POLLY PAULUSMA, Fingers And Thumbs (One Little Indian / Goodfellas, 2007)

Le canzoni di Polly Paulusma sono sempre sembrate urgenti, necessarie; magari trasfigurate da parole poetiche o da riferimenti più o meno alti (dalla Bibbia a Neil Young, dalle favole dei fratelli Grimm ai notiziari tv – come riferisce il booklet di “Fingers and thumbs”), ma necessarie. Necessarie e gentili: con quella voce limpida, educatamente sospesa tra folk e jazz, non riuscirei nemmeno volendo ad immaginarla urlare, a sfogare la rabbia con aggressività, nemmeno ora che la chitarra elettrica è diventata il suo strumento.

“Fingers and thumbs”, il suo secondo album, è figlio di un periodo complicato e della serenità ritrovata grazie alla nascita di una bambina, e fin dal titolo suggerisce intimità e dolcezza: è ciò che traspare anche dalle dieci canzoni del disco, che alza i volumi rimanendo pacato, ingrossa le distorsioni (l’iniziale “Godgrudge” si chiude con un crescendo non distante da quello di “The sky is a landfill” di Jeff Buckley, ma infinitamente meno rabbioso) senza esagerare mai.

Il problema di questo disco, semmai, è un altro: lascia freddi. Laddove l’esordio vibrava caldo e sincero come gli strumenti acustici di cui la voce si era circondata, questo suona perfettino, senza sbavature; l’impressione è che sia proprio la produzione di Ken Nelson ad aver soffocato l’emotività di queste canzoni che sono sì belle, ma niente di più. Si fanno ascoltare, e spesso; ma non c’è niente di cui innamorarsi davvero, qui: una “Day one” col cuore in mano, il folk dolcemente elettrificato di “This one I made for you”, e la lunga “All the time” che guarda ammirata Neil Young si avvicinano alle meraviglie dell’esordio; la voce che elegantemente si arresta per far correre il basso in “Ready or not” strappa un sorriso, ma non c’è niente da fare: un vago senso di delusione rimane.

È che “Scissors in my pocket” aveva avvicinato davvero Polly Paulusma ad artiste immense come Joni Mitchell e Carole King, mentre qui i paragoni, se devono essere spesi, ripiegano su Lori Carson, o Sarah MacLachlan, o su molto innocuo folk-rock al femminile. Come si potrebbe non essere delusi?

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