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11 Maggio 2026, Locomotiv Club, Bologna.
Poche parole, pochissime parole pronunciate da Jacob Allen, in arte Puma Blue.
Uno che quest’anno ha dato alle stampe, il 6 febbraio “Croak Dream”, ulteriore gemma di una discografia che inizia a farsi corposa e ormai è di diritto dentro a quei percorsi che corrono sottotraccia, senza l’hype più intenso di altri nomi ma che, uscita dopo uscita, costruiscono un piccolo culto.
E se ci sono artisti che sembrano avere una personalità che esonda dalle canzoni durante il concerto, Puma Blue restituisce l’idea opposta: che nei brani ci sia tutto.
Che il contatto stesso con il pubblico sia superfluo, che chi ascolta sia spettatore partecipe di un’anima che si trasfigura in musica: non è necessariamente dialogo, è performance che unisce.
E non è un difetto, chiariamolo: solo un’osservazione, un modo di spiegare, di fare capire a chi non è ha visto il live, nella seconda serata di un breve tour che la sera precedente aveva visto protagonista Milano.
Perché il linguaggio che arriva, sia su disco così come dal vivo è particolare, sembra uscire da un’epoca ed estetica propria: c’è qualche lirismo che sembra uscire dalle ceneri di Jeff Buckley, c’è quella grana sporca, quel pulviscolo di jazz e elettronica dei Portishead più industriali, c’è una scrittura che è sempre piena, di suoni, di battiti, di note, di luci e di momenti di buio e che raramente si lascia andare alle melodie accoglienti, al facile.

Puma Blue danza sulla sottile linea tra l’accessibile e il complesso, riuscendo a non cadere e spesso a danzarci sopra classe.
E funziona, basta guardarsi intorno, basta leggere i labiali, ascoltare le parole a fine concerto: funziona, arriva, magari non sono i grandi numeri, ma è un lunedì sera, siamo nel contesto di quel format di sperimentazione che il Lokomotiv Club chiama Express Festival e che chiude, in sostanza, la stagione al chiuso del sempre ottimo locale bolognese con una serie di nomi di qualità.
Funziona, dicevamo, perché il suono di Puma Blue è delicato e potente assieme, è un coltello di precisione che affonda una punta affilata dentro all’anima più intima dell’ ascoltatore.
Ormai trentenne il nostro Jacob ha trovato la maturità con questo ultimo album e lo suona, quasi per intero, durante un’ora e mezza circa di live al Locomotiv Club di Bologna (peccato per l’assenza della splendida “Silently”) senza dimenticare qualche incursione nel passato (come per una elegantissima “Hounds” tratta da “Holy Water” del 2023, che ci continua a sembrare un brano fuori dal comune per qualità) in un live illuminato da luci dense e monocromatiche.

Scrive quasi tutto da solo in studio, Puma Blue, ma live è una band, di qualità stellare e che avvolge con ritmiche sempre diverse, con passi pesanti e mai veloci, con suoni sempre leggermente distorti.
La voce che si arrampica (con qualche supporto tecnico ed effetti) tra il sussurato e l’acuto, la componente ritmica si aggira su territori spesso vicini al jazz, qualche volta al trip-hop, di tanto in tanto sorprende per una maggiore elettricità e non manca di qualche vena di sperimentazione.
Come in quella “Mister Lost”, seconda traccia dell’ultimo disco che è una vera e propria bordata di battiti elettronici, più un James Blake sornione e in salsa acida e che funziona tantissimo: provate ad ascoltarla con una buona cuffia, quella traccia.
O ad essere sotto un palco, in un piccolo club come questo, pieno per (ben più di metà, tre quarti, diciamolo dai) di una fascia tra i venti e quaranta, così ad occhio, persone fortunate.
Che in un lunedì sera, mentre il mondo teme una crisi globale, mentre si sta per spezzare la linea di sopportazione tra publico e artisti mainstream per quello che riguarda prezzi e logistiche della musica dal vivo, queste persone per v-e-n-t-i-d-u-e euro hanno potuto godere di una stellare ora e mezza di musica.
E se è difficile trovare un picco, torniamo al primo brano, del disco e del live.
A Croak “Dream”.
All’ingresso sul palco in silenzio, al basso durissimo, al crescendo che quasi si inerpica verso quelle scalate emozionali dei Radiohead (quelli di Hail To The Thief, forse) , all’atmosfera subito carica di magia, al pubblico ammutolito, come quando scendono in campo i grandi e tutti se ne rendono conto, stasera non si scherza, stasera è un viaggio, sono passi dentro di noi, passi nell’anima.
Lo dice lui stesso:
“Just a ghost now, always I’ll linger / Just a voice on the wind that sings so / Silently“
“Ora sono solo un fantasma, mi tratterrò per sempre / Solo una voce nel vento che canta così / Silenziosamente“
E silenziosamente finisce tutto, si riaccendono le luci.
E ricominciamo a respirare.

