ST. VINCENT, “MASSEDUCTION” (Loma Vista, 2017)

“MASSEDUCTION”, anticipato da una campagna promozionale molto esuberante e assolutamente vincente sotto il profilo estetico, segna il suo passaggio, si spera irreversibile, verso scenari potenzialmente radiofonici.
E non c’è niente di male, se si ripercorre il suo percorso che ha sempre oscillato tra un respiro pop e quella tendenza a celarsi e a complicare le cose con scelte stilistiche più artsy e intellettuali tipiche di chi sa suonare tutto e bene. E soprattutto, se si considera l’intatto gusto negli arrangiamenti e l’intatta vena melodica della trentacinquenne nata in Oklahoma.

Al quinto disco targato St. Vincent, senza considerare quello scritto a quattro mani con David Byrne, non mancano elementi di novità e brani destinati a durare.
Erano bastati due singoli per farne pregustare il mood ambivalente, tra tracce immediate, brillanti mai troppo autocompiaciute e ballad dolenti, più in linea con l’amarezza che pervade i testi di “MASSEDUCTION”.
Da una parte ci sono appunto brani come il secondo singolo “Los Ageless”, perforante brano synth-pop dal retrogusto più che Eighties, l’affine “Sugarboy”, e altre irresistibili gemme art-pop da amore a prima vista come la titletrack o “Young Lover”.

Dall’altra brani sulla scia dell’avvolgente primo estratto della raccolta, “New York”: la commovente “Happy Birthday Johnny”, la cinematografica “Slow Disco” da acclarata risposta femminile a Sufjan Stevens, che per primo insieme ai Polyphonic Spree la aveva assoldata come turnista, e la conclusiva “Smoking Section” in cui Annie si conferma una delle ultime eredi rimaste di quel lunghissimo filone di songwriter che Kate Bush arriva fino a Regina Spektor e Joanna Newsom passando ovviamente per Tori Amos. Nulla di nuovo, almeno in questo. Il talento cristallino di St. Vincent è una delle ultime certezze rimaste nel mondo pop-rock che si declina in senso imprevedibilmente pop e “mainstream” nelle sorprendenti aperture melodiche di una “Savior” che fino al ritornello sembrerebbe uno dei tanti brani à la Bowie del suo repertorio.

Come già nel meno immediato “Actor”, Annie ha un timbro vocale e un certo modo di interpretare e costruire le canzoni diventato inconfondibile, al costo di rischiare di diventare ripetitivo e fossilizzato in certi stilemi. Difficile trovare un modo più efficace nel definire le ubriacanti “Pills” e “Fear The Future”, se non dei brani di St. Vincent. Niente di più. Niente di meno. Gli arrangiamenti sono freschi, perfetti, curati al dettaglio, mai stucchevoli. L’apporto in cabina di regia di Jack Antonoff, membro dei Bleachers e già al fianco di Sia, St. Lucia, BANKS e Taylor Swift, probabilmente ha fatto la differenza e la presenza di ospiti come Kamasi Washington e Jenny Lewis hanno dato una variazione il tema all’impressionante autocrazia di Annie.

St. Vincent si tuffa tra le braccia del mondo pop con intelligenza e coraggio, regalando un disco che non ha paura di essere ammiccante, glam e sensuale.
Il resto lo fanno le canzoni che uno dei migliori talenti di questa generazione non ha mai smesso di scrivere con un’ispirazione che può solo suscitare ammirazione (e invidia). Annie Clark non ha più paura del pop. E voi?

80/100