Share This Article
#tbt #richiami
Machina: il ritorno alle origini dopo Adore
A distanza di venticinque anni dalla sua uscita, Machina/The Machines Of God (2000) è stato ristampato lo scorso agosto quello che è considerato l’ultimo album dei “veri” Pumpkins, con l’aggiunta di un brano (Speed Kills, B-Side del singolo Stand Inside Your Love che precedette l’intero album) e le versioni remixate di tre dei brani più emblematici, ovvero This Time, The Imploding Voice ed Age Of Innocence.
Uscito due anni dopo Adore (1998), Machina segna non solo il ritorno del batterista Jimmy Chamberlin, ma anche l’abbandono delle sonorità elettroniche del suo disco predecessore. Figlie delle registrazioni effettuate a Chicago, Illinois, città natale di Corgan, le canzoni riprendono il filo conduttore di chitarre (elettriche come acustiche), distorsioni e sintetizzatori iniziato con Gish (1991), ripreso con Siamese Dream (1993) e definitivamente fatto esplodere con Mellon Collie And The Infinite Sadness (1995), riportando la band alla propria dimensione originaria.
Per entrare nel cuore dei “macchinari di Dio” bisogna lasciarsi alle spalle le melodie malinconiche di To Sheila, Crestfallen o Annie-Dog, e prepararsi ad essere investiti dall’energico vortice di amore e speranza che sgorga tanto dalle distorsioni quanto dai testi che caratterizzano i brani di quest’album. The Everlasting Gaze è il pezzo perfetto con il quale partire, con il suo riff di chitarra avvolgente che non lascia spazio a ripensamenti o esitazioni (concetto che ritroveremo più avanti) e che accompagna la voce di Corgan in quello che sembra essere a tutti gli effetti un inno al ritorno alle origini della band statunitense. I Pumpkins non sono affatto morti, anzi. (You know I’m not dead). “La pioggia cade su tutti, ed è la stessa vecchia pioggia di sempre”, eppure Raindrops + Sunshowers è un brano che, attraverso l’uptempo, marchio di fabbrica in casa Pumpkins, tratta la difficoltà di colmare certe distanze comunicando, gridando contro il diluvio che ci accomuna e sotto il quale fatica a propagarsi l’eco del nostro amore. Il suono inimitabile delle Zucche non sarebbe lo stesso senza il signor Chamberlin che, nel capolavoro che è Stand Inside Your Love, ricorda al mondo chi è il batterista che tanto impressionò Butch Vig durante le registrazioni di Gish, album d’esordio dei Pumpkins che stabilì subito le gerarchie interne della band. La solitudine sviscerata in I Of The Mourning (Radio, I’m alone […] Pick up where my thoughts left off, ‘cause I’m home to die on my own) precede quello che forse è il brano più sottovalutato dell’album, ovvero The Sacred and Profane, dove il tema è la messa a prova della propria devozione, che sia Dio, il proprio amore, o, perché no, gli stessi Pumpkins, la voce di Corgan viene incalzata dalle chitarre sovraincise e dal riff dello stesso cantante, che attraverso il suo sgraziato ma iconico falsetto domanda “visione, tempo e pace” come prezzo del riscatto del proprio rilascio. Provare, provare, e riprovare ancora: Try, Try, Try è uno dei brani più apprezzati dai fan delle Zucche, forse per il suono più pulito e moderno rispetto a quello che è invece l’andamento generale dell’album, o forse per la ritrovata speranza che si evince dal testo, e che si basa, come molti dimenticano, sulla ricerca dell’intimità perduta. Intimità che si può smarrire non soltanto nei confronti di un individuo, ma anche di un oggetto; di un macchinario, per essere più precisi. Heavy Metal Machine è più rumore che suono – questo va capito – e va bene così. Tutto è concesso dal momento in cui si riesce ad imbracciare il coraggio non di chiedere, ma di pretendere l’assoluzione dal proprio Dio, che nel caso di Corgan veste i panni mutevoli della musica stessa, unica cosa, a questo mondo così aspramente concreto e venale, per la quale vale la pena morire. (Let me die for rock and roll. Let me die to save my soul). Il rumore si spegne, l’amplificatore si acquieta e una melodia, pur sempre inseguita dalle solite distorsioni, si fa strada negli ingranaggi del macchinario: è quella di This Time, che nella versione remixata presenta anche una (riuscitissima) aggiunta di chitarre acustiche in sottofondo, che aggiungono profondità sonora quasi a voler pareggiare quella testuale. Lo stesso discorso vale per The Imploding Voice, nella quale, tuttavia, si può ritrovare la “sporcizia” che sta tanto a cuore a Corgan e ai die-hard fan delle sue Zucche.
Verso un suono più moderno
I nove minuti e quarantacinque secondi di Glass And The Ghost Children rappresentano la transizione dell’album verso un suono leggermente più moderno, e lo fanno rimescolando sonorità familiari – per chi ha apprezzato Mellon Collie and The Infinite Sadness – e una serie di variazioni di ritmo e complessità che rendono il “bambino vetrato” un pezzo estremamente interessante; forse addirittura una gemma nascosta in quello che può sembrare un album “monocorde”, e che invece chi sa muoversi espertamente nelle acque torbide di Corgan e compagni sa essere un’opera ricca di originalità, seppur rimanente fedele alla tradizione musicale Pumpkiniana. Wound e The Crying Tree Of Mercury sembrano non avere nulla a che fare con i suoni potenti e invasivi delle canzoni presenti ad inizio album – che torneranno brevemente soltanto nella seconda metà di quest’ultimo pezzo –, ed entrambi riportano l’attenzione sulla cura che si deve avere del proprio amore e di quello altrui, attraversando il chiasso e la polvere del tempo. (I’m reaching thru the noise. Across the dusk of time). “La velocità uccide. Ma la bellezza vive per sempre”: autoesplicativa la frase di apertura di uno dei brani che molti appassionati dei Pumpkins hanno relegato al dimenticatoio, e che invece rende Speed Kills un’aggiunta non banale in un album saturo di suoni e concetti come Machina, perfettamente completato da questo pezzo sulla lotta al rimpianto in favore del perseguimento dei nostri intenti. Il remix di Age Of Innocence è invece un ritrovamento quasi puerile, appartenente a un tempo dove la sofferenza era il lusso di chi trovava dentro di sé la forza per non arrendersi. Ed eccolo qui, il riferimento introdotto musicalmente con l’apertura dell’album e che in questo brano trova invece una dimensione testuale, una dimensione visibile (Desolation? Yes. Hesitation? No.) Meglio la delusione nello stringere tra le proprie mani i resti di un tentativo fallito che rimanere con i piedi per terra, ancorati dalla paura di saltare e volare via, volare via dai problemi e dalle attese, che in With Every Light si sgretolano sotto la luce di un sole nuovo, che risplende nel cielo e rischiara la nostra cara devozione. E se quest’ultima è ancora viva, allora che sia. Che sia. Rilasciate pure l’Apocalisse (Release the Armageddon), siamo pronti, pronti ad essere affrontati e battuti sotto questi “cieli azzurri portatori di lacrime”. È infatti con Blue Skies Bring Tears che vengono spenti e confinati al buio i macchinari divini, che tornano nei meandri di un’ombra che cela ma non rinnega l’album che chiude il vero ciclo discografico dei Pumpkins.
(Federico Spagnoli)

