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Il fiore di loto come metafora
No mud, no lotus è uno dei concetti cardine di molte simbologie e filosofie orientali: il fiore di loto, nel suo emergere dal fango e dall’acqua stagnante, è metafora di rinascita, della capacità di elevarsi oltre le avversità, è ideale incarnazione di bellezza e purezza spirituale.
“Lotus” è anche il titolo scelto da Little Simz per il suo nuovo album, il sesto in studio, arrivato in un momento complicato tanto a livello umano quanto a livello artistico, dopo la traumatica rottura del rapporto di collaborazione con l’ormai ex amico di infanzia e produttore Dean Cover, meglio noto come Inflo, presenza costante in studio sin dai tempi di “Grey Area” (2019), il lavoro con cui l’artista londinese aveva conquistato i primi veri grandi consensi dalla stampa di settore, nonostante fosse già arrivata la benedizione di colleghi illustri come Lauryn Hill e Kendrick Lamar. L’oggetto del contendere è la – presunta, per dovere di cronaca – mancata restituzione di alcuni prestiti concessi da Little Simz, al secolo Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo, nei confronti di Inflo; uno di questi sarebbe stato necessario per la produzione del primo show di sempre dei Sault, progetto nato proprio dalla mente di Dean Cover e sua moglie Cleo Sol, insieme a Chronixx e Jack Peñate, che aveva spesso ospitato la voce di Simbi.
Il tumulto umano e la crisi creativa
Oltre il gossip spicciolo, la premessa è imprescindibile per una piena comprensione di “Lotus” e della sua genesi, oltre che di alcuni dei temi che ricorrono nel songwriting e che mostrano una piega decisamente più personale rispetto al passato, ma nella rabbia lucida di Little Simz si scorge anche un senso di speranza tutt’altro che vago. Il tumulto umano dell’artista britannica appare già nell’opener “Thief”, un brano che narra dell’amicizia tradita con riferimenti non espliciti, ma limpidi; più avanti, con un piglio quasi sommesso, Little Simz si svela vulnerabile, parlando apertamente della crisi creativa che ha segnato la fase pre-“Lotus” in “Lonely”, cullata dal piano e dall’incedere lento delle percussioni, ma altri episodi, su tutti “Free”, esplorano anche un’urgenza di pace interiore che è anche reazione, prospettiva e ricerca di un orizzonte altro.
Nuove direzioni musicali
Sul piano meramente musicale, “Lotus” abbandona parte di quell’estetica orchestrale, anche un po’ figlia di Inflo, e riparte dalla produzione di Miles Clinton James (Kokoroko) e un sound più essenziale, in larga parte più diretto che in passato, ma non per questo meno stratificato. Se i primi due episodi – la già citata “Thief” e “Flood”, quest’ultima insieme a Obongjayar e Moonchild Sanelly – si stagliano in un solco già tracciato, esaltando l’intensità della scrittura con texture di bassi e percussioni in un caso e flirtando con l’afrobeat nel secondo, “Young” disegna traiettorie nuove, accogliendo inattese influenze di un post-punk tanto frenetico quanto scheletrico. Col passare dei minuti, fra le pieghe della prima metà di “Lotus” fanno capolino anche atmosfere più morbide e dilatate in orbita soul/jazz: è il caso di “Only”, impreziosita dalla voce di Lydia Kitto, e di “Peace”, con Moses Sumney e Miraa May, un passaggio in cui la tensione sembra sciogliersi, almeno parzialmente, appena dopo la genuina dolcezza di “Free”, in uno degli epicentri emozionali e qualitativi del disco.
Funk, afrobeat e grandi ospiti
La seconda metà si schiude con “Hollow”, minimalista e prossima allo spoken word, prima di esplodere in un esperimento afro-fusion con Obongjayar (“Lion”) in grado di rievocare l’ottima “Point and Kill” contenuta in “Sometimes I Might Be Introvert” e nella decisa svolta nella direzione di un funk sintetico e danzereccio (“Enough”, con Yukimi Nagano). “Lotus” funziona bene anche quando segue schemi hip hop più tradizionali, come accade in “Blood” (con Wretch 32 e Cashh), oltre che in chiusura, con il contrasto tra le voci di Little Simz e dell’ospite Sampha addolcito da un soul rarefatto, ma il cuore pulsante dell’opera coincide con la titletrack, un tripudio di hip hop, jazz, afrobeat e soul esaltato da Michael Kiwanuka alla voce e Yussef Dayes alle percussioni: è il brano più impegnato per struttura e minutaggio, nonché uno dei picchi dell’opera (e forse dell’intera discografia).
Oltre l’hip hop
Con “Lotus”, Little Simz si conferma come una delle artiste più ispirate e brillanti di questo decennio musicale. Dopo l’esplosione con “Grey Area” e la straordinaria doppietta “Sometimes I Might Be Introvert” – “No Thank You” in appena quindici mesi tra 2021 e 2022, Simbi appare capace di ridefinire una volta di più il proprio perimetro espressivo, entrando, con ogni probabilità, in una dimensione più propriamente black, in cui l’hip hop è “solo” la stella polare per descrivere traiettorie musicali sempre nuove e personali, ma anche estremamente consapevoli e mature.
86/100
(Piergiuseppe Lippolis)

