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Il valore del 2025 in musica mi pare alto. Almeno sopra la media degli ultimi sei/sette anni o forse più. Parlo di cose interessanti uscite in una tale quantità da disorientare. Ora, da non giovane, sono da anni nel club di chi dice “sì, ci sono cose belle ma lo streaming, i tempi serrati, tik tok, i fenomeni precotti” e tutto il resto. In effetti non è esattamente un mondo nel quale mi sento di padroneggiare tutti gli strumenti e i linguaggi. Prendi il fenomeno del six/seven del frame che sta qui sopra, così come la cosa delle carte brainrot: robe che possono far diventare siderale la distanza fra generazioni, come siderale a volte sembra la distanza nell’approccio alla musica. Ma, tant’è, nel 2025 ho messo le mani in una pentola calda che aveva dentro cose nuove, cose rinnovate, cose reinventate, cose rinnegate ma belle. Insomma, credo di aver visto passare, in dodici mesi, una carrellata di uscite ciascuna con il pregio e l’ambizione di poter rappresentare questi tempi (e questo anno), tutte diversissime. Ma ciascuna di queste mi ha parlato in una lingua in cui riesco ancora a riconoscermi. Mi ci sono legato come uno si lega “ai suoi dischi”. E tutto ciò, probabilmente anche un po’ in culo alle distanze temporali ma grazie, invece, al fatto che esistono tanti modi differenti per dire poi, in definitiva, le solite cose. Credo sia difficile che uno, nella musica del 2025, così bella, voluminosa e accessibile, non possa aver trovato anche la “sua musica”. Tornando al six/seven non è altro che una formula che negli ultimi tempi ha spiazzato qualunque adulto alle prese con adolescenti (o anche i figli più piccoli ma “adolescentizzati” nello stile comunicativo). La formula è un pass partout: non volendo dire nulla, può voler dire un monte di cose, innanzi tutto mostra agli altri la competenza di chi la usa nel suo stesso utilizzo. Poi crea un codice/non codice che ancora una volta definisce un’appartenenza (l’essenza dell’inside joke). E poi rimanda ad un’estetica e ad un universo di riferimenti culturali, vuoti o pieni che siano, dall’NBA al pezzo di Skrilla da cui originerebbe (e anche su questo non ci si può giurare). Ma in fondo, nel ’96/’97 non c’erano forse modi o bisogni di fare le stesse cose? Tutto questo pamphlet per dire che il contesto musicale (larghissimo) del 2025 ha più tratti di continuità di quanto non sembri, con la musica “vecchia”, con i “vecchi” che l’ascoltavano e, ricorsivamente, con i ragazzi che mescolano il vecchio col nuovo senza stare troppo a pensarci. Come si è sempre fatto, dai.
Top 10 Albums
Qui la scelta di stare su un numero ridotto di album è dettata dalla necessità di evidenziare, in un lotto di una trentina di dischi che mi sono piaciuti, quelli che ho messo in play più volte, per bisogni differenti. E (salvo eccezioni), aggiungerei, quelli con i singoli più forti, a leggero scapito di lavori più coesi ma forse un po’ meno emozionanti. Certo, se avessi deciso di farceli stare tutti e trenta, ci sarebbero entrati dai Geese fino a Lady Gaga (la miglior cosa mainstream credo sia la sua “Dead Dance”.)
12. Kaytranada, “Ain’t No Damn Way”

Louis Kevin Celestin è un habitué delle mie poll. Tant’è che stavolta parto proprio dalla sua, di posizioni. Tutto molto arbitrario ma è per permettermi di dire che anche in questa veste meno opulenta (34 minuti, senza il parterre di ospiti, tracce sostanzialmente strumentali) la mano è irrimediabilmente la sua. E fa un disco che anche in questa veste lascia un segno. Cosa che per altri, in parallelo, non accade.
11. Men I Trust, “Equus Caballus”

Dei due dischi gemelli “eterozigoti” dei canadesi (l’altro è il precedente “Equus Asinus”) questo sembra avere più sostanza. Vince facile anche perché recupera, rielaborandoli, i singoli degli ultimi anni che poi non erano finiti nell’altro disco. Insomma, non solo tinte pastello ma anche melodie dream pop e un groove più personale, con la stella dei Fleetwood Mac che brilla in un scenario glaciale..
10. Desire, “Games People Play”

Johnny Jewel recupera lo stile che ha reso inarrivabile il suono della Italian Do It Better. E lo fa con un disco passato abbastanza in sordina ma in cui spicca la classe da primadonna di Megan Louise. Lo scenario è tanto laccato quanto evocativo di una dolce decadenza. In certa misura suona nostalgico ma con la nostalgia coesiste una sfrontatezza che è molto contemporanea.
09. Royel Otis, “Hickey”

Il difficile secondo disco non perdona. E forse “Hickey” è leggermente inferiore a “Pratts & Pain”. Però i chitarrini di “Car” sono uno dei momenti più memorabili del 2025, senza ombra di dubbio. Il chitarrista (Royel Maddell) è riuscito a coprirsi sempre il volto anche quest’anno. E grazie ai soli capelli, mica gli serve un casco.
08. They/Live, “Nature & Structure”

