MARK LANEGAN, “Field Songs” (Sub Pop, 2001)

Nell’ambito dei festeggiamenti per i 30 anni della Sub Pop continuiamo a ripubblicare alcune recensioni di album importanti dell’etichetta di Seattle. Come questo album fondamentale del 2001.

Da qualche anno l’ex voce degli Screaming Trees regala, a chi ancora vuole o cerca emozioni profonde nella semplicità di una chitarra ed in una atmosfera quantomai asciutta, ottime prove delle sue capacità compositive, ormai abbinate ad una voce che non ha nulla da invidiare a personaggi ben più famosi come, citando qua e là, Tom Waits, Eddie Vedder, Leonard Cohen.

Questo nuovo capitolo solista aggiunge nuova solidità alla carriera di Lanegan, evidenziando la grande vena artistica di questo outsider di lusso. Immaginate di essere in una di quelle vastissime distese desertiche dell’Arizona o del New Mexico, chilometri e chilometri di strada dritta come un fuso, montagne aride e qualche cactus intorno a sé. Nel caso non riusciste da soli ad immergervi in questa scena “Easy Rider-oriented”, Mark Lanegan provvederà personalmente a scaraventarvi di peso nel suo mondo fatto di “One way street” e di “Field song”, tanto per citare due tra le cose migliori di questo eccellente album.

Un album che sfiora il blues e il country, la ballata classica e quella vagamente stravolta alla Waits, il folk un po’ acido della della lunga e conclusiva “Fix” e certe suggestioni di Native Music nei controcanti ventosi di “No easy action”, che sembrano provenire da qualche tribù Hopi sopravvissuta a vecchi massacri dimenticati troppo in fretta. Ho usato di proposito il verbo sfiorare, proprio perchè Lanegan pare essere giunto ad un suono tutto suo, contaminato e dannatamente nuovo.

La voce è conturbante, tenebrosa ed erotica nei suoi passaggi baritonali; le canzoni sono tutte bellissime, con tendenze al capolavoro nella classica opening track, nelle altrettanto classiche ballate “Pill hill serenade” e “Kimiko’s dream house” -qui siamo davvero a livelli altissimi-, nelle scarne ed aride “Field song” e “Blues for D”, veri e propri scheletri di canzoni, come vecchie carcasse di bisonti che spuntano dalla sabbia del deserto. Un disco di frontiera da un artista che si è costruito un cospicuo seguito di appassionati, come si sa, una delle frontiere più difficili da abbattere.

(Max Cavassa)

20 agosto 2001

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