Share This Article
Musica Eterea. Una storia d’amore, streaming e distrazioni
Un libro sullo streaming pubblicato a puntate ogni martedì qui su Kalporz. Questa è la sesta puntata.
Qui trovi la 1a puntata, Ci sono troppi panini nel deserto
Qui trovi la 2a puntata, Ascoltatori Interessati
Qui trovi la 3a puntata, Cinema e libri, la mancata “spotifizzazione”
Qui trovi la 4a puntata, Lo streaming ci sarà per sempre?
Qui trovi la 5a puntata, Il completismo dello streaming ha resuscitato la musica vecchia
1.6. L’immaterialità della musica contagia le copertine
Abbiamo visto dunque come la musica eterea sguazzi in un ambito smaterializzato e ciò si porta dietro anche altri aspetti che possiamo definire marginali ma che per gli appassionati hanno sempre rappresentato molto, come ad esempio la questione delle copertine degli album. La copertina è sempre stata il biglietto da visita di un progetto musicale, il marchio, e ha sempre incarnato la sua riconoscibilità visiva. Era l’immagine di un suono. Ma già nella fase degli mp3 questa sua funzione ha iniziato a vacillare: le copertine avevano iniziato ad essere sostituite, nella praticità della vita quotidiana, dal semplice nome del file presente sul pc. Con lo streaming si è semplicemente istituzionalizzata la loro minore importanza nell’immaginario collettivo. È istruttiva la storiella di Noel Gallagher con i suoi figli: “Per i miei figli se una cosa non c’è sullo smartphone non esiste”, ha detto a «Buzz»: “Una volta sono tornato da una riunione con la copertina di un mio nuovo disco. ‘Cos’hai nella busta?’, mi hanno chiesto. Ho risposto che era la copertina del mio disco. ‘Cos’è una copertina?’, mi hanno risposto. ‘La copertina di un cazzo di disco!’, gli ho detto, per poi spiegargli tutto nel dettaglio: ‘Sapete quando andate su iTunes e vedete quella piccola immagine quadrata? Ecco, quella cazzo di piccola foto è una copertina’. E sapete cosa mi hanno risposto? ‘Davvero fai delle riunioni per una cosa del genere?’. ‘Cazzo se le faccio, è costata centomila cazzo di dollari’, gli ho detto. Ma per loro resta solo una foto sul cellulare…”. (22)
Quello che possiamo dire è che la funzione della cover (in questo contesto utilizzo il termine “cover” come sinonimo di copertina) è cambiata nel tempo: per certi versi, il senso delle copertine potrebbe essere incarnato, nell’era dello streaming, dalle gif che scorrono sullo schermo nell’ascolto dei brani, chiamate “canvas” su Spotify. Le canvas sono appunto animazioni che vengono visualizzate sullo schermo del dispositivo durante la riproduzione di una canzone su Spotify, e sono immagini a ciclo continuo tra i 3 e gli 8 secondi che appaiono in formato verticale per riempire lo schermo. Di solito sono frame tratti dai relativi video, e in effetti non sono presenti in tutti i pezzi, però gli artisti più in linea coi tempi costruiscono le canvas per tutte le canzoni del proprio album indipendentemente dai videoclip del/i singolo/i. Le differenze rispetto alle copertine sono evidenti: innanzitutto trattasi di immagini in movimento e non statiche, e soprattutto sono associate alle singole canzoni e non all’album nel complesso. Ma quest’ultima annotazione potrebbe finanche essere rappresentativa proprio di un tempo, quello odierno, in cui sono i brani che contano più che gli album. Quello che però credo sia vero è che ci si possa immergere all’interno di questi piccoli video, sognando mentre si ascolta la relativa musica, così come si faceva una volta rimirando le “copertinone” dei vinili, sdraiati sul letto in attento ascolto.
Un altro aspetto legato alla fruizione dello streaming che ha cambiato le stesse copertine è la scomparsa del lettering dalle stesse. Non so se “lettering” è il termine corretto, ma mi piace e prendo in prestito questa definizione dalle nuvole dei fumetti: di fatto sovente non ci sono più i nomi degli artisti e i titoli sulle cover degli album. C’è sempre chi li mette, e soprattutto questa scelta è sempre esistita, però diciamo che è un’opzione sempre di più seguita. Se fosse una filosofia da complottisti potremmo definirla “no lettering”. La ragione è semplice e pratica: sullo schermo dei device digitali appariranno sempre quelle informazioni sotto la copertina, per cui non c’è un motivo effettivo per inserirle nella stessa. Tra l’altro il posizionamento del lettering è sempre piuttosto complicato, nelle cover così come nei fumetti, per cui si raggiunge anche un obiettivo di facilitazione del lavoro grafico. L’opzione “no lettering” è stata esplorata anche in passato: non si può dire quale sia stato l’artista che lo ha fatto per primo, ma basti ricordare – solo per andare negli anni Sessanta – che questa caratteristica accomuna album come “The Velvet Underground & Nico” (1967, che più propriamente, trattandosi di opera d’arte, riproduceva “Andy Warhol” come firma del pittore) e “Abbey Road”(1969) dei Beatles, fino ad arrivare ad “Atom Heart Mother” (1970) e “Obscured by Clouds” (1972) dei Pink Floyd, e naturalmente “The Dark Side Of The Moon” (1973).

