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15 Maggio, Dumbo, Bologna.
Coraggiosi, davvero coraggiosi.
Non è facile oggi immaginare un festival di due giorni, la voglia di mettere in cartellone cinque, sei, sette artisti a sera, non scendere mai nel banale e nello scontato nella lista dei nomi. E tenere pure un prezzo basso: venti, venticinque euro a sera, pure meno se si approfittava delle offerte in early bird.
Eppure questo è il Gemini Festival, progetto costola del Robot Festival, con cui condivide la direzione artistica, per il secondo anno al Dumbo di Bologna, un enorme spazio fatto di diversi edifici che sono ora a disposizione di associazioni e progetti, una specie di distretto industriale dove sembra di entrare più in un quartiere di Berlino che nella città emiliana.
Non è un luogo nato per i live, noi ci avevamo già visto, a qualche decina di metri di distanza da dove siamo stasera, i Black Country, New Road qualche anno fa, in quel tour di ricostruzione, poco dopo l’abbandono del cantante prima dell’uscita del secondo disco, mentre oggi siamo al Binario Centrale, un vero e proprio capannone, industriale, soffitti alti, muri bianchi, spazi larghi, un luogo che si percorre in lunghezza, con il palco in fondo.

Non è, insomma, un club cittadino pensato per vibrazioni e suoni profondi, eppure è proprio questa la situazione: vibrazioni e suoni profondi.
Suoni in ogni direzione, per una lunghissima notte che parte poco dopo le 20 e terminerà alle 3, abbondanti.
E poco le 20 entriamo, sta salendo sul palco Gaia Banfi, milanese, arrivata nel 2025 al secondo disco, con “La maccaia” che ne ha evoluto il suono e confermato il talento già intravisto in “Lòtus” disco d’esordio..


Siamo dalle parti di Daniela Pes (non per sminuire, ma per dare una direzione sonora), con una proposta che sembra riuscire a inserire con eleganza soluzioni di battiti sintetici e un cantato avvolgente e lontano dal classico cantautorato, che guarda a qualche tradizione ancestrale e profonda.
È voce che si appoggia ai suoni, sul palco sono in due a gestire i suoni e l’impressione è spesso ottima, ipnotica e delicata.
Non è un caso che la nostra abbia recentemente fatto un giro anche da KEXP.
E poco dopo arriva l’artista, per chi scrive, più attesa della serata: Maria Somerville,
Anche lei al secondo disco nel 2025, quel “Luster” che ha fatto non poco parlare di sé, ipnotico e delicato, un disco che è stato ispirato artisticamente dal ritorno di Maria nella sua regione natale, quel Connemara irlandese fatto di natura, pioggia, nebbia e contatto con la natura.
Il disco è questa sintesi unita a riverberi e suoni che guardano ad un certo shoegaze (non a caso la nostra ha aperto per i My Bloody Valentine) ma l’inquadramento in un festival orientato all’elettronica e il recente ep di remix ci aveva fatto un pò immaginare ad un live che guardasse a quella direzione.
In una parola: no.
Il live di Maria Somerville è fatto di gradazioni di nero, senza troppo spazio per altro.


La voce quasi sommersa da chitarre e basso, le luci a nasconderne il volto, la batteria intensa: è un muro di suono che più che spostare il suono verso una direzione ritmica lo copre, lo ingloba quasi interamente.
È un live efficace? Si. È un live che si adatta al contesto di un capannone ampio che ancora deve riempirsi con decisione? Quello forse meno.
Ma la colpa non è nella proposta, ma nel contesto: è ancora l’inizio di un venerdì sera, la sensazione è che le persone vogliano muovere le gambe più che godere di un muro di suono compatto e densissimo, proprio come quella nebbia del Connemara.
Da rivedere, magari in uno scurissimo, intimo live club italiano.
E come lo Yin e lo Yang (ci si perdoni l’ovvietà della cosa) sono complementari, se Maria Somerville ha chiesto al pubblico un ascolto intenso e raccolto, i successivi artisti ad esibirsi sono i Kymono, bolognesi, nella sera dell’uscita del proprio primo disco, dal titolo “Kymono Sound”, che puntano all’opposto.
Ora: una regola non scritta dice che mediamente non si scrive particolarmente male di qualcosa che si ha visto o letto o ascoltato, che sia più utile insistere sull’eccellenza che non sulla critica, anche perché esiste il gusto personale.


E altrettanto onestamente, sono proprio loro a dare il vero avvio alla festa: sono ormai le 23, la gente continua ad entrare e la proposta del gruppo, una italo-disco venata con piacere di chitarrine funk, funziona.
Magari funziona per un tempo limitato, se vogliamo darne uno sguardo critico: al netto di una certa precisione ritmica e di una energia non indifferente portata sul palco, dal punto di vista della scrittura possiamo dire che, anche su disco, la ricetta quella è, coscientemente leggera e disimpegnata, non troppo profonda e che difficilmente riesce a fare emergere una traccia sull’altra, a fare emergere qualche intuizione sopra alle altre.
Diciamo: se vi piace il genere, ecco.
Loro sul palco si divertono, il pubblico inizia ad alzare le mani in alto, un’oretta trascorre e poi si cambia, ci sono gli headliner di serata, gli Altin Gün.
Di Amsterdam ma di matrice turca, i nostri, che hanno pubblicato da poche settimane il quinto disco (qui la recensione su Kalporz) che ne consolida la discografia, sono il gruppo che cambia la temperatura del Dumbo.


E volendo è strano, o forse lo appare a chi scrive, perché non siamo di fronte né ad una proposta essenziale e diretta, né ad una lingua conosciuta e cantabile, né a suoni convenzionali, che fanno parte del patrimonio genetico dell’italiano medio.
Eppure funziona, come, pensando ad una band affine, funziona con i Khruangbin, funziona come diventano iconiche certe canzoni che un Quentin Tarantino ha inserito nei suoi film, nonostante non siano attuali in senso stretto.
E ci sono accenni di pogo, quasi, sottopalco, un pogo che non è energia punk o rock ma quella delle percussioni di matrice araba, orientale, chiamiamola come vogliamo noi che in fondo quei suoni, quelle culture, quelle persone, non le conosciamo.
Da lì in poi è solo questione di gusto o di lasciarsi andare, ma il live è solidissimo, senza respiro e il Dumbo è passato da capannone un pò vuoto ad un agglomerato di persone serene.
Che ancora ricercano il ballo, lo trovano ora e lo troveranno nel resto della serata che si chiude con il live di Cery Wax, che inizia mentre usciamo, le ore di ascolto ormai sono tante e lasciamo lo spazio alla festa, che si chiuderà con il djset di Camoufly, previsto per le 2.30 di notte.


Per il giorno uno di Gemini è tutto: una proposta per rapporto qualità prezzo assolutamente fuori dai canoni, da apprezzare soprattutto per il grande coraggio di investire in artisti italiani e stranieri con ottima programmazione (il giorno successivo ci saranno i Kerala Dust, affiancati dai live di Bono/Burattini, Leatherette e Mind Enterprises e da due djset, di cui il primo degli Idles) e con un prezzo di accesso più che accessibile.
La domanda è solo una: per quale motivo non dovremmo essere già pronti alla prossima edizione?


