Gli Arcade Fire come lo sciacquone: un mistero.

Vedendo il concerto degli Arcade Fire a Bologna mi è tornato alla mente un tormentone di “Non ci resta che piangere”: “Certo che lo sciacquone è un mistero…”. Ecco, per me gli Arcade Fire sono come quello sciacquone: un mistero. O, meglio, lo è la consacrazione così massiccia di una band capace sì di una scrittura cristallina ma che non ho mai capito fino in fondo. Fin dall’inizio li ho rispettati, quando uscì “Funeral” mi colpirono un paio di pezzi (“Neighborhood 1 (Tunnels)” e ovviamente “Rebellion (Lies)”), pensai che il disco era un prodotto più che elevato per dei canadesi e stop: bastò poco tempo e da lì nacque il mito di questo album che ha così caratterizzato lo scorso decennio da essere in tutte le classifiche degli Anni Zero, e praticamente sempre al secondo posto (dietro all’inarrivabile “Kid A”). Il successivo “Neon Bible” poi lo trovai tronfio, ma rimasi favorevolmente colpito dalla capacità di ricerca della band di Montreal che non si era seduta sugli allori ma aveva continuato ad evolversi, a cambiare sound (anche se gli organoni da chiesa non era poi questa gran novità). Quando ormai credevo che fosse una questione di corde, ovvero che questo gruppo non toccasse le mie, di corde, arriva l’ultimo “The Suburbs” a travolgermi e a rivoltarmi come un calzino. Come avevano fatto a fare un disco così bello? Così ben scritto? Così vario? Così universale? Dunque mi ero sbagliato, gli Arcade Fire erano davvero quello che dicevano tutti! Mi sarei potuto affidare a loro per le mie emozioni future, sperare che i prossimi anni mi avrebbero portato, oltre le rate del mutuo, anche gli impareggiabili sapori delle note dei canadesi.
Con tutte queste frizzanti considerazioni in testa ho approcciato il live di Bologna, certo che avrei compreso definitivamente la band del Quebec. E, invece, niente. Oddio, bravetti, ma nessuna trance, nessun scombussolamento, nessun momento che ti faccia dire: “Ecco, questi sono la cosa più grande che esista attualmente”, come in molti parrebbero invece insinuare. Perché questo pensiero capita di farlo, e lo si fece – un paio di esempi a caso – quando si ascoltò per la prima volta “Smell Like Teen Spirit” o i Radiohead che suonavano dal vivo “Kid A” prima che uscisse. Gli Arcade Fire sono allegri fin che si vuole (per alcuni fin troppo…), piuttosto simpatici, di discreto impatto, ma per entrare in nel club dei migliori ho sempre pensato che ci voglia di più. Dal vivo non puntano su nulla in particolare: né sulla voce, né su uno strumento che faccia gli abbellimenti di riferimento, né sulla carica, né sul lato psichedelico, non riescono (o non vogliono) fare crescendo e sono sempre piatti. Una patina di normalità si annida nella loro capacità di scrivere gran belle canzoni, un substrato di approccio monocorde negli arrangiamenti emerge nonostante i loro rimescolamenti nei ruoli, tra batteristi che suonano il pianoforte e cantano e batteristi che fanno i chitarristi. L’unica cosa che viene in mente è che potrebbe essere lì dunque la loro (presunta) grandezza: nell’essere – e nell’essere stati – primus inter pares, tra migliaia di band degli anni duemila che puntavano sul “piccolo e indie è bello” (“perché tutti possiamo farci, finalmente, il nostro disco in casa”) loro sono quelli che hanno accettato anche di inserire qualche magniloquenza alla U2 o qualche cafoneria alla Springsteen, caratteristiche che per un ragazzetto indie degli Anni Zero sono delle bestemmie mentre sono sempre stati i punti di forza di quegli artisti. Questione (forse) di punti di vista, di cosa considerare importante e cosa no. Ed è per questa ragione che chi ha superato i trenta (di età, intendo) ha più o meno la mia considerazione degli Arcade Fire, mentre chi ha qualche anno in meno li sente più suoi. Questione generazionale, dunque.
Sarà. Probabilmente può essere che il concerto dell’I-Day sia stato solo sfortunato (qualche problema tecnico c’è stato e poi il volume era talmente basso che è più alto quello del multisala dietro a casa) e che dunque tutto questo sproloquio sia inficiato a monte. O, ancora più semplicemente, che si tratti – e ritorniamo da capo! – di corde, di un sentore a pelle necessariamente soggettivo (ma allora perché “The Suburbs” è così bello?).
Qualsiasi sia la verità, quello che dispiace è che per gli anni a venire, ri-archiviate le aspettative di emozioni speciali da parte degli Arcade Fire, ci sono rimaste solo le rate del mutuo.

(Paolo Bardelli)

Collegamenti su Kalporz:
Arcade Fire Concerto a I-Day, Bologna (02.09.2010)
Arcade Fire Concerto a Piazza Castello (Ferrara)
Arcade Fire Neon Bible
Arcade Fire Concerto al Transilvania Live (Milano)
Arcade Fire Funeral

16 settembre 2010

2 Comments

  1. Lorenzo Centini

    17/09/2010 at 15:24

    springsteen non è cafone!
    cioè… sì, in fondo… mi sa che hai ragione…

  2. Claudio Fontani

    06/10/2010 at 14:02

    Il tuo mistero è puramente soggettivo, a maggior ragione se “The Suburbs” ti era piaciuto così tanto. Poi non capisco queste continue lamentele contro i volumi troppo bassi degli amplificatori… come li volete ascoltare i concerti???

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