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La doppia anima di Berlino
Nessuna città come Berlino può vantare una doppia anima. «L’una spettrale, ancorata al passato, agli incubi nazisti, alla guerra, alle macerie, al degrado e all’orrore. L’altra modernista, vitale, frenetica, capace di dettare i trend degli anni a venire». Questa è l’essenza della capitale tedesca e, al contempo, del saggio di Andrea Cerasi, Achtung. Berlino, gli Hansa e la musica che ha cambiato il mondo (Arcana Edizioni, 2025). Un libro che racconta di sogni, speranze e slanci. Ma anche di rovine. Come quelle del Meistersaal, ad esempio, la sede della Società Edilizia sulla Köthener Strabe (parte ovest), che durante la Seconda Guerra Mondiale subì gravi danni a causa dei bombardamenti, tanto da rimanere in disuso fino al 1964, per poi diventare una sala di registrazione, gli Hansa TonStudio, dalle cui finestre si potevano intravedere il filo spinato e le torrette con le guardie armate. Proprio qui, a due passi dal muro, tra gli anni Settanta e Ottanta, in un clima da Guerra Fredda desolante e insieme creativo, germoglierà una scena musicale straordinaria. Capace di includere diversi generi come il krautrock, il punk, l’elettronica, l’industrial, il post-punk, il gothic, l’avanguardia. Del resto, das ist Berlin, questa è Berlino: una città fatta di note.
Musica libera, anche dietro il Muro
Dove anche nella parte Est – soggetta alle censure e alle perquisizioni della Ddr, in cui solo alcuni generi (popolare, classica e jazz, su tutti) funzionali alla propaganda socialista potevano essere tollerati -, «la musica è incontrollabile, il suo corpo liquido e astratto non può essere afferrato, e sfugge via tra le dita delle imposizioni». Tanto che negli scantinati, nei locali più alternativi (ad esempio il SO36, nel quartiere Kreuzberg), cresce un sottobosco in cui «lo spirito selvatico dei giovani ribolle». Uno spirito che si coglie nel punk dei Die Skeptiker, così come nell’elettronica sperimentale, di cui Berlino è stata a lungo capitale indiscussa, dei Kraftwerk e dei Tangerine Dream. Insomma, fin dai primissimi anni ’70 la città inizia a svolgere «un ruolo significativo nell’evoluzione e nell’ispirazione di centinaia di artisti». Diventa inaspettatamente terreno fertile per un cambiamento profondo della società. E qualcuno se ne accorge.

Da David Bowie ai Depeche Mode, da Nick Cave agli U2, da Lou Reed a Iggy Pop, passando per gli Einstürzende Neubaten e Brian Eno, moltissimi infatti sono gli artisti che proprio a Berlino, tra le sale d’incisione degli Hansa, trovano nuova linfa. In un contesto – ecco il paradosso – di dolore e sofferenza dovuto al dramma della divisione in due della città, una parte rivolta a Occidente e l’altra a Oriente («un gigante a due teste», la definisce l’autore). Una contraddizione geopolitica e geografica che, insieme alle tante restrizioni e i limiti fisici, con il grigiore degli edifici e le industrie che rumoreggiano sullo sfondo, fanno degli Hansa la fonte battesimale di molta musica del futuro. Quella che, ancora oggi, influenza i gusti e gli ascolti di milioni di persone. Quando si parla dell’universalità del linguaggio musicale, di quei segni e simboli in grado di comunicare a qualunque ascoltatore le medesime emozioni, bisognerebbe ricordare l’esempio paradigmatico di Berlino. Perché le due parti della città, riferibili a sistemi politici diversi, in realtà condividono lo stesso isolamento. Una comune atmosfera che rende possibile esprimersi (quasi) liberamente. Specie per i cittadini della parte occidentale, ad un tempo lontani dalla Germania Ovest e “protetti” dalla Ddr – essendo circondati dal muro -, i quali conducono uno stile di vita unico al mondo.
Gli Hansa Studios e la nascita di un mito
Gli Hansa Studios sorgono, significativamente, a ridosso della Striscia della Morte, un luogo di confine che tra il 1961 e il 1989 vedrà consumarsi non pochi drammi. I proprietari Peter e Thomas Meisel, decidendo di cavalcare la controcultura krautrock (quell’impasto tipicamente tedesco di rock progressivo ed elettronica), dopo produzioni legate a canzonette di facile consumo, cambieranno nel giro di pochi anni le sorti della musica contemporanea con una rivoluzione non solo musicale, ma culturale tout court. Ora, «In tanti all’Est immaginano la magia dell’Ovest». Sognano quei prodotti che, inevitabilmente, faticano ad ascoltare e guardano al di là del Muro con un misto di invidia e ammirazione. Tuttavia, la forza dirompente di certe sonorità, in modi spesso illeciti, scavalcherà controlli e diktat di ogni tipo. E insidierà quel mondo solo all’apparenza così impermeabile. Il seme della riunificazione potremmo dire che sia stato piantato proprio in quel momento. Tra le macerie di un paese ancora ferito dalla guerra, ma che stava risollevandosi. L’acustica degli Hansa, la bellezza dei suoni, dice non a caso David Bowie – che a Berlino tra il ’77 e il ‘79 registrerà una formidabile trilogia -, faceva da contraltare alla desolazione esterna. Un contrasto che insegna, se mai ce ne fosse bisogno, quanto la musica continui a suonare nonostante tutto. Anche contro gli accidenti della Storia.

