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Quattro anni dopo Renegade Breakdown, attraversando una pandemia mondiale, Marie Davidson torna al club con il suo sesto album, City of Clowns – ma non aspettatevi il solito clubbing. Ne è piena dimostrazione il live milanese dello scorso 19 novembre.
Le pulsazioni techno e i monologhi spoken word del disco della consacrazione Working Class Woman riemergono solo a tratti, perchè oggi si mescolano con le strutture pop e la sensibilità melodica insite nel lavoro pubblicato nel 2020 (e ultimo a uscire per la Ninja Tune). Ma tanto per essere chiari, ciò non le ha impedito di farci scatenare sulle note di un banger assoluto degli anni dieci come “Work It”.




Anche per lei è un esperimento insolito: “In un certo senso richiama quello che facevo prima della pandemia, ma con un’evoluzione,” racconta. “Non volevo ripetermi.” Ma a plasmare il suono e lo spirito di City of Clowns, prodotto con i fratelli David e Stephen Dewaele (Soulwax) è anche un nuovo nemico: il potere invisibile della tecnologia.
Nel 2022, mentre lavorava all’album, Davidson ha infatti letto “The Age of Surveillance Capitalism” di Shoshana Zuboff, un saggio che denuncia il capitalismo della sorveglianza come una nuova forma di oppressione economica, ormai infiltrata in ogni aspetto della nostra vita. La lettura l’ha profondamente colpita, spingendola a riflettere su quanto la tecnologia abbia ridefinito il nostro modo di vivere e persino di percepire noi stessi. “Oggi siamo più consapevoli di queste dinamiche, ma allo stesso tempo ci siamo rassegnati.”
Muovere il pubblico offrendogli una visione consapevole: “Demolition” e “Sexy Clown” sono nuovi inni per chi crede nel suo lavoro e ama l’elettronica in tutte le sue sfaccettature.



