RALFE BAND, Attic Thieves (Talitres, 2008)

Signore e signori, i mastri giostrai della Ralfe Band si sono rimessi in moto, assieme al loro sgangherato seguito fatto di saltimbanchi, cani randagi scompigliati, dannati loser di quartiere, zingari cantastorie squattrinati e rugose vecchiette sdentate, per renderci partecipi delle allucinanti visioni che da sempre caratterizzano il loro pittoresco immaginario sonoro.

Descrivere il sound della Ralfe Band non è impresa facile: volendo proprio coniare una definizione si potrebbe parlare di folk-waltz bislacco, a volte psicopatico ed altre ancora stralunato, in cui ogni singola nota trasuda classe e ironia, strizzando l’occhio con simpatia a tutte le beneamate anime perdenti che dal mondo non si aspettano nient’altro che qualche stilla di pace.

I nostri umili artigiani del folk ci introducono per mano nel loro particolare freak-show, pieno di attrazioni coinvolgenti e di marchingegni musicali costruiti con la pazienza e la cura tipiche di chi non si lascia mai prendere dalla tentazione di seguire la strada più facile.

La prima tenda si apre sulle psicopatiche note country dell’energica “Open Eye” dall’incedere impercettibilmente lineare ma neanche troppo, tantochè quando ci sembra di intravedere un barlume di energia elettrica che ci possa portare verso sentieri più impervi, ci si ritrova spiazzati a barcollare incerti, seguendo lo strambo caracollare di “Stumble”, ubriaca folk-song per anime in cerca di redenzione, salvo poi negare tutto e ritornare a galla per assaporare in tutta la sua magnificenza una salutare bolla di quiete, offerta dalla strumentale “Big Head”.

Il bello di “Attic Thieves” sta tutto qui: proprio quando ti sembra di aver intuito la reale essenza della Ralfe Band, identificando il filo conduttore del loro lavoro, ti ritrovi invece spiazzato e senza alcun appiglio, perso nel gorgo di “Mirror Face” e “Platform Boy”, illuminanti post-waltzer per loser della nuova generazione, ed è come essere trasportati in un immaginifico mondo parallelo in cui un sosia di Tom Waits, allucinato e in maniche di camicia, si scola l’ennesimo bicchiere di latte freddo, ripetendo con ossessione a tutti che il diavolo è proprio una gran brutta bestia da domare.

D’altronde come si fa a trovare una definizione esatta di ciò che si sta ascoltando, quando di nuovo si cambia rotta, mentre l’orizzonte si riempie di nuvole di zucchero filato e l’ottima pop-song “Helmutsine” ci sfiora gentilmente i lobi, per poi subito dopo svoltare l’angolo e vedersi costretti a versare amare gocce di sale sopra i tasti bianchi e neri che si ergono a padroni del malinconico binomio formato da “Two Lorenzos” e “Lost like Gods”, improbabili colonne sonore di un film autunnale dove il lieto fine sembra essere assolutamente vietato.

Il viaggio ha termine sulle lande desolate di un paese dimenticato, tra allucinanti visioni di un saloon puzzolente vietato ai vergini di fegato, tra balcanici echi di fanfare e strambe visioni di carillon sgangherati che si azionano e si spengono con la forza del vento.
Rimane solo il tempo di chiudere la bocca, strizzare bene gli occhi e cercare in qualche modo di tornare se stessi.

Con “Attic Thieves” la Ralfe Band smonta e ricompone pezzo dopo pezzo la canonica folk-music, aggiungendo con gusto quasi rivoluzionario alcuni elementi destabilizzanti, tra cui versi di filastrocche sgangherate, echi lontani di fanfare circensi e ballerine del carillon, il tutto con tanta immensa classe, in un connubio di suggestioni dal sapore deviante e maestosamente fascinoso.

Il risultato è un lavoro che forse non tutti sapranno apprezzare, in effetti pare che la macchina del tempo si sia rotta ancora una volta ed abbia fatto atterrare la Ralfe Band una mattonella più in là rispetto alla normale percezione del presente.
Di sicuro tutto ciò è fascinosamente asimmetrico, a suo modo innovativo e ricco di spezie sonore variegate. Qui si cerca di fare la musica del globo, in un girotondo di anime affannate che liberano senza vergogna le loro stridule cantilene, e noi ci ritroviamo ad affrontarle armati solo della nostra bocca aperta, spiazzati, affascinati dal maestoso incontro e divertiti al tempo stesso.

La Ralfe Band ci dimostra ancora una volta che per poter scrivere immense folk song dal fascino magnetico non sempre è necessario scendere giù fino agli inferi a dannarsi l’anima, ovvero ci si può sbronzare anche col latte.

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