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Feist, Concerto ai Magazzini Generali (Milano) (27 maggio 2008)
Feist è cool?
Finalmente, a più di un anno dall’uscita dell’ottimo “The Reminder”, il tour mondiale di Leslie Feist tocca anche l’Italia: stasera Milano, dopodomani Roma. Il fatto che già alle otto di martedì sera siano tanti i milanesi che si assiepano fuori dei Magazzini Generali è indicativo di quanto la ragazza canadese sia diventata una cosa cool, un appuntamento da non mancare anche nella città che più di tutte è attenta al fluttuare effimero di tutto ciò che è modaiolo. Certo sarebbe davvero un peccato se la maggioranza fosse qua stasera solo per una reclàme della Apple o della Lacoste; d’altra parte sono molto curioso di vedere come Feist saprà conciliare le attese del pubblico che conosce i due tre singoli famosi con il suo ben più sfaccettato pedigree musicale.
Atmosfera intima e scenografia suggestiva
Dopo il set di Lawrence Arabia e il suo pop di matrice indie/power pop zona Shins, sul palco viene sistemato un paravento, un semplice ma suggestivo espediente di scena che verrà usato a più riprese durante il set. Molto della scarna scenografia verrà giocato su contrasti soffusi di luci e ombre, fin dall’inizio: sul fondale appare l’ombra di una vecchia lanterna, una mano si tende per staccarla dal suo gancio, Feist fa il suo ingresso sul palco scrutando alla luce fioca della fiammella i volti fra il pubblico. Da sola sul palco Leslie si nasconde dietro al paravento e mette insieme una intro a cappella con il suo giocattolo preferito, il microfono collegato al sequencer che le permette di sovraincidere sul momento armonie vocali. Quella voce è subito un punto focale dello show, e lo sarà sempre più man mano che il repertorio tocca i brani più intimi, più raccolti.
I singoloni che presumibilmente tutti conoscono sono infatti concentrati nella prima metà del concerto, quasi fossero pratiche da sbrigare. Non che lei dia mai l’impressione di fare qualcosa per mero impegno contrattuale: la persona scenica di Leslie Feist è un mix di eleganza e sfrontatezza, egocentrica in modo spontaneo e funzionale allo spettacolo; lei vuole avere tutti gli occhi e le orecchie per sé, e sa di avere i mezzi e la grinta per farlo. Così, anche quando insiste nel voler coinvolgere il pubblico in cori e battimani, o sciorina a ripetizione le classiche tre parole italiane imparate per l’occasione, sa riprendere immediatamente dopo le redini della musica e dello spettacolo da vero animale da palco. “Mushaboom”, “My Moon My Man”, “I Feel It All” funzionano alla grande, la band è discreta e versatile e lei passa continuamente dalla indie girl che picchia furiosamente sulla chitarra alla primadonna trasfigurata dalla luce del riflettore, e lo fa con una naturalezza disarmante.
Dai singoloni ai momenti più intimi
È dopo l’inevitabile “1234” che lo show prende un passo diverso, i siparietti finiscono e Feist si addentra in territori più intimi, in cui la protagonista è spesso la sola voce accompagnata dalla chitarra acustica e occasionalmente i fiati. Qui sono brividi veri: “Gatekeeper” giocata quasi sul filo di un sospiro, “Honey Honey” ipnotica nonostante qualche problema di Leslie nel far partire la base, sull’incantevole “Intuition” i cori del pubblico arrivano finalmente al momento giusto e nasce un momento straordinariamente raccolto ed emozionante. Dall’ultimo album dei Broken Social Scene (ovvero del fidanzato Kevin Drew) Feist esegue una “F*cked Up Kid” decisamente superiore alla slabbrata originale, poi nascosta dietro al paravento si siede al piano per una “The Water” da tenere il fiato sospeso per tutta la durata dell’esecuzione. Una malinconica e rallentata “Inside Out” dei Bee Gees fa da prologo all’esplosivo finale, dove la tensione si stempera in una “Sea Lion Woman” con tutta la gente di Lawrence Arabia sul palco ai cori e battimani, e Leslie in pura trance lascia semplicemente attoniti e incantati, quasi storditi dalla sua energia.
Sciogliamo le riserve e gli scetticismi: Leslie Feist è una artista straordinaria, musicalmente onnivora con un talento puro e indomito da entertainer, sia nella sua veste più rockettara che in quella di chanteuse raffinata e sanguigna al tempo stesso. Non potete fare altro andarla a vedere appena ne avrete l’occasione, e magari solo per un momento innamorarvi un pochino di lei (chi ha mai parlato di “distacco critico”?)

