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PJ Harvey si è spostata dalla terra allo spazio, è incredibile. I suoi ultimi album avevano una natura tipicamente folk e di “ritorno a casa”, alla sua campagna del Dorset. Oggi invece lei guarda il cielo e le stelle, inaugurando una nuova fase del suo percorso artistico con “Voyager”, primo inedito dopo I Inside the Old Year Dying (2023).
Il brano si presenta come un’apertura suggestiva e ambiziosa, capace di proiettare l’immaginario della musicista inglese in territori tra l’elettronico e l’orchestrale che potrebbero essere dei Radiohead o Portishead, finanche dei Boards Of Canada.
Registrato con un’orchestra completa ai Miraval Studios in Provenza, “Voyager” prende il nome dalle sonde NASA lanciate nel 1977, ancora oggi in viaggio nello spazio interstellare a quasi cinquant’anni di distanza. Un riferimento esplicito: la traccia traduce in suono quella deriva lenta e silenziosa nel cosmo, attraverso un equilibrio raffinato tra archi in espansione e segnali sintetici pulsanti, che sembrano estendersi all’infinito.
Il risultato è una composizione gelida ed eterea, attraversata però da una tensione profondamente umana. Harvey costruisce un paesaggio sonoro sospeso, contemplativo, in cui la dimensione cosmica non schiaccia l’individuo ma lo ridefinisce: minuscolo e fragile. Siamo tutti dei “pale blue dot”, polvere in un raggio di sole, insomma.
(Paolo Bardelli)

