RONIN, L’ultimo Re (Ghost Records / Venus, 2009)

Deliziose e semplici contemplazioni penetranti e malinconiche musiche polverose e inattuali. Suoni per la morte, sull’ultimo Re, in tempi vivaci che si arrestano o crescono sussultando. Di questa bizzarra solennità vive il nuovo lavoro dei Ronin, il progetto trans-tradizionale dell’abile Bruno Dorella. Un disco avantgarde, ma suonato con delicatezza e dinamiche sfumature punk, che lasciano intendere quella cifra mai corrotta di divertita ingenuità da cui il gruppo parte. Dorella è da sempre stato maestro nel restare in equilibrio tra intellettualismo e spontaneità, e qui il gioco di prestigio artistico gli riesce un poco meglio rispetto al passato (con Ronin, con Bachi di Petra e con i rumorosissimi Ovo).

Si parte col crescendo mutante ed evanescente di field recording, gementi feedback e monumentali archi che inneggiano a “L’ultimo Re”, forte e delicata sinfonia contemporanea, lirica come fosse un’ouverture wagneriana. Tutto in potenza così alternativo, celebrale e antipatico, ma in atto quasi bello e naturale. Ci sarà la fregatura… Il sound si abbandona a echi esplicitamente morriconiani con “Fuga dal prete”: bianco e nero sonoro, risonanze stregate, suoni che frustano e vibrano come sonagli, combustioni di estetica southern e stop improvviso. Ma si sa che migliori western italiani sono stati girati in Spagna e quelli americani in Messico. Allo stesso modo i Ronin giocano con l’esotismo spiccando un salto da un suono profondamente chicano a scale e ritmi mediorientali. È questo il codice che lega i momenti eterogenei che vengono eseguiti tra la fuga surf di “Meandro” e la cavalcata ad effetto di “Venga la guerra”, tra morbidi ricami di chitarre post-rock e acide interferenze di rudezza esecutiva. Il binomio “Lo spettro” – “Tre Miniature” mette in mostra una vivace maturità musicale, sfiorata attraverso dolci arrangiamenti rinascimentali ed eleganti timbri di “efficace” fantasia.

Ogni tanto sembra di ascoltare una musica che non ha più nome, poi, ahimè, ritornano i riferimenti, a volte simpatici e azzeccati, altre volte un po’ troppo auto indulgenti e auto compiaciuti. Come dire, poteva essere un gran bel disco, ma certi vanitosi ammiccamenti, certi sottintesi da intenditore, finiscono un po’ per rovinare l’atmosfera. Carino, invece, il bizzarro esperimento per chitarre e tuba “Morte del prete”: un po’ di rock, un po’ di boogie, un po’ di tango e una sputacchiata di twist che fa molto decadence. Più pallosa e ridondante la finale “Morte del re”.

Dorella sa che dischi che parlano di re e preti che muoiono non possono che incuriosirci a prescindere. Il risultato è per forza affascinante; l’unico problema è che lo ascolteremo in 50 e ce ne scorderemo tra due settimane. Certo che viole, violini, tube, organi e fischietti possono risultare piacevoli strumenti con i quali confrontarsi in musica “rock”, ma è il rock non è musica d’ambiente. Affatto. E non è colpa della cultura, della società o del mercato discografico. C’è qualcosa che non va, c’è la fregatura, anche se i Ronin questa volta l’hanno nascosta proprio bene… Non griderei al miracolo. Con le budella di Dorella impiccheremo l’ultimo re.

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