KALAFRO, “Resistenza sonora” (Relief Records, 2011)

Musicalmente parlando la Calabria è attivissima. Attiva ed energica. A dimostrazione del ruolo fondamentale che gli artisti possono ricoprire nel fare emergere una sopita coscienza collettiva e innescare una reazione alla routine delinquenziale. I Kalafro incarnano perfettamente il ruolo di artisti militanti, e lo fanno esprimendosi con il linguaggio duro e rabbioso del rap, che colpisce diritto, senza mezzi termini, perifrasi, metafore e allusioni. Forse il genere più adatto per strappare qualche giovane anima all’abbraccio soffocante della malavita.
Il ruolo sociale del quintetto di Reggio Calabria viene ora ufficialmente riconosciuto dal Museo della ‘Ndrangheta, che ha sostenuto la pubblicazione di questo loro quarto album (quinto comprendendo l’autoproduzione “Le Parole”), quello che una volta sarebbe stato un doppio, una sorta di concept sul Sud e la Calabria che mescola rap, reggae e folk sudista per raccontarne sogni, speranze, contraddizioni, luoghi comuni, tare, scandali e scomode verità con una spiccata vocazione antagonista. “Resistenza sonora” e “brigantaggio postmoderno”: questo sono i Kalafro. Da un continente all’altro, da New York a Reggio Calabria per ricordarci, con il linguaggio musicale del disagio e della rivalsa – dalla questione meridionale in senso lato al ponte sullo Stretto di Messina alle mafie e loro connessioni con la politica – che l’unità d’Italia è ancora tutta da completare. Black-music di cuore e testa in pari misura, quasi chirurgica nella sua azione di denuncia. In un certo senso “Resistenza sonora” è qualcosa di diverso da un disco di musica. È politica in musica, una rivendicazione a suon di rap, densa e razionale, che non impegna solo il sentimento, non genera solo sensazioni, ma pungola il cervello, costringe a schierarsi, bussa alla porta dell’opinione pubblica. Un paese azzoppato ha più che mai bisogno di riflettere. Di riflettere sul serio, non di “bere coca-cola”. E di generatori di coscienza civile come i Kalafro non ce ne sono – e non ce ne saranno – mai abbastanza.

76/100

(Federico Olmi)

20 Agosto 2011

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