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Σtella è il progetto di Stella Chronopoulou, artista indie-pop greca dalla carriera in continua evoluzione. Il debutto discografico arriva con un EP autoprodotto nel 2012, seguito dal primo album omonimo del 2015 pubblicato con l’etichetta Inner Ear, che ne mette subito in luce la creatività. Da lì una crescita costante: Works For You, poi The Break che di fatto ha rappresentato una vera svolta, portandola a conquistare la Sub Pop, label che non ha bisogno di grandi presentazioni, avendo lanciato band come Nirvana e ospitando alcuni dei nomi più influenti della scena indipendente. Con loro Σtella ha pubblicato Up and Away (2022) e pochi mesi fa Adagio. Di questo nuovo lavoro, e non solo, ce ne parla nella seguente intervista, a ridosso del suo tour europeo che farà tappa anche da noi per tre date: Milano, Roma e Bologna.
Sei emozionata di tornare in Italia? Non è la tua prima volta qui.
Sì, molto contenta! Ho già suonato a Bologna ma non ancora a Roma o Milano.
Vorrei partire dal tuo nome. Σtella, così semplice da pronunciare e ricordare, ma ogni volta che devo scriverlo finisco col fare copia-incolla. Perché hai scelto di mantenere solo l’iniziale in alfabeto greco?
Volevo un nome a metà strada tra l’internazionale e il locale. È vero, non è facilissimo da cercare, ma poco a poco la gente impara a riconoscere la sigma greca. Richiede un minimo di sforzo, ma va bene così. E poi penso sia anche bello
Un equilibrio che riflette bene la tua arte: radicata, ma aperta al mondo, e che oggi ti porta al tuo quinto album, Adagio. In che modo titolo, copertina e concept dialogano tra loro?
La maggior parte dei brani di questo album l’abbia scritta durante il Covid, che è stato sicuramente un periodo in cui tutti abbiamo rallentato in qualche modo. Per me era strano, perché in realtà ero pronta, speravo che in quel momento succedessero cose importanti per me, con l’etichetta, con i tour, un po’ con tutto. Ma quando è arrivato il Covid e siamo entrati in una specie di pausa generale, alla fine l’ho accettato. All’inizio ero scioccata, perché avevo organizzato un tour e mi trovavo al terzo album, e tutto si è fermato. Così anch’io ho rallentato insieme a tutto il resto, e mi sono accorta che quella sensazione mi piaceva: una parte di me era felice di stare semplicemente più a casa, di potermi sedere tranquilla per un po’. Andavo comunque in studio, e lì avevo la sensazione di avere tutto il tempo del mondo. Era una bella sensazione. Volevo fare un album che suonasse davvero dolce. Forse può sembrare banale dirlo ma desideravo che fosse caldo e lento.
Il titolo viene proprio dalla canzone Adagio, che significa “a tempo lento”: a me piace fare le cose lentamente, credo che si ricavi più piacere da tutto quando non si ha fretta. La copertina è una foto scattata da un mio caro amico qualche anno prima dell’uscita del disco. Stavamo camminando in Germania, vicino a un lago. A un certo punto mi sono seduta un attimo, e lui ha scattato la foto senza che me ne accorgessi. Mi è piaciuta subito, perché trasmetteva una grande pace, e così ho deciso di usarla.

Quando hai cominciato a lavorare all’album precisamente?
Verso la fine del 2019. Ero in un viaggio in nave e mi è venuta in mente una melodia, che poi è diventata quella di “Omorfo Mou”, uno dei brani in greco. L’ho registrata sul telefono e, quando sono tornata dall’isola, ho iniziato a lavorarci sopra. Così è nato quel pezzo.
Quindi circa cinque o sei anni fa. Ma nel frattempo è uscito anche il tuo debutto con Sub Pop, Up and Away, nel 2022. Come sei riuscita a bilanciare due progetti nello stesso periodo, li portavi avanti in parallelo o uno dopo l’altro?
In realtà no, perché Up and Away lo avevamo praticamente finito già a fine 2019. Credo che avessimo i mix finali all’inizio del 2020, quindi proprio quando è iniziato il Covid l’ho consegnato a Sub Pop. Dopo averlo consegnato, ho iniziato a lavorare in modo più intenso su Adagio. Ma, ancora una volta, siccome dopo il 2020 non succedeva nulla, niente tour, niente feste, niente di niente, me la sono presa con molta calma.
Ed è vero che sei riuscita a firmare con Sub Pop perché hai mandato un’email al vicepresidente?
Sì, per caso! Ero molto determinata a trovare qualcuno.
Quindi puntavi solo a Sub Pop o avevi in mente più etichette?
