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Tocca andare un po’ a spasso nel tempo.
In “Hot Tub Time Machine” con John Cusack c’è questa scena politicamente non correttissima in cui uno dei protagonisti, temendo di essere finito negli anni ’80, per togliersi il dubbio chiede a una tizia se Michael Jackson è nero o bianco. Dalla risposta capisce con orrore di essere stato catapultato nel 1986. Ecco, se mai io dovessi aver sentore di essere piombato in una fase storica anche solo di dieci o quindici anni antecedente il presente, credo che mi giocherei una domanda sul covid. Oppure potrei chiedere a ogni mio amico se pensa che Ariel Pink sia il suo idolone storto e geniale o un nemico da evitare senza mezzi termini. Se la risposta fosse la A dovrei iniziare a preoccuparmi. Se invece fosse la B potrei stare già certo di aver scavallato il 6 gennaio 2021. Se poi mi rispondesse “non l’ho mai ascoltato”, “non so nemmeno chi sia”, “no entiendo tu idioma”, “sto entrando in galleria” e via così mi sentirei rincuorato perché avrei contezza di un buon ancoraggio proprio al 2025.
La vicenda del gennaio 2021, quando Marcus Rosenberg fu presente, sebbene da spettatore a latere, agli scellerati momenti che fecero tremare e incazzare l’America e noi tutti è più o meno commentata qui.
Torniamo al presente, dopo quattro anni che parrebbero molto più lunghi di quel che sono.
E invece il 2025 è l’anno in cui Ariel Pink torna con un disco vero, a differenza del materiale un po’ marginale che in questi anni di parziale isolamento ha pubblicato forse senza crederci poi tanto, tra demo nuovi, materiale ripescato, un disco nato e finito non bene (a nome Ariel Pink’s Darkside). E questo qui non è solo vero ma è anche bello. Bello da creare, volendo, un mezzo cortocircuito. Diciamo, tale da incasinare chi parla, scrive o fa girare questa cavolo di musica qui. Temo che una parte di me avrebbe quasi preferito che uscisse un disco insipido, svuotato di quell’ispirazione che fu. Oppure semplicemente diverso e non in grado di creare quella magia infantile ma anche infernale. Forse l’avrei desiderato anche solo per non dover litigare con parecchi. Perché a volte è più facile e rassicurante vedere che le cose vanno ad appaiarsi come nelle previsioni. Se il brutto è anche cattivo, se con le verdure si ingrassa poco, se il nerd ha gli occhiali non si rischia molto e si finisce tutti d’accordo. E, soprattutto, non si è poi amaramente delusi da posizioni collettive a volte più comode che altro.
Ora però questo, oltre ad essere un disco ricco, sfaccettato, melodicamente ispiratissimo è anche capace di riconnettersi in maniera salda con certi dischi di Ariel Pink che abbiamo visceralmente amato. Tipo “Pom Pom” a cui a suo tempo giurammo in tanti amore eterno. E quindi questa è un’uscita che può dare dei grattacapi, qualunque sia il nostro approccio. Magari uno lo può solo evitare perché se ci finisce dentro è preso per mano in un tour attraverso le proprie contraddizioni. O forse è proprio pretendendo di evitarlo che succede tutto questo. “With You Every Night” è esattamente quel tipo di giostra tra nonsense, filastrocche, inni, ricordi vividi di ogni cosa che susciti una forma di nostalgia. E musicalmente è una telecamera puntata su quel classico crocevia tra prog, AOR, rock’n’roll, roba dei cartoni animati con i sintetizzatori cafoni e pop d’autore.
Le sedici canzoni, in un gioco di contrappesi.
“Mommy Made Dinner” è paurosamente vicina a un instant classic darkettone che trascina via nonostante (o grazie) a un testo che parla di uno che vuole mangiare la carne mentre i piselli li darebbe volentieri al cane. La stessa potenza infantile così poco mediata la troviamo anche nello sgorgare delle note di certi assoli (di chitarra in “Pocket Full Of Promises” o di synth in “Anosognosia”). Ma la caratterizzazione di questo disco passa anche attraverso la scioltezza nello shift tra un genere e l’altro mantenendo costante il tono e l’intensità. La cifra di questo lavoro che rasenta spesso il virtuosismo sofisticato è questo gioco di contrappesi dove canzoni cesellate e farcite, epiche e maestose evitano puntualmente di prendersi sul serio. Se ciò avveniva anche in passato, stavolta l’effetto è accentuato (“Life Before Today” e “Off The Dome”). Ariel Pink qui va così spedito sul suo binario che non sussiste alcun bisogno di autocompiacersi, né di compiacere qualcuno o di convincere. E così arriva laddove un’esplicito e voluto tentativo di “redenzione” avrebbe invece fallito.
Un discorso a parte se lo può poi prendere “Entertainment”, buttata lì in mezzo e non alla fine. Una canzone con i titoli di coda stampati sopra, con un ritmo sincopato, un approccio da musical e un testo che quando sembra cedere al registro serio fa di nuovo trionfare il nonsense. Suscita l’immagine di un palcoscenico enorme e un artista in miniatura, che però è in grado di dominare quel palco. E siamo ancora una volta lì ad ascoltare la poesia di un bambino che cambia apposta le parole davanti ai parenti, in questi casi, gratificati più che fregati. E, senza apparente motivo, commossi.
Come detto sopra, se questo disco può essere un problema, evitarlo non è una soluzione percorribile. I principali media internazionali hanno effettivamente deciso di farci il giro larghissimo intorno. Ma d’altro canto, stendere un velo su qualcosa di così pulsante, disvela implacabilmente tutto un proprio movimento a vuoto. E a volte ho il timore di trovarmi in contesti che usano la parola coscienza un pochettino a cazzo.
“And take a long vacation
If all goes well, you won’t need your medication
And learn to live as stable
Happy days, as long as you are able
And disregard your inner hell
Cause you’re safe as well
And it’s all just entertainment“
80/100
Marco Bachini

