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Un mese fa la scomparsa di Matteo Agostinelli, anima e mente degli Yuppie Flu, che lascia un vuoto profondo in chi, nei primi anni Duemila, aveva abbracciato la musica indipendente italiana. Con la sua band è riuscito dove pochi seppero arrivare; e ancora oggi, a ripensarci, al di là del mainstream becero, quasi nessuno arriva.
Il mio ricordo di lui e della sua band è legato a un loro concerto al MI AMI Festival del 2008. Era una delle prime edizioni, quelle con il palco ‘Pertini’ e c’era un’atmosfera tra l’entusiasmo di esserci e la familiarità dei tanti volti che incrociavi, quasi carbonari durante l’anno. Il set degli Yuppie Flu per quel che ricordo fu compatto, ricordo la voce di Matteo capace di riempire lo spazio.

So che lui credeva nella possibilità di creare ponti, di portare un suono nato nelle province italiane verso un pubblico più ampio e in parte vi è riuscito dimostrando che si poteva partire da una realtà indipendente e costruire un percorso coerente, senza rinunciare all’ambizione. Purtroppo poi il mondo non gli è stato favorevole e si è dovuto arrendere davanti alla crudità dei numeri, la fine della Homesleep, dell’hype intorno a certi suoni e dei limiti dati dalla “vita vera” e si è ritirato, ma mai sopito.
Negli ultimi anni, stava lavorando a un nuovo album, frutto di quasi cinque anni di lavoro. Un progetto che, secondo chi gli era vicino, era ormai quasi completato. Cinque anni sono un tempo lungo nel mondo della musica, ma per lui erano necessari: ogni brano doveva trovare la propria forma definitiva, ogni arrangiamento essere limato fino a raggiungere quell’equilibrio tra immediatezza e profondità che aveva sempre cercato. L’idea che questo disco resti sospeso, in bilico tra compiuto e incompiuto, aggiunge una nota di struggente intensità alla sua eredità artistica.
Oggi, ripensando al concerto del 2008 e alle tante canzoni che hanno fatto da colonna sonora a un pezzo di vita, resta la gratitudine per un artista che ha saputo guardare lontano. La sua musica continua a parlare, a vibrare, a suggerire che anche dalle realtà più appartate può nascere qualcosa di universale. La scomparsa di Matteo segna la fine di un percorso umano, ma non spegne l’eco delle sue canzoni, destinate a restare.