La signora dietro al nome They/Live e relativo progetto art pop è Whitney Mower e ha fatto un disco che trasuda classe da ogni suo anfratto. Per i rimandi ad un’estetica tra i ’70 e gli ’80 vale un po’ del discorso fatto sui Desire. Sorprende la capacità di creare un mondo sonoro dove a fronte dei riferimenti di cui si serve, resta centrale lei, con la sua persona e la sua voce connotante.
07. Blood Orange, “Essex Honey”

Non un disco di singoli, questo. Direi che è il disco meno immediato di Devonté Hynes (ammesso che gli altri lo fossero). Arriva dopo anni in cui il protagonista del nome Blood Orange è stato poco sotto i riflettori e molto dietro alle colonne sonore. Ritorna in Inghilterra dopo anni americani e si sente. E questo ritorno sui luoghi che furono ha un sapore così cinematografico che la cosa delle colonne sonore è un ponte perfetto.
06. Oklou, “Choke Enough”

Una delle giovani regine della musica di quest’anno, capace di mettere nel suo bicchiere un evidente tocco hyperpop insieme a una tradizione europea (da Bjork a Himogen Heap) e a un barocchismo francese che stacca Marylou Mayniel da tante colleghe e colleghi. Un lavoro di quelli che riducono le distanze generazionali: la sua commistione tra un mondo ultracontemporaneo e una scrittura (e orchestrazione) classica non è mai un minestrone informe.
05. Safe Mind, “Cutting The Stone”

Un gioiellino di disco, tanto attuale nell’approccio, quanto legato ai primi anni novanta nel suono. La collaborazione tra Cooper B. Handy (LUCY) e Augustus Miller dei Boy Harsher che disvela una complementarietà e un amalgama rari. Come già riportato, “Cutting The Stone” non è solo la loro somma. Questo è sicuro.
04. John Maus, “Later Than You Think”

Difficile non emozionarsi al ritorno di John Maus. C’è stato un momento, era il 2011, nel quale “We Must Become The Pitiless Censors Of Ourselves” era alto in tante poll di fine anno. L’ispirazione in “Later Than You Think” è tornata grosso modo quella. C’è sempre quel suono di elettronica analogica impetuosa e lui che urla come se cantasse da sotto una maschera di quelle che cuciva Ed Gein.
03. Domenique Dumont, “Deux Paradis”

Questo è un disco che devi proprio andartelo a cercare. Non ci finisci per puro caso. Si sta parlando di una produzione lettone, però parigina nelle frequentazioni (qualche misterioso artista francese, si dice) e nei toni. Musica vicina agli Air ma con vibrazioni anche balneari, tentazioni reggae e dub, melodie calde ma con un impianto dream pop. Insomma, è uno di quei dischi da “era vero o l’ho solo sognato?”
02. Ariel Pink, “With You Every Night”

E questo è un altro disco che sembra non essere esistito ma per motivi diversi dalla numero 3, qui sopra. La posizione del contesto musicale e culturale rispetto a lui è evidente ma ciò che (di conseguenza) non è risultato evidente è la compiuta e ispirata bellezza di questo disco. Ci sono la sua cifra, i suoi suoni, la scrittura e poi anche qualcosa di diverso, stavolta.
01. Nourished By Time, “The Passionate Ones”

Il bello di Marcus Brown e di quest’album è che è veramente difficile darne una definizione senza andare a scomodare almeno quattro o cinque nomi e formule. New wave dell’r’n’b? Forse, ma è comunque poco per trasmettere quel che c’è in questo disco. Ora, quanto detto sul difficile etichettamento non vale, ovviamente, solo per lui, ma nel suo caso si va ad accompagnare ad una immediatezza pop così sofisticata che chiude il cerchio e lo piazza nel posto più alto di tutti.
Playlist 2025
Non volevo che fosse troppo lunga ma la volevo ben bilanciata. Alla fine trovo che sia un bel flusso di musica coerente con tutto quel che ho provato a esprimere sopra.
Migliore serie TV

L’immagine qui sopra è tratta dalla serie di Sollima sul mostro di Firenze per Netflix. Se l’è saputa pure giocare (e vincere, per quel che mi riguarda) con la serie di Murphy sul sopracitato Ed Gein. Ora, sforzandomi di non entrare in questa sede, dei significati storici, dei temi giudiziari e degli aspetti culturali della “vicenda mostro”, posso affermare che il lavoro di Sollima fuoriesce dalle forche caudine dei mostrologi senza le ossa rotte. Questo perché sceglie di fare l’unica cosa che ha senso fare quando si decide di entrare in quel ginepraio immenso, misterioso, armato e doloroso che è la storia stessa del mostro. In sostanza si tratta di prendere un frangente temporale, fare “un foro”, crearsi uno spiraglio narrativo di visuale ridotta ma privilegiata e provare (anche con dosi di fantasia) a descrivere quel che si potrebbe vedere da lì di tutto quel mondo infame che ha plasmato gli incubi di più generazioni. Tipo la mia, quelli che facevano le elementari, i meno francamente esposti ma i più indelebilmente suggestionabili. Sollima evita una lettura onnicomprensiva perché questa vicenda è impossibile raccontarla tutta e in modo compiuto. Paradossalmente, se dopo queste quattro puntate sarde non dovesse esserci il (probabilissimo) sequel sancascianese, l’identità di questo lavoro sarebbe ancora più robusta.