Tra l’altro l’etichetta della band di Waters, la EMI, così come per i Beatles, fu all’inizio molto disorientata da questa scelta, poiché si aspettava di vedere le classiche “lettere e parole” sulle copertine. Del resto l’idea iniziale di John Kosh, direttore artistico dei Beatles nella Apple Records, per “Abbey Road” fu che non c’era bisogno di scrivere il nome della band sulla copertina, perché erano la band più famosa del mondo”. Quindi i primi tentativi in tal senso prevedevano in ogni caso che il fruitore riconoscesse subito la band (i quattro di Liverpool) o il suo immaginario (Storm Thorgerson aveva iniziato a fare le copertine per i Floyd fin da “A Saucerful of Secrets” del 1968). C’era questo presupposto necessario, non sarebbe stato possibile farlo per un esordiente, insomma.
Il lettering nelle copertine al tempo della musica eterea diventa invece proprio inutile. È necessario solo sul formato fisico, ma del resto ci sono tecniche ovvie e già in uso da tempo che possono salvare capra e cavoli: prevedere la cover “pulita” in generale, e attaccare un adesivo sulla copertina del vinile o del cd. E così è accontentato anche chi acquista ancora il fisico.
Se si sfogliano le copertine degli album usciti nel 2022 non si può non notare che la scelta del “no lettering” accumuna dischi come “Ants From Up There” dei Black Country, New Road, “Dawn FM” dei Weeknd, “Dragon New Warm Mountain I Believe in You” dei Big Thief, “Sick!” di Earl Sweatshirt, “Pompeii” di Cate Le Bon, “Classic Objects” di Jenny Hval e si potrebbe continuare per un bel po’. C’è pure chi assecondando questo trend, come i Dry Cleaning, hanno inglobato il titolo “Stumpwork” direttamente nell’artwork, facendolo apparire con i peli della saponetta in quella che è già una cover piuttosto mitica. Come a dire: non stiamo a scriverlo “a macchina”, se lettering deve essere, allora che sia esso stesso l’immagine.

Del resto tutti questi elementi – musica, copertina e video (o canvas) – si trovano tutti e tre nello stesso device in forma immateriale o, meglio, visiva: lo smartphone. Una volta musica e copertina erano nel mondo fisico e i video vivevano nella televisione, su MTV, ora tutti si sono ritrovati nello stesso luogo, lo schermo del telefono, che è anche un non-luogo in quanto fatto di bit. Sono tutti interconnessi e fatti della stessa pasta, hanno la medesima natura informatica.
L’informatica ha inglobato l’intero mondo della musica, che sarà sempre più dominato da attori economici che principalmente provengono dal settore dei computer: se ci pensiamo, buona parte delle piattaforme di streaming più note sono prima di tutto provider informatici, e cioè Apple Music, YouTube Music e Amazon Music Unlimited. È un’unione oramai difficilmente scindibile, che certamente non riguarda solo la musica ma anche altri servizi (pensiamo solo alle agenzie viaggi spazzate via dai vari Booking.com e siti degli alberghi e delle compagnie aeree) che con il nuovo millennio si sono via via dematerializzati sostituendosi ai medesimi servizi forniti in modalità fisica (Google maps che ha sostituito le cartine stradali e gli stradari, le fotografie digitali che hanno soppiantato quelle stampabili dai rullini fotografici, i siti web di notizie che hanno funzione succedanea ai giornali cartacei, ecc.). E, più o meno in tutti gli ambiti, quando è arrivata l’informatica e la Rete a soppiantare vecchie logiche, ne è nato un diverso quadro economico, molte volte tendente a diminuire i ricavi per gli attori economici tradizionali spostandoli verso i nuovi intermediari virtuali. Ragionare dunque di musica eterea significa anche fare delle considerazioni sul nuovo assetto economico nella musica. Quello che faremo nel prossimo capitolo.
Il prossimo martedì la 7a puntata di “Musica Eterea”, dal titolo “L’illegalità precede la legalità“, all’interno del 2° capitolo “L’ECONOMIA MUSICALE AI TEMPI DELLO STREAMING“
(Paolo Bardelli)
Note:
(22) C. MARSH, Noel Gallagher – Interview, «Buzz», 10 giugno 2021, https://www.buzzmag.co.uk/noel-gallagher-interview/

