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Little Wide Open è uno degli album più solidi e al suo interno coerenti di Kevin Morby, riuscendo a essere nel contempo anche estremamente variegato e spontaneo. Insieme ad Aaron Dessner il cantautore riesce a esprimere con grande efficacia e lucidità i suoi timori e le sue ansie immergendoli in un coacervo di melodie e di ritmi che sono in grado di annacquarli e alleggerirli. La percezione che tutto può finire da un momento all’altro e che ogni cosa può improvvisamente deragliare viene, così, vissuta da Morby con un piglio fatalista quasi euforico e disincantato, dove in quel sottilissimo spazio che separa una vittoria da una sconfitta – e, per certi versi, la vita dalla morte – si possono trovare, forse un po’ per caso, anche gioia e conforto.
Così Morby ci ricorda subito in “Badlands”, il brano d’apertura del disco, dove subito ci troviamo di fronte a una situazione apocalittica in modo paradossale: «Where the sky expands and you and I expire» è il luogo in cui il cantautore si muove di soppiatto, come per non disturbare, mentre accetta il destino mortale che attende tutti quanti con un passo incespicante ma mai del tutto rassegnato. «I can’t tell if I’m in Heaven or if I’m in the Badlands», afferma contrariato, mentre il ritmo incalza l’ascoltatore e le pennate di chitarra, le puntellature bassistiche e il timbro percussivo particolarmente avvolgente sembrano volerlo tranquillizzare. Siamo nel Midwest, sembra suggerirci Morby, e in questo luogo fortemente connotato, che sembra essere raffigurato come una terra di mezzo tra il passato e il futuro, sospesa in un tempo non ben definito, ci muoviamo per la maggior parte del disco.
Sul punto di diventare padre insieme alla compagna e collega Katie Crutchfield, non si può pensare che non sia stato influenzato, nel comporre e nel registrare il disco, da questo evento meravigliosamente impattante per la sua vita. Nella romantica e poetica “Javelin”, Morby riflette sulla sua condizione di oggi, amplificando i propri dubbi anziché provare a scansarli: «Am I a has-been? / Am I a husband?», canta con tono sinceramente confuso, per poi proseguire con «Could this be our life, babe? / Could you be my wife when / Everything ending now?», dove il fatalismo insegue una speranza di felicità e forse di immortalità – se il mondo un giorno finirà per noi qualcuno lo porterà avanti con noi – cullata e protetta con le unghie e coi denti.
In Little Wide Open, come un po’ in tutti i lavori di Morby, i riferimenti e le influenze si intersecano e si fondono con maestria e con passione. Ci sono dolci ricami chitarristici country-folk alternati a velenosi graffi psych-rock che guardano al maestro Neil Young, c’è la strada dell’Americana che potrebbe condurci fino a Lucinda Williams e c’è una cifra poetica, interpretativa e vocale che conduce dritti dritti al compianto David Berman. La controllata euforia di cui si parlava sopra, una reazione quasi isterica ma al tempo stesso orgogliosamente fiduciosa in quello che si può – e si deve – fare per frenare o quantomeno ritardare la fine è un filo rosso sottile che percorre Little Wide Open: non sempre è così visibile, ma la tensione e l’energia che propaga è percepibile in tutti i 13 brani del disco.
Little Wide Open è anche un disco religioso. La sua religiosità non è facilmente inquadrabile: è una fiducia terrena, concreta e pragmatica, ma così vigorosa, pulsante e radicata nell’asfalto e nel viaggio che ha qualcosa di sacrale e di aulico. «Sometimes we’re violent / Sometimes we scream / Sometimes the myth grows / Bigger than the dream», canta Morby nel pezzo che dà il titolo al disco. Siamo avvolti in un turbine di sabbia e di polvere, ma, come ci suggerisce, è qui che il mito cresce e ci regala un sogno, che a volte è però più piccolo e meno rilevante del percorso che ci ha contribuito a crearlo e a mantenerlo acceso. «Going nowhere in particular / Like some strange and ancient wild bird», canta Morby con un tono convinto e oracolare nella rurale “Bible Belt”, in cui le pizzicate chitarristiche e gli accordi pianistici stendono un tappeto rosso alla sua voce calda e vellutata.
Ormai definitivamente maturo e in cammino in un percorso musicale e tematico coerente e centrifugo, Morby sembra riflettere il mondo che anche la sua compagna ha cantato nei suoi recenti – i migliori – dischi della sua carriera, un punto fermo per provare a risemantizzare quei concetti e quei sentieri che, nel mondo dispersivo e frenetico di oggi, rischiano di perdere il loro valore originario e sincero. Così timori e aspettative, gioie e inquietudini si stringono la mano e si invidiano vicendevolmente.
Morby non si sente obbligato a liberarsi a ogni costo di quei pesi che ora è in grado di gestire, valorizzare e in qualche modo “provocare”. «Well, chasing dragons and chasing demons / Trying to slay them, trying to free them», racconta nella tiepida e quasi sognante “Junebug”. Nella levigata e seducente “Die Young” esprime il suo amore per quello che sta vivendo e per ciò che lo attende e non ha paura di affrontare a viso aperto la fine: «And see to it that if we die young / I’ll live on through you / And you’ll live on through me, too», canta con un tono quasi ironico e per nulla abbattuto.
Per tutti questi motivi la musica di Morby risulta variegata e stratificata senza mai essere sofisticata in modo troppo artificioso. La schiettezza delle sue aperture vibranti e ambientali(stiche), quelle che, per esempio, sa creare magistralmente la accattivante e coinvolgente “Natural Disaster”, fa il paio con le dolci e immaginifiche scene che creano i suoi testi. In “Cowtown” Morby sente il bisogno di volar via da qualcosa che lo opprime, ma non si ritiene in trappola, liberato da quegli arpeggi di chitarra che sono l’unico aspetto che lo mantiene vivo: «In this old cowtown / Where no one ever makes a sound», canta, proseguendo con «Except me on this guitar / And I feel like flying away from here». È una confessione sincera, un desiderio accarezzato a lungo che, proprio grazie a queste note, sembra farsi realtà. La spontanea e schietta bellezza di Little Wide Open è tutta in queste manifestazioni liberatorie, epifanie cesellate con la massima cura e con la più vivida e viva energia.
79/100


