nei brani maggiormente psych-folk e chamber-pop sia in quelli più art-rock e ritmati la personalità e l’intimità di Harding sembrano vivere attraverso le sue pennate chitarristiche, la sua mimica facciale, il suo modo fisico e barocco di cantare, le sue gestualità diafane che emergono ogni volta che non sta suonando la chitarra. “If Lady Does It” e “San Francisco”, coi loro frequenti cambi di umore e di andatura, incespicano meravigliosamente in loro stesse, ipnotizzando il pubblico e regalandogli visioni celestiali. Dall’altro lato brani torbidi e sfuggenti come “Passion Babe” e “What Am I Gonna Do?” vivono sulla carne e sulla pelle di Harding e dei suoi musicisti con vivido entusiasmo, ammaliando anch’essi i tanti spettatori che, immobili e in silenzio davanti a brani di tale spessore, si lasciano andare a scrosci di applausi sinceri e sentiti al termine di ogni canzone.

Uno show rarefatto e onirico
Anche i momenti maggiormente calati nell’alt-pop sono come sempre infusi di quel tocco psichedelico e nebbioso che caratterizza tutta la produzione di Harding. In “Fever” gli squarci melodici che caratterizzano il pezzo equilibrano le virate chitarristiche taglienti che duettano con una performance vocale di Harding potente e lacerante, il tutto avvolto da un pattern sonoro insistente e ondulato condotto da basso e batteria. “Leather Whip” funziona con altrettanta maestosità, inabissandosi in quartieri della psiche ignoti e indecifrabili, anche in questo caso ben rappresentati dal pallido strumming di chitarra di Harding e dalla sua voce immateriale ed enigmatica. Anche “Worms”, con il suo incedere traballante e smaliziato, risulta uno dei momenti più intriganti dell’intera serata, in una scaletta nella quale l’ultimo album Train on the Island viene eseguito per intero.
La ballata psych-folk che è “Warm Chris” costruisce un botta-e-risposta particolarmente efficace tra chitarra, voce, basso e batteria, fondando la sua essenza su una continua alternanza di climakes ascendenti e discendenti. Prima dell’encore c’è tempo anche per “Coats”, diamante contenuto nell’ultimo disco, nella cui domanda più diretta, incomprensibile e stupenda, «What do you say when you meet blue women?», nasconde tutta la sua delicatezza e unicità, e le cui viscere alt-rock polverose e graffianti si scontrano con un testo visionario e indecifrabile, uno dei massimi episodi di Train on the Island e un momento apicale anche di questo concerto. Harding, come dicevamo, non parla molto tra una canzone e l’altra, se non per ringraziare il pubblico, ma prima di questa canzone gli chiede apertamente «Who’s in love now?», attendendo le risposte e osservando quante mani si fossero alzate in sala.
Dopo la brevissima pausa successiva ai 14 brani del regolare set Harding torna sul palco, si siede e imbraccia la chitarra per una strepitosa esecuzione in solo di “Riding That Symbol”, dolce, onirica e poetica, una ballata folk che sembra uscire da un’altra era e un altro mondo, un canto solitario e malinconico che viene da lontano e che sembra concentrarsi proprio sul rapporto tra le sue canzoni e il pubblico. A chiudere il concerto sono due brani tratti rispettivamente da Party e da Designer, cioè “Imagining My Man”, un grande acquerello art-rock dalle sfumature tenebrose e psichedeliche, e, infine, come ultimo pezzo, “Designer”, in cui Harding, che già prima in altri due brani aveva suonato una particolare percussione e un cembalo, a un certo punto utilizza per qualche secondo una maraca.
Con la sua idiosincratica pulsione tra un anelito pop, che la melodia e il mood generale di tanti dei suoi pezzi sembrano inseguire, e il suo indomabile desiderio di sconfinare verso successioni armoniche dissonanti e imprevedibili e ritmi disforici e spezzati, “Designer”, che ha compiuto sette anni, è la degna conclusione di un concerto dal respiro ampio e dalla qualità elevatissima, uno di quei brani, inoltre, che all’interno del terzo disco di Harding più aveva fatto intravedere la direzione che il suo stile di scrittura e il suo campo di riferimento musicale avrebbero imboccato nei due dischi successivi. Il Locomotiv si svuota lentamente e il numeroso pubblico radunatosi in questa caldissima serata bolognese di fine giugno – che a metà concerto, mentre eravamo riparati nella sala e dalla musica di Harding, aveva visto un acquazzone-grandinata non da poco – si allontana dalla venue chiacchierando flebilmente, ancora toccato dall’ora e mezza di splendida musica cui ha avuto la fortuna di assistere.

(Live report e foto di Samuele Conficoni)
