Giardini di Mirò, Firenze, Spazio Alfieri, 25 ottobre 2014

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Chiunque si sia ritrovato allo Spazio Alfieri sabato sera, ha avuto come l’impressione di essere sospeso tra passato e presente.

Il bar del cinema ha uno stile molto anni sessanta, con tavoli, poltroncine e pure qualche libro per ingannare l’attesa prima dello spettacolo. Di converso la sala di proiezione, moderna e confortevole, vede protagonisti due film del cinema muto del primo novecento italiano, ”Rapsodia satanica” (1917) e “Il fuoco” (1915): pellicole storiche che vivono una nuova giovinezza grazie alle sonorizzazioni dei Giardini di Mirò. La visione dei lungometraggi è accompagnata dalle trame musicali imbastite dal gruppo reggiano. “Rapsodia satanica”, opera di Nino Oxilia, dal sapore faustiano, è fonte di ispirazione vera e propria: i Giardini di Mirò non realizzano quella che molto banalmente si potrebbe chiamare colonna sonora (anche perché ci aveva già pensato il compositore Pietro Mascagni all’epoca), entrano nel film e gli conferiscono un’anima sonora, a lungo (solo) immaginata dallo spettatore. Le movenze di Alba d’Oltrevita (la femme fatale Lyda Borelli), corteggiata e ammaliata da Mefisto, assumono per la prima volta un battito, gli sguardi dell’ “eterna giovane” si fanno immagine vivida e lo stesso dicasi per quelli dei due spasimanti – fratelli: il suicida Sergio (Giovanni Cini) e Tristano (Andrea Habay). Il ritmo del desiderio d’eterna giovinezza e di amore, distorto dal vortice luciferino, è reso in maniera magistrale: la suite strumentale, divisa in sei parti, si articola in molteplici sfumature, riuscendo a dare una luce diversa a ogni fotogramma, in bilico tra chiaro e scuro. Il linguaggio post- rock dei Giardini di Mirò si fa ancora più aperto e multi- sfaccettato, incorporando influenze ambient, post-punk (XVII), mediterranee ed orientali (VII).

La sonorizzazione de “Il Fuoco” di Giovanni Pastrone è decisamente più “classica”: l’impianto strutturale delle tre parti – la favilla, la vampa, la cenere – è impostato su dinamiche post-rock e slowcore, che ricordano a tratti, molto da vicino, le pennellate sonore dei Dirty Three, malinconiche e dolce-amare come l’amore tra la poetessa (Pina Menichelli) e il pittore Mario Alberti (Febo Mari).
In ogni caso i Giardini di Mirò, anche nella proposizione di questo vecchio lavoro, fanno ancora centro : la musica si fa pittura di paesaggi e scenari umani.

(Monica Mazzoli)