Avevo alcune etichette in mente, sì. Credo di aver mandato, a dire la verità, almeno 500 email all’epoca, e la maggior parte ovviamente non ha risposto. Però avevo anche una lista delle mie “top 10”, e cercavo davvero di contattare qualcuno importante che ascoltasse l’album. Sapevo i nomi delle persone che ci lavoravano e provavo diverse combinazioni di indirizzi email. Una di queste, alla fine, ha funzionato. È una storia abbastanza divertente.
Questo album segna anche il tuo debutto cantando in greco. Lo consideri un punto di svolta?
Non direi un punto di svolta perché non significa che sto cambiando direzione per non tornare più indietro. È stata solo la prima volta che ho provato a cantare in greco, e magari nei prossimi dischi ci sarà di nuovo una canzone o due in greco, vedremo. Non pianifico queste cose, dipende da come vanno. Però mi è piaciuto molto cantare per la prima volta nella mia lingua e pubblicare musica in greco, sì, anche se non la definirei una svolta da cui non torno indietro.
Se non sbaglio, all’inizio eri un po’ restia all’idea di cantare in greco.
Sì, lo ero. Forse non avevo ancora trovato il momento o il modo giusto per farlo. Ma mi è sembrato naturale, e continua a esserlo. Quindi probabilmente lo rifarò in un futuro album, magari con uno o due brani in greco.
Il primo è “Omorfo Mou”, che hai scritto in barca, e poi c’è “Ta Vimata” di Litsa Sakelariou. Perché proprio questo?
“Omorfo Mou” l’ho scritto io, mentre il secondo è una cover, una canzone del 1969. L’ho sempre amata, adoro la melodia, e l’ho cantata per tanti anni. A un certo punto mi sono detta: perché non provare a inserirla in un album? Non avevo mai fatto una cover prima d’ora. Quindi sì, questa è in realtà la mia prima cover in generale, e la mia prima in greco.
Da una cover si passa ad altre fonti d’ispirazione. Come per tanti artisti, anche per te può arrivare da ovunque, dalla vita di tutti i giorni. Ad esempio, “Can I Say” è nata dal furto della tua bici. Cos’è successo?
Ho persino una foto di quella bici, la pubblicai su Instagram mentre la stavo guidando. La amavo tantissimo, e l’ho avuta solo per un anno o un anno e mezzo. È una storia divertente, perché l’avevo comprata usata da un musicista greco molto famoso degli anni ’60 e ’70, Costas Tornaz. Non sapevo fosse sua, avevo solo visto un annuncio sul giornale che diceva “vendo bicicletta”. Sono andata a casa sua e, all’improvviso, mi sono trovata davanti una persona con cui ero cresciuta, ascoltando le sue canzoni. Pensai: “Oh mio Dio, questa bici me l’hai venduta tu!”. Quindi era una bici molto speciale per me… e poi me l’hanno rubata. Ci sono rimasta malissimo, mi mancava davvero.

E nel frattempo ne hai presa un’altra?
Dopo che me l’hanno rubata, intorno al 2020, non ne avevo più presa un’altra. Ne ho comprata una solo l’anno scorso, ma non è la stessa cosa.
L’album non è radicato solo in Grecia, ma ha anche un respiro internazionale. Penso, per esempio, a “Baby Brazil” con le sue atmosfere di tropicalia, oppure al singolo “Adagio”, che integra ritmi samba. Come sono arrivati tutti questi elementi dentro al disco?
Credo che in quel periodo fossi molto attratta dalle percussioni e da un tocco latino, brasiliano. Era qualcosa che volevo esplorare. Non volevo avere una batteria “classica”, mi interessavano di più le percussioni, i piccoli suoni, un po’ lo-fi ma caldi. E anche riff di chitarra allegri ma semplici, delicati. Credo che la musica mi abbia portata lì naturalmente, a volte queste cose non le pianifichi, semplicemente arrivano.
Si presentano da sole.
Non invitate.
Adagio, proprio come il termine musicale, ci invita a rallentare. Ma per il prossimo progetto? Dobbiamo aspettarci di accelerare le cose?
Non si può accelerare, siamo ancora in modalità Adagio (ride, ndr). Sto lavorando a un nuovo album, ma è troppo presto per dire cosa sarà e che suono avrà. Però mi piace quello che sto facendo, mi sto divertendo, e spero piacerà anche agli altri.
Dove stai registrando?
Per ora ad Atene, ma magari più avanti cambierà. Direi comunque che la maggior parte sarà registrata ad Atene
A tal proposito, tu sei un esempio di come il talento possa nascere ovunque, non solo in città come Londra o New York. Quindi mettiamo un po’ Atene e la musica greca sulla mappa. Quali artisti classici o moderni consiglieresti di ascoltare?
Penso che la Grecia sia un Paese speciale, ma non è un Paese ricco. Abbiamo passato tanto, e non siamo “sulla mappa” non perché manchi il talento o la musica — anzi, ce n’è tantissima — ma perché manca il sostegno del governo. Credo che dovrebbe e potrebbe supportare di più le arti, non limitarsi a dire: “Abbiamo l’Acropoli, abbiamo inventato la democrazia, e basta”. Perché spesso la sensazione è questa.
Detto ciò, c’è davvero tanta buona musica in Grecia. Personalmente amo molto quella degli anni ’50, ’60 e ’70: Arleta, Jenny Vanou, Panos Gavalas, Aris San, Sotiria Bellou, Demis Roussos, Stelios Kazantzidis, Manolis Hiotis, Grigoris Bithikotsis, Litsa Sakellariou. Mentre tra i nomi più recenti mi piacciono Lena Platonos, Nick Karr, Bhukhurah, Amalia & The Architects, Tropical Geometry, Sillyboy’s Ghost Relatives, Johnny Labelle, Jef Maarawi. Insomma, ascolto sia cose vecchie che nuove, dalla musica greca degli anni ’40 fino a oggi. Non è che sento solo brani datati o solo contemporanei. Il ventaglio è ampio e bellissimo.
Ora cambiamo un po’ direzione: in un’altra intervista hai raccontato che ai tuoi genitori non chiedevi mai giocattoli, ma strumenti musicali. Qual è stato il primissimo strumento?
Credo una chitarrina giocattolo, di quelle che si compravano in edicola. Ero interessata a qualsiasi cosa somigliasse a uno strumento, qualsiasi oggetto che potesse fare suono. Se qualcosa sembrava un microfono, io facevo finta che lo fosse. Ho sempre avuto un grande amore per la musica, fin da piccolissima. Ricordo che i miei genitori avevano un mobile in salotto con un pezzo di legno che sembrava un microfono. Io lo prendevo continuamente e chiedevo a mio padre di fotografarmi mentre reggevo quel microfono di legno.
Quindi possiamo dire che lì è iniziata la tua carriera
Esattamente! Dovrei cercare quella foto…
E giocavi anche a calcio
Sì, amavo molto il calcio. A volte gioco ancora con gli amici.
Qual era la tua posizione in campo? E i tuoi giocatori preferiti?
Ero quella che segnava. Da piccola avevo un paio di giocatori preferiti: Zidane “Zizou” e Pavel Nedved. Non ero fan né di Ronaldo né di Beckham, ma Zidane e Nedved sì, li adoravo.
E come squadra? Ad Atene ci sono tifoserie molto attive e sentite come quelle di Olympiakos, Panathinaikos e AEK Atene
Sì, certo, ma io non sono mai stata tifosa di quelle squadre, principalmente perché non penso che giochino un bel calcio. Mi piacciono squadre più grandi, dove il calcio sembra quasi una danza.
La prima canzone che hai scritto era a 16 anni, ma hai detto che era troppo “cheesy” per riproporla. C’è qualche possibilità che un giorno venga pubblicata?
Era una canzone in greco ma dubito che la pubblicherò mai. La ricordo, so ancora come si suona, ma non credo di volerla riprendere. Era la prima volta in cui ero innamorata, quindi il testo è esageratamente sdolcinato. E ormai non sono più lì, sono andata avanti.
Però c’è chi potrebbe trovarsi adesso in quel momento della vita
Hai ragione, è uno spunto interessante. Se la metti in questa ottica, forse dovrei pensarci. Non prometto nulla, ma potrei registrarla per gioco e vedere che succede. Ho sempre pensato che fosse una gran canzone, una potenziale hit, ma non ci ho mai fatto nulla.
Ti dedichi anche ad altre arti, come la pittura. Com’è il rapporto oggi?
Mi sono laureata alla Scuola di Belle Arti di Atene, quindi sì, dipingo nel tempo libero. Mi piace molto occuparmi delle copertine: ho disegnato quelle di Up and Away e The Break. È qualcosa che continuo a fare, anche se ultimamente sempre meno, perché il tempo libero è poco.
Arriviamo in chiusura: se dovessi scegliere tre canzoni di tre artisti diversi che, messe insieme, potrebbero creare una canzone “alla Σtella”, quali sceglieresti?
Direi “Wuthering Heights” di Kate Bush, poi qualsiasi grande successo dei Queen, e infine un brano greco, “Margerita Margerò” di Grigoris Bithikotsis.
Da non perdere i live di Σtella: il 10 ottobre al Circolo Arci Bellezza di Milano, l’11 ottobre al Monk di Roma e il 12 ottobre al Covo Club di Bologna.

