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SPOILER ALERT: nell’articolo ci sono inevitabili piccoli spoiler circa “Black Rabbit”, per cui se non l’avete visto siete avvertiti.
New York, primi Duemila: dove tutto suonava meglio
Chissà come sarebbe stato vivere a New York nei primi anni 2000? Bellissimo, credo. A parte la ricostruzione del dopo-11 settembre, NY è stata la capitale musicale mondiale di quegli anni, fino quantomeno a tutto il decennio: Strokes, Interpol, The Walkmen, e chi più ne ha più ne metta. Gruppi che sono tutti finiti nella colonna sonora di “Black Rabbit”, miniserie thriller su Netflix, con Jude Law e Jason Bateman come protagonisti, quest’ultimo anche dietro la macchina da presa come regista in diversi episodi. La sua bravura non è più in discussione da quel gioiellino che è “Ozark” e la sua faccia da ex-bravo ragazzo qui trasformata in una specie di Drugo Lebowski gli permette di fare ottimamente questi ruoli da simpatico outsider tra crimine e sfortune della vita.
Ambientata a New York, la serie racconta la storia di Jake Friedken (Jude Law), proprietario del ristorante e lounge “Black Rabbit”, e del fratello maggiore Vince (Jason Bateman), ex socio caduto in disgrazia, tra vecchi debiti, scandali sessuali e affari criminali che mettono in pericolo tutto ciò che Jake ha costruito.
La particolarità di “Black Rabbit” è il suo essere intimamente connesso alla propria ispirazione musicale newyorkese e in generale indie-rock: la serie mette subito le cose in chiaro utilizzando, per la prima scena, ‘We’ve Been Had’ dei The Walkmen tratta dal loro album di debutto “Everyone Who Pretended to Like Me Is Gone” (2002), un brano splendido tra campanule e il cantato sghembo di Hamilton Leithauser. Ma le citazioni nel primo episodio E1 continuano andando anche più lontano nel tempo: “Just A Test” dei Beastie Boys e “Killer Is Me” degli Alice in Chains mettono in chiaro i riferimenti a cui la serie vuole rifarsi, tra le magliette di Vince (Pixies, Sonic Youth) e i riferimenti musicali nei dialoghi (nel prosieguo della serie Vince a un certo punto rinfaccia a Jake di “vestirsi come Nick Cave” e si complimenta con la figlia perché “vive nel palazzo di Physical Graffiti”).

Da The Strokes agli Interpol, la colonna sonora perfetta del crimine
Nel secondo episodio (E2) si scopre che vent’anni fa Vince e Jake erano un duo che faceva musica stile-The Strokes, e subito parte anche il video della canzone originale di questo duo: beh, il brano – “Turned To Black” – è proprio composto da Albert Hammond degli Strokes in collaborazione con il gruppo virtuale dei “The Black Rabbits” e sembra proprio uscire da quel periodo dei primi 2000 (c’è anche un ulteriore brano dei The Black Rabbits, la casalinga “Outside People”). Hammond fa anche un cameo nel sesto episodio, in cui è un avventore al bancone del bar che riconosce in Jason Bateman un membro dei The Black Rabbits.
Altri momenti musicalmente altissimi sono l’entrata nella bisca clandestina nella upper class newyorkese con “Boys In The Better Land” dei Fontaines D.C. (E2), l’incipit incazzoso di E4 con “U Should Not Be Doing That” di Amyl And The Sniffers, la dinamitarda “Prizefighter” degli Eels (“I’ll break through any wall / Just give me a call / I’m a dynamiter / I’m a prizefighter“) quando Vince e Jake danno fuoco alla loro casa di famiglia, “Blockbuster Night Pt. 1” dei Run The Jewels quando il criminale da strapazzo Junior (interpretato da Forrest Weber) si alza alla mattina e mima tutti i luoghi comuni da teppistello compreso quello di impugnare la pistola davanti allo specchio e fare le prove di una rapina. Senza dimenticare il cameo della cantautrice britannica RAYE con la bellissima “‘What A Difference A Day Makes” che chiude E3.
Ma i due punti più alti dell’associazione immagini-musica nella serie si ha certamente nell’E7 quando Vince riesce a seminare gli inseguitori e scappa con la refurtiva con “Starburster” dei Fontaines D.C. in sottofondo (l’abbinamento può ricordare Renton che scappa con la stessa refurtiva in “Trainspotting” sotto le note di “Born Slippy” degli Underworld, stranamente utilizzata proprio sempre in E7 di “Black Rabbit”) e soprattutto con la chiusa di “Untitled” degli Interpol mentre Vince continua a scappare, la telecamera si eleva con un drone su New York e partono i titoli di coda, una scena dannatamente memorabile. Per mettere tutto a posto E8 parte con un flashback nei primi anni 2000 e “You Only Live Once” degli The Strokes che risuona nel locale.
“Black Rabbit”: quando la musica fa la serie, non solo l’accompagna
“Black Rabbit” è un noir urbano elegante e torbido, che esplora le ombre del successo e i legami tossici del sangue, con una fotografia cupa e una New York decadente come sfondo costante. Ma soprattutto è una serie che dimostra come utilizzare (bene) la colonna sonora.
PS. La soundtrack originale è opera di Danny Bensi e Saunder Jurriaans, già autori delle colonne sonore di Ozark, The Gift, Enemy, Speak No Evil, Boy Erased e The Staircase.
(Paolo Bardelli)